Nel febbraio del 1884, il critico d’arte ed erudito inglese John Ruskin tenne un paio di conferenze sulla meteorologia presso la London Institution. La «Nube di tempesta del diciannovesimo secolo» era la sua invettiva contro il «vento di tenebra» e la «nube pestilenziale» che, a suo parere, da qualche anno avevano iniziato ad avviluppare le città vittoriane. Aveva effettuato accurate misurazioni meteorologiche, spiegò a un pubblico scettico. Si scagliò contro l’amarezza e la cattiveria del nuovo tempo presente e, cosa forse ancora più importante, su come questo rispecchiasse una certa «cupezza morale» della società. Osservò che si poteva leggere in noi ciò che si poteva vedere nel tempo.
Era facile in quel febbraio, e forse è facile anche oggi, ignorare ogni presunto segnale di oscurità come il vaneggiamento di un pazzo. Le nuvole sono nuvole: anche se le nuvole di Ruskin fossero realmente esistite – cosa che all’epoca fu oggetto di un certo dibattito – non sarebbe stato facile immaginare che avessero una qualche relazione con la psiche umana. Come ha osservato Brian Dillon a proposito delle lezioni sulle nuvole in The Paris Review nel 2019, può essere difficile dire dove finisca il «maltempo di Ruskin e dove inizi il suo umore stravolto e triste». Nel 1886, Ruskin ebbe un esaurimento nervoso mentre teneva una conferenza a Oxford. Alla fine della sua vita, a cavallo del secolo, era comunemente ritenuto pazzo. Le sue divagazioni sulla meteorologia e sullo spirito umano non vengono accolte con la stessa considerazione dei suoi libri su J.M.W. Turner.
L’aria piena di fuliggine, i rifiuti chimici
e umani, il clamore dei macchinari:
tutto questo non era solo un fastidio fisico.
Erano assalti ai sensi, che modellavano
gli stati d’animo.
Eppure, per Ruskin, le nuvole non erano semplici nuvole: erano alimentate da una «nebbia produttrice di densità», come aveva annotato in un diario. Le nuvole pestilenziali incarnavano il miasma della Rivoluzione Industriale; la cupezza morale era specificamente quella che derivava dai rapidi cambiamenti sociali e ambientali in corso. L’epoca di Ruskin aveva visto l’incessante trasformazione di paesaggi pastorali in centri industriali. Tutto puzzava di zolfo e sofferenza. L’aria piena di fuliggine, i rifiuti chimici e umani, il clamore dei macchinari: tutto questo non era solo un fastidio fisico. Erano assalti ai sensi, che modellavano gli stati d’animo e il comportamento secondo modalità ancora non del tutto comprese.
Ruskin era convinto che il ritmo incessante dell’industrializzazione, con la sua cacofonia di attrezzi, le fabbriche tentacolari e la distruzione dell’ambiente, mettesse a repentaglio il benessere psicologico: la mente, al pari del corpo, richiede un ambiente sociale e fisico sano per prosperare. Si trattava in realtà di un’idea piuttosto nuova. (Isaac Ray, uno dei fondatori dell’Associazione Psichiatrica Americana, avrebbe introdotto l’idea di igiene mentale, antesignana della salute mentale, solo nel 1893). L’instabilità dell’ambiente, secondo Ruskin, genera instabilità nella mente. L’una è il riflesso dell’altra. Più di un secolo dopo, mentre siamo alle prese con una nuova serie di cambiamenti ambientali repentini, le nubi pestilenziali sono di nuovo una cupa realtà. La temperatura media globale della superficie del pianeta è aumentata di circa 1,1°C (2F) dall’era preindustriale, e gran parte di questo riscaldamento si è verificato negli ultimi 40 anni. I ghiacci si stanno sciogliendo; il livello dei mari è in costante aumento; le tempeste – beh, conosciamo la storia. Eppure, nella maggior parte dei casi, si tratta ancora di una storia del mondo lì fuori: il mondo fuori di noi. La narrazione del cambiamento climatico è fatta di eventi meteorologici estremi, sconvolgimenti economici e perdita di biodiversità. E se valesse la pena di prendere sul serio la presunta follia di Ruskin? Che dire delle nostre nuvole interiori? Mentre la crisi climatica sconvolge il tempo, acidifica gli oceani e infrange i record di temperatura con spaventosa regolarità, è lecito chiedersi se anche le nostre menti stiano cambiando allo stesso modo.
