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Maternità e meditazione

 

 

I santi buddhisti vengono spesso descritti come maternamente compassionevoli, con la pazienza inesauribile di una madre che nutre, lava e accudisce i figli ventiquattr’ore al giorno. In effetti, il ramo del buddhismo Theravada ha una profonda stima per le figure materne, tanto che due uomini fra i principali discepoli del Buddha, Sariputta e Mogallana, vengono considerati «come la madre che dà a luce» e «la balia che cresce un bambino».

 

Tuttavia nel Buddhismo, così come per altre religioni, il concetto di maternità è piuttosto complesso. La compassione materna viene idealizzata, e lo stesso vale per la castità e la vita monastica. Dal punto di vista storico, la fede non possiede un nucleo ideologico che consideri il matrimonio e la procreazione come virtù fondamentali da perseguire a scapito dello studio spirituale e dell’illuminazione. Tuttavia, nei miei studi sul genere e la famiglia nel buddhismo ho riscontrato opinioni mutevoli su come far combaciare la spiritualità e la maternità.

 

Ripagare un debito materno

Il culto della gratitudine verso gli esseri senzienti è un aspetto centrale della pratica buddhista, in special modo verso le persone anziane. Il buddhismo esorta ad essere grati per i sacrifici che i propri genitori hanno fatto per mettere al mondo e crescere i propri figli. Non solo, il mancato ripagare i propri debiti verso i genitori può condurre in un girone dell’inferno dedicato esclusivamente ai figli ingrati, secondo un sutra che viene spesso denominato l’insegnamento della pietà filiale.

 

Secondo i buddhisti è possibile dimostrare riverenza verso le madri o le figure materne presenti nelle proprie vite preparando loro un pasto oppure offrendo qualcosa in dono. Durante l’anno esistono molti altri modi specifici attraverso cui i bambini buddhisti possono dimostrare rispetto verso un genitore. In Tailandia, ad esempio, esiste una tradizione secondo cui alcuni bimbi cercano di ripagare quello che è noto come il «debito del latte» verso le proprie madri prendendo temporaneamente i voti monastici e trascorrendo un paio di settimane con i monaci in segno di profondo rispetto.

 

Se tuttavia la propria madre non è più in vita, esistono comunque molti altri modi per indirizzarle il proprio amore compassionevole. Una delle pratiche più diffuse è l’offerta di cibo, ad esempio delle palline di riso, in santuari ancestrali, altari di discendenza familiare e simili. Come accadrebbe se nutrissimo un genitore in vita, il rito fa sì che i buddhisti si rendano consapevoli dei sacrifici che i loro genitori hanno fatto per sostentarli.

 

Il dono del Buddha

I buddhisti generalmente credono che dopo la morte esistano molti regni possibili nei quali abitare, alcuni paradisiaci, altri infernali. I bambini possono impedire ad una madre che è approdata all’inferno di rimanervici a lungo compiendo buone azioni e trasferendole un buon karma. Anche una madre che rinasce in un regno paradisiaco può essere sostentata al suo interno attraverso i doni del buon karma dei propri figli.

 

Il lato negativo dei cieli buddhisti, tuttavia, è l’attaccamento al buon cibo, alle bevande, agli indumenti e ad altri piaceri dei sensi. Secondo molte leggende, gli dei fanno difficoltà a comprendere l’insegnamento cardine del buddhismo: la natura evanescente di tutti i fenomeni. Tutto ciò che si vorrebbe ancora, non durerà.

 

Secondo la tradizione buddhista, Maya, la madre di Buddha, fu fortunata perché possedeva un buon karma e dopo la sua morte divenne una dea. Ma dopo che ebbe raggiunto l’illuminazione, il disciplinato Buddha ascese al cielo dove risiedeva Maya e le insegnò che i piaceri celesti non possono essere paragonati alla liberazione. La leggenda narra che egli trascorse tre mesi a insegnarle le dottrine più avanzate del canone buddhista, ben più complesse di ciò che, stando alla tradizione, il Buddha sembrerebbe aver impartito al padre.

