Quando lessi per la prima volta Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel, fu come aprire una finestra su un mondo lontano e insieme incredibilmente vicino. Per la mia generazione, insieme ad altri libri come: Siddharta di Hermann Hesse e Lo Zen di Alan Watts, questo libro fu una prima guida, un invito a riflettere su mente, corpo e spirito, e una porta verso una spiritualità che sembrava possibile da vivere, non solo da leggere.
Non passò molto tempo prima che quella curiosità, nata tra le pagine di un libro, smettesse di essere soltanto un’idea e chiedesse di essere vissuta. Sentivo il bisogno di portare il corpo là dove la mente aveva appena osato affacciarsi. Fu così che iniziai la pratica del Kyūdō, il tiro con l’arco giapponese, che mi avrebbe lentamente portato allo Zen.
L’incontro con il maestro Yoshihiro Ichikura, a Milano, proprio sotto casa, segnò profondamente il mio cammino. Sotto la sua guida rimasi allievo per oltre dieci anni.
Quando iniziai il mio noviziato come monaco zen, la pratica dell’arco mi accompagnò naturalmente in Giappone. Lì ebbi l’opportunità di praticare con Inagaki Sensei, presso l’Università di Komazawa, il capo scuola della tradizione Heki di Kyūdō, mentre risiedevo al monastero zen Tōshō-ji a Tokyo per il mio training monastico. In quel periodo, l’arco non era più soltanto una disciplina: era diventato un linguaggio silenzioso attraverso cui osservare la mia mente, giorno dopo giorno, gesto dopo gesto. Una pratica ripetuta, spesso faticosa, fatta di errori, cadute e continui ritorni al gesto.
Fu allora che compresi davvero ciò che Herrigel aveva solo potuto suggerire. Il tiro con l’arco, come pratica zen, non è qualcosa da capire, ma da attraversare. Richiede disciplina e pazienza, ma soprattutto la disponibilità a restare presenti anche quando tutto sembra immobile. Ogni respiro, ogni postura, ogni minima intenzione diventavano uno specchio. In quel allenamento lento e rigoroso imparai che il bersaglio non era mai soltanto davanti a me: era dentro.
Con il tempo, però, gli impegni sempre più serrati della formazione monastica non mi permisero più di lasciare il tempio con la regolarità necessaria. Non potendo più praticare due volte la settimana, e fino al mio rientro in Italia, fui costretto a sospendere la pratica del Kyūdō. Anche quell’interruzione, compresi più tardi, faceva parte della Via.
Il fascino del racconto
Herrigel racconta il Kyūdō come esperienza spirituale, dove mente e corpo si incontrano in una concentrazione assoluta, e l’arco diventa strumento di introspezione. La prosa è evocativa, quasi poetica, e suggerisce che l’essenza dello Zen sia accessibile a tutti: un messaggio di immediatezza e semplicità che ha ispirato milioni di lettori. Il libro mostra una via in cui il gesto ripetuto, il silenzio, il respiro e l’attenzione al presente diventano strumenti di conoscenza di sé.
Eppure, alcune recensioni critiche evidenziano limiti importanti. Al netto del fascino del racconto, Herrigel tende a sovrapporre al Kyūdō la propria visione spirituale e mistica occidentale, più che descrivere fedelmente la tradizione giapponese. In certi casi, il libro viene letto più come un’interpretazione personale, romantica e soggettiva, che come documentazione storica o culturale.