Ecco alcune delle risposte più preoccupanti. I giudici che si occupano di immigrazione tendono a non pronunciarsi a favore dei richiedenti asilo nelle giornate più calde. In questi giorni, gli studenti si comportano come se avessero perso un quarto d’anno di istruzione, rispetto alle giornate temperate. Ad anni scolastici più caldi corrispondono tassi di apprendimento più bassi. La temperatura preannuncia l’incidenza dello hate speech online. La violenza domestica aumenta con il clima più caldo. Anche i suicidi.
Ma tu sai già come ci si sente. Forse con il caldo sei più irritabile. Forse senti di essere un po’ più lento di comprendonio. È più difficile concentrarsi e più facile agire d’impulso. Tomi di neuroscienze cognitive e ricerche di economia comportamentale ti danno ragione, e non si tratta soltanto di fenomeni gravi come la violenza domestica. Gli automobilisti suonano il clacson più spesso (e più a lungo) a temperature più elevate. Il caldo preannuncia falli più aggressivi nello sport. Nel baseball, i lanciatori sono più propensi a colpire i battitori con i loro lanci nelle giornate più calde e la temperatura esterna è un fattore predittivo ancora più forte della loro tendenza a reagire in questo modo se hanno visto un lanciatore avversario fare la stessa cosa.
In altre parole: a quanto pare le nubi pestilenziali incombono anche dentro di noi. Illustrano l’interconnessione tra il nostro mondo interiore e quello esteriore. Tradiscono una certa inconsistenza della capacità di azione dell’uomo, nel senso che il nostro processo decisionale risulta influenzato da fattori ambientali molto più di quanto suggerisca la nostra intuizione. E rendono la crisi climatica ancora più evidente: perché, sì, quando cambia il clima, cambiamo anche noi.
La London Institution chiuse i battenti nel 1912. Al giorno d’oggi, chi vuole lanciare i suoi strali contro le interazioni avverse tra l’ambiente e la mente umana, pubblica un articolo su The Lancet. Ed è quello che hanno fatto 24 neurologi, per lo più britannici e clinici, nel maggio del 2024, sostenendo che «l’incidenza, la prevalenza e la gravità di molte patologie del sistema nervoso» possono essere influenzate dal riscaldamento globale. Secondo questi ricercatori, guidati da Sanjay Sisodiya, professore di neurologia presso lo University College di Londra nel Regno Unito, la storia del clima è davvero una storia di nubi interiori.
Nella loro indagine su 332 studi scientifici, Sisodiya e i suoi colleghi dimostrano che l’influenza del clima va ben oltre il comportamento e si manifesta nel cuore stesso del cervello, cioè nei solchi corticali. Alcuni aspetti dell’emicrania, dell’ictus, delle convulsioni e della sclerosi multipla sembrano dipendere dalla temperatura.
A Taiwan, riferiscono gli autori, il rischio di ricovero per schizofrenia aumenta con l’innalzamento delle temperature diurne. Anche in California, «le visite in ospedale per qualsiasi disturbo della salute mentale, autolesionismo, lesioni intenzionali di un’altra persona o omicidio» aumentano con escursioni termiche giornaliere più ampie. In Svizzera si registra un incremento dei ricoveri per disturbi psichiatrici nei periodi più caldi, con un rischio particolarmente pronunciato per chi soffre di disturbi dello sviluppo e schizofrenia.
Fuori dal contesto ospedaliero, il cambiamento climatico sta estendendo il raggio d’azione di vettori di malattie come zecche, zanzare e pipistrelli, il che induce gli scienziati a prevedere un aumento dell’incidenza di malattie cerebrali trasmesse da questi vettori e zoonotiche come la febbre gialla, Zika e la malaria cerebrale.
La crisi climatica sconvolge il tempo,
acidifica gli oceani e infrange i record
di temperatura con spaventosa regolarità:
è lecito chiedersi se anche le nostre menti
stiano cambiando allo stesso modo.
E in generale al di là del sistema sanitario, un ambiente in continuo cambiamento influisce sui sistemi sensoriali e sulla percezione, degradando sia le informazioni sensoriali che gli strumenti biologici che utilizziamo per elaborarle. A parte la sfera cognitiva, il riscaldamento delle acque dolci porta con sé una maggiore frequenza di fioriture di cianobatteri, i quali rilasciano neurotossine che aumentano il rischio di malattie neurodegenerative come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA, nota anche come morbo di Lou Gehrig).