 

La concentrazione è nemica della famiglia

L’Asia buddhista, dall’estremità occidentale della Via della Seta in Turchia fino alla sua estremità orientale in Cina, abbonda di tradizioni e figure sulla fertilità. Tuttavia in molte zone dell’Asia nelle quali si pratica il buddhismo, specialmente nei circoli monastici elitari, il posto d’onore è riservato ai testi sulle libertà e le virtù della vita casta.

 

L’insegnamento buddhista affonda per lo più le sue radici nel concetto che tutte le cose sono impermanenti. Tutti i desideri, dunque, compresi quello di fare sesso o avere una famiglia, vengono percepiti come forme di schiavitù: queste brame, anziché condurre le persone sul cammino della saggezza verso il nirvana, le incatenano a obiettivi mondani.

 

In questa ottica, sarebbe opportuno frenare tanto i desideri sessuali quanto la gola. Il sesso, in particolare, avrebbe un effetto a cascata che rende difficili lo studio e la meditazione: i figli, il tempo dedicato alla famiglia e il lavoro per poter sostentarli. Concedersi al desiderio sessuale, il Buddha mette in guardia gli uomini in una delle sue storie, è tanto sciocco quanto infilare il proprio pene nelle fauci di un serpente velenoso.

 

L’ottuplice sentiero del Buddha richiede concentrazione; e la concentrazione, come ben sanno tutti i genitori, è un lusso. Il Buddha stesso lasciò la moglie e il figlio per ricercare la saggezza attraverso una vita disciplinata. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, egli ritornò nella sua città natale, e ascese ai cieli, per insegnare ai membri della sua famiglia cosa avesse imparato.

 

Maternità meditativa

Tuttavia l’atteggiamento nei confronti della famiglia e del monachesimo varia di cultura in cultura. In Nepal o in Giappone non sentiremo mai la repressione della fertilità. In questi paesi, coloro che vestono l’abito monacale si sposano, procreano e servono nei templi buddhisti, gestendoli come fossero attività ereditate a conduzione familiare che provvedono alle necessità dei buddhisti laici.

 

Inoltre, le interpretazioni più moderne del buddhismo tendono a essere più aperte al tema della famiglia. Anziché vedere la genitorialità come un ostacolo, alcuni buddhisti contemporanei paragonano il lavoro di genitori all’attività spirituale. Prendersi cura dei figli, ad esempio, può essere una forma di meditazione, che richiede una concentrazione attenta e acritica affine alla pratica della consapevolezza. Le madri e tutte le altre persone che accudiscono i bambini possono sperimentare l’atto di vedere le cose per come realmente sono, senza attaccamento o avidità.

 

Studiosi quali Reiko Ohnuma, Vanessa Sasson e Amy Langenberg hanno dimostrato come la relazione fra la castità e la vita familiare sia molto più complessa di un semplice «aut/aut», e di come la vita genitoriale e i valori buddhisti si intersechino.

 

Dopotutto, i buddhisti credono che il Buddha storico ebbe molte vite passate e non in tutte fu casto. Da padre di famiglia, egli mise in pratica molte virtù buddhiste, quali la gentilezza amorevole, l’indulgenza e la pazienza. E persino quando fu casto, i suoi insegnamenti spirituali sono come latte materno, secondo la tradizione buddhista Theravada: «il latte della dottrina immortale». Questo atteggiamento di premura incondizionata lo rese agli occhi di molti buddhisti come una madre spirituale, una virtù che oggi essi cercano di emulare.

 

 

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  • Liz Wilson insegna religione comparata alla Miami University dell'Ohio. Ha conseguito il dottorato presso la University of Chicago Divinity School, specializzandosi in buddhismo indiano. Le sue pubblicazioni indagano la questione del potere e dell'identità nelle comunità buddhiste, indù, giainiste e sikh dell'Asia meridionale (e nelle comunità dell'Asia meridionale in diaspora) attraverso la prospettiva analitica degli studi di genere, degli studi sulla sessualità, degli studi sulla famiglia e della gerontologia.

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