Il rischio dello “Zen facile”
Il libro può contribuire a una forma di “occidentalizzazione romantica” dello Zen: lo trasforma in un’esperienza adatta a chiunque, con poco sforzo, ignorando la profondità storica e disciplinare del Buddhismo giapponese. Alcune critiche parlano del “mito dello Zen facile”: il rischio di considerarlo una tecnica di benessere o una filosofia da salotto, quando la tradizione reale richiede impegno, costanza e un radicamento culturale profondo, elementi che il libro non può trasmettere completamente. Integrare queste osservazioni non diminuisce però assolutamente il valore del testo, anzi: lo rende più stimolante perché invita alla riflessione. Ci permette di leggere Herrigel come un punto di partenza, un invito a esplorare, e non come un manuale definitivo di Zen o Kyūdō. Serve a ricordarci che l’importazione dello Zen in Occidente inevitabilmente passa attraverso mediazioni culturali, interpretazioni soggettive e adattamenti che possono alterarne alcuni aspetti.
Questa consapevolezza è stata chiara durante la mia esperienza pratica. In Italia, sotto la guida di Ichikura, ho visto come il tiro con l’arco, anche semplice nella sua forma esteriore, richieda un impegno interiore costante: respirazione, postura, calma mentale, concentrazione, consapevolezza della propria forza e dei propri limiti. In Giappone, al monastero zen Toshiji, ho percepito l’intensità della disciplina monastica, la precisione rituale, la tradizione che accompagna ogni gesto: la pratica è profondamente radicata nella cultura, nella storia e nella filosofia zen. Solo così capisci che lo Zen non è “facile”: non è immediatamente accessibile né privo di rigore.
Oriente e Occidente a confronto
Eppure, la lettura del libro di Herrigel resta sorprendentemente contemporanea. In un mondo dominato da fretta, ansia, complessità e distrazioni, il suo messaggio continua a parlare. Lo Zen non si cerca altrove; non è un premio futuro, ma un modo di essere nel presente. Il tiro con l’arco diventa simbolo di presenza, di attenzione totale al qui e ora. Ecco perché il libro continua a ispirare: non propone una soluzione definitiva, ma un invito a osservare sé stessi, a misurarsi con la propria mente e con il mondo, a interrogarsi sul senso della concentrazione e della disciplina nella vita quotidiana.
Mi viene in mente il koan “Né luna, né acqua” della monaca Chiyono.
Per anni studiò senza sosta, ma non riuscì a trovare l’illuminazione…
Una notte, stava portando un vecchio secchio pieno d’acqua.
Mentre camminava da sola, guardava la luna piena riflessa nell’acqua del secchio.
Improvvisamente, la canna di bambù che sorreggeva il secchio si ruppe e il secchio cadde a terra.
L’acqua fuggì via, il riflesso della luna scomparve e Chiyono divenne illuminata.
Si ritirò nella sua cella e scrisse:
“In un modo e nell’altro ho cercato di sorreggere il secchio, sperando che il debole bambù non si sarebbe mai spezzato.
Improvvisamente il sostegno si è rotto.
Non più acqua, non più luna nell’acqua: il vuoto nelle mie mani…”
Nel Kyūdō, come nello Zen, non è il bersaglio a definire la pratica, ma la piena consapevolezza del momento. Come Chiyono, che vede oltre il riflesso della luna, il praticante percepisce il gesto, il respiro e la concentrazione, senza aggrapparsi al successo o al fallimento.
In fondo Herrigel coglie l’essenza di un punto fondamentale: lo Zen non si riduce a teorie, tecniche o libri. È un incontro vivo, un percorso di trasformazione che passa attraverso il corpo, la mente e le emozioni, ma soprattutto attraverso la pratica costante. Lo Zen reale non è romantico: è esperienza,
fatica, disciplina, ripetizione, errore e perseveranza. Eppure, la prosa di Herrigel ha il merito di aprire porte e accendere curiosità, diventando per molti la prima vera introduzione allo Zen e al Kyūdō.
Il fascino di Lo Zen e il tiro con l’arco risiede anche nella sua capacità di creare un dialogo tra Oriente e Occidente. Il libro suggerisce che l’esperienza diretta possa andare oltre le parole e i concetti, ma la lettura occidentale inevitabilmente la trasforma: il mito dello Zen accessibile, intuitivo e immediato nasce proprio dalla soggettiva interpretazione di Herrigel e dalla naturale tendenza occidentale a comprendere, misurare e tradurre in concetti ciò che appartiene a una tradizione culturale e spirituale molto diversa. Questo non sminuisce il libro, ma lo colloca nella giusta prospettiva.
