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Lo stile di vita europeo all’epoca dell’instabilità

 

Intervento alla Commissione Europea alla presenza del vicepresidente Margaritis Schinas, in occasione della riunione degli alti rappresentanti delle comunità religiose europee.

 

Il filosofo francese Michel Onfray in una recente intervista ha giustamente sottolineato che solo le religioni sono in grado di costituire la base per la creazione di una vera civiltà e non è affatto un caso che proprio l’identità religiosa giochi un ruolo decisivo nella possibilità o meno di creare una nuova comunità dialogante o, al contrario, di comunità che si guardano con sospetto.

 

La modernità pone la società europea di fronte a sfide che ci rendono fragili: le guerre, il cambiamento climatico legato al tema del rispetto della nostra terra, la povertà e il disagio sociale, l’educazione e il futuro dei giovani. Non ultime le discriminazioni religiose e la presenza pervasiva del digitale che richiede una seria riflessione di carattere etico oltre che pratico.

 

Forse più di ogni altro, il tema dell’immigrazione rappresenta una sfida complessa per le società occidentali, non solo in termini di sicurezza ma anche, e forse soprattutto, perché ci impone una riflessione profonda e urgente sul tema dell’identità della stessa società europea e sulla fragilità della democrazia moderna.

 

Una prima domanda non scontata è se e come le comunità di immigrati presenti in Europa percepiscano la necessità o la possibilità di essere parte di una comunità politica. Se il fenomeno migratorio è inarrestabile è chiaro che va governato e che la risposta alle necessità e alle profonde problematiche che porta con sé non può essere solo ristretta a un generico spirito di accoglienza.

 

La riflessione che fa emergere il confronto con nuove culture, spesso profondamente distanti tra loro, riguarda la nostra stessa consapevolezza o meno di essere parte di un contesto culturale e identitario che, nei secoli, ha espresso un’idea di umanità e di governo di stati, tradizioni religiose e proposte politiche che oggi sembrano fragili di fronte alla sfida imponente del fenomeno migratorio.

 

Per l’Occidente e l’Europa non c’era fino a pochi decenni fa un’idea di civiltà che potesse essere del tutto slegata dalla cultura che l’ha generata, che affonda le proprie radici nel Cristianesimo, nella filosofia e nella visione illuminista del mondo. Se, dunque, siamo di fronte a un trapasso ormai tanto evidente quanto rapido e destabilizzante, il tema da affrontare è se c’è un nuovo paradigma culturale, sociale, identitario all’orizzonte, quale nuova civiltà si prospetta e su quale terreno riuscirà a mettere radici capaci di indicare un senso.

 

Gli elementi di novità che arrivano da altre culture sono in grado di proporre visioni, linguaggi, ritualità credibili su cui immaginare una nuova Europa che sia davvero la casa di tutti? Di conseguenza, occorre anche domandarsi anche cosa può e deve essere conservato del nostro stile di vita della tradizione culturale europea. Serve che il dialogo con le nuove culture sia aperto e autentico e serve accettare la dimensione complessa del presente per costruire un ponte con il futuro.

 

In questa ottica, proprio Buddhismo e Islam sono proposte religiose in ascesa in Occidente capaci di coinvolgere in modo attivo non solo persone di origine straniera ma anche molti europei. Queste due tradizioni religiose hanno infatti radici antichissime i cui tratti futuri, in questo contesto europeo, sono ancora da delineare con chiarezza benché se ne intravedano alcuni elementi fondanti che possono rivelarsi come la base per una nuova etica individuale e collettiva.

 

Entrambi hanno infatti un altro deciso elemento comune, ossia porre in relazione la sacralità della persona con la comunità, come elemento fondamentale e centrale del modello di umanità che propongono. In particolare, la prospettiva buddhista è caratterizzata da elementi di grande modernità e organicità come la centralità di compassione, interdipendenza e cura. Soprattutto l’idea buddhista di una realtà interconnessa e impermanente può essere una risposta forte al senso di fragilità percepita dagli spiriti inquieti dall’uomo postmoderno.

 

Ma queste fedi «nuove» necessiteranno di idee e linguaggi capaci di parlare agli europei, e da parte della politica serviranno scelte e azioni in grado di garantire concretamente cittadinanza e dignità ai nuovi cittadini e altrettanta sicurezza a chi percepisce questa presenza come una minaccia. Il modello della solidarietà generica ha mostrato i propri limiti di fronte a una trasformazione che pone in primo luogo i paesi europei, come mai prima d’ora, di fronte ad una seria riflessione su quali sono i valori fondamentali da considerare irrinunciabili.

 

Solo attraverso questa riflessione onesta e coraggiosa possiamo immaginare un modello di comunità in cui le varie componenti si incontrino e dialoghino nel rispetto di un contesto comune di appartenenza. E questa appartenenza è e deve essere prima di tutto un riconoscimento delle istituzioni e del modello di convivenza civile e comunitaria che ne sono l’espressione e delle regole che permettono a queste di tradurre in azioni concrete questa identità.

 

C’è dunque prima di tutto da definire il quadro in cui un possibile modello di «integrazione» può attuarsi e rafforzare piuttosto che indebolire i caratteri della società democratica rappresentata dal contesto civile europeo, modello che l’immigrazione mette in discussione. Serve, inoltre, riflettere su quali sono i valori che ancora la nostra civiltà occidentale è in grado di mettere in campo. Riflettere su cosa è necessario conservare perché le nuove generazioni possano costruirvi una casa comune. Di fronte all’incontro con nuove culture serve un adattamento graduale per affrontare e gestire un processo che rischia, altrimenti, di travolgere le fondamenta di un intero sistema continentale con il rischio di danneggiare sia chi è qui sia chi arriva.

 

Da qui, il compito dell’Europa che verrà è quello di immaginare proposte e soluzioni che vadano oltre la retorica della solidarietà e rispondano invece alla richiesta di un futuro credibile che per primi proprio molte comunità di nuovi cittadini richiedono. Dalla capacità di rispondere a questa sfida nasceranno le condizioni che permetteranno ai nuovi europei di rimanere fedeli ai propri valori, alla propria comunità, mettendo questo patrimonio di valori e tradizioni a disposizione di una comunità più ampia che potranno finalmente chiamare casa.

 

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