Ci insegna qualcosa di fondamentale: la spiritualità, e lo Zen in particolare, non sono universali in senso immediato, intuitivo o romantico. Si vivono invece nell’essere che trascende la pratica stessa, come dice il maestro Dōgen:
“Pratica e illuminazione sono uno. Non c’è più pratica, non c’è illuminazione: tutto è uno.”
Il concetto di Mushin, centrale nello Zen, significa letteralmente “mente senza mente”. Nella pratica del Kyudo diventa evidente: se pensi troppo, se cerchi di controllare il tiro con la volontà, fallirai. La freccia non segue il comando dell’ego, ma nasce dalla fusione completa tra consapevolezza e azione.
Il libro ci invita anche a riflettere sulla nostra epoca. Oggi, discipline come mindfulness, meditazione e persino il buddhismo, spesso, rischiano di essere consumate come prodotti culturali rapidi, strumenti per ridurre stress o ansia, di “solo benessere” senza comprendere la profondità della tradizione da cui provengono. La critica al “facile Zen” è quindi anche una lezione contemporanea: ci spinge a discernere tra la pratica autentica, il consumo culturale e la semplificazione romantica.
Una porta aperta
In fondo, Lo Zen e il tiro con l’arco resta uno dei libri più significativi per chi, come me, si è avvicinato allo Zen; come detto, il suo valore non è documentario, né storico, né completo. Il suo potere sta nella capacità di evocare domande, accendere curiosità e mostrare la possibilità di un percorso che unisce mente, corpo e spirito. Non offre risposte confezionate, ma invita a camminare, a praticare, a scoprire che lo Zen non è altrove: è qui, nell’atto presente, nell’attenzione a ogni gesto, nella vita quotidiana trasformata dalla presenza.
Oggi possiamo osservare ciò che Herrigel descriveva in termini pratici con gli occhi della scienza. Neuroscienze e psicologia moderna confermano che la concentrazione, l’attenzione focalizzata e il “lasciar andare” favoriscono il benessere mentale, riducono lo stress e migliorano la regolazione emotiva. Mushin, il non-sé e la fusione tra azione e mente attivano circuiti cerebrali che oggi possiamo misurare: l’attenzione diventa più stabile, le emozioni più equilibrate, lo stress diminuisce. Tuttavia, come ogni praticante Zen sa, la scienza può osservare i processi, ma non può catturare la profondità dell’esperienza: il senso di fusione, il Satori, l’esperienza diretta della realtà così com’è restano oltre ogni misurazione.
Questo dialogo tra scienza e Zen è esattamente ciò che rende Lo Zen e il tiro con l’arco contemporaneo: non è un libro antiquato su una pratica orientale, ma una guida per comprendere la mente umana, la presenza e l’azione in un mondo complesso e tecnologico.
Oggi, nel contesto della vita moderna, questo concetto appare più attuale che mai. Viviamo immersi in stimoli continui, con la mente divisa tra email, social media e preoccupazioni quotidiane. Mushin, come mostrano le esperienze Zen e la pratica del tiro con l’arco, non è fuga dal mondo, ma allenamento alla presenza: imparare a muoversi nel mondo senza essere sopraffatti dai pensieri
Lo Zen e il tiro con l’arco non è un manuale, non è una tecnica, non è un racconto storico accurato: è una porta. Una porta verso la pratica, verso la disciplina, verso la scoperta di sé e del mondo. E per questo, anche oggi, rimane un testo straordinariamente contemporaneo, capace di parlare a chiunque desideri avvicinarsi allo Zen, con cuore aperto e mente curiosa.
Il tiro è perfetto quando il bersaglio scompare.