In effetti, studi recenti sembrano indicare il rischio che il cambiamento climatico possa esacerbare l’incidenza già oggi rilevante di malattie neurodegenerative come il Parkinson e l’Alzheimer. Nei Paesi con climi più caldi della media, un riscaldamento più intenso è stato collegato a un maggiore aumento dei casi di Parkinson e, come osservano Sisodiya e colleghi, la previsione dei più alti tassi di incremento della demenza riguarda «i Paesi che patiscono i maggiori effetti del cambiamento climatico». Allo stesso modo, l’esposizione a breve termine alle alte temperature sembra far aumentare le visite al pronto soccorso per i pazienti affetti da Alzheimer. L’aria irrespirabile ha probabilmente un ruolo complementare: a Città del Messico, per esempio, dove i residenti sono esposti ad alti livelli di particolato fine e ozono fin dalla giovane età, le autopsie hanno rivelato una patologia progressiva di Alzheimer nel 99% delle persone di età inferiore ai 30 anni.
E i rischi non si limitano ai cittadini di oggi. Nel 2022, ad esempio, uno studio epidemiologico ha rivelato che l’esposizione al calore durante la prima gravidanza è associata a un aumento significativo del rischio che i bambini sviluppino schizofrenia, anoressia e altre patologie neuropsichiatriche. È noto da tempo che le alte temperature durante la gestazione ritardano lo sviluppo neurologico nei ratti. Altri scienziati hanno dimostrato che subire disastri naturali in utero aumenta notevolmente il rischio di ansia, depressione, disturbo da deficit di attenzione/iperattività e disturbi del comportamento nei bambini più grandi. Sono effetti che gettano una nuova luce sulle responsabilità intergenerazionali dell’Antropocene anche perché, come scrivono Sisodiya e colleghi, c’è un’enorme «disparità globale tra le regioni più colpite dal cambiamento climatico (oggi come in futuro) e le regioni in cui viene condotta la maggior parte degli studi». Non sappiamo cosa non sappiamo.
Quello che sappiamo è che il cervello si sta rivelando, studio dopo studio, come uno dei paesaggi più vulnerabili al cambiamento climatico.
È un utile riorientamento di prospettiva. Torniamo per un attimo al suono del corno e ai lanciatori di baseball. Concentrarsi sul cervello permette di guardare ai casi di studio con occhio meccanicista e di evitare espressioni come «vento di tenebra». Pare ad esempio che temperature più elevate inducano nelle reti funzionali del cervello – il coordinamento di regioni diverse – un’attività casuale. In caso di caldo estremo, gli scienziati hanno osservato un sovraccarico di lavoro della corteccia prefrontale dorsolaterale (dlPFC), la regione cerebrale evolutivamente nuova che il neuroendocrinologo Robert M. Sapolsky dell’Università di Stanford definisce «il decisore razionale definitivo della corteccia frontale». La dlPFC limita il grado di impulsività, di modo che una perturbazione dell’attività della dlPFC tende a tradursi in un relativo predominio delle strutture limbiche (come l’amigdala, in sintonia con le emozioni) sul comportamento. Più calore, meno decisioni razionali.
Ma la fisicità dell’influsso ambientale sul cervello è più diffusa dell’lPFC e riguarda più ordini di grandezza. Nei pesci zebra, ad esempio, lo stress termico riduce l’espressione di proteine importanti per la costruzione delle sinapsi e il rilascio di neurotrasmettitori. Nei topi, il calore scatena anche un’infiammazione nell’ippocampo, una regione cerebrale necessaria per la formazione e l’immagazzinamento della memoria. Sebbene la neuroinfiammazione svolga spesso un ruolo inizialmente protettivo, l’attivazione cronica delle cellule immunitarie – come le microglia e gli astrociti – può diventare tossica, perché nel lungo periodo le molecole pro-infiammatorie possono danneggiare le cellule cerebrali. Nell’uomo, l’ipertermia è associata a una diminuzione del flusso sanguigno in questa regione. Le osservazioni degli psicologi sul calo della cognizione e sull’aumento dell’aggressività a temperature più elevate si inquadrano nel contesto di queste scoperte.
Il nascente campo delle neuroscienze ambientali cerca di «comprendere le relazioni qualitative e quantitative tra ambiente esterno, neurobiologia, psicologia e comportamento». Per coniare un neologismo più specifico – dal momento che questa particolare frase comprende anche esposizioni ambientali come il rumore, lo sviluppo urbano, l’illuminazione e la criminalità – si potrebbe chiamare questo nuovo ambito interdisciplinare neuroepidemiologia climatologica. Oppure, non so, forse abbiamo bisogno di qualcosa di più veloce per TikTok.
Neuroclimatologia? Neurodinamica ecologica? Io preferisco: il peso della natura.
Il peso grava sulle nostre mani, come nel caso degli effetti comportamentali che abbiamo evidenziato.
Quando il caldo estremo ti entra nella mente e fa pendere l’ago della bilancia verso la violenza, sta vincolando le tue scelte. Per definizione, le decisioni impulsive scaturiscono da una riflessione relativamente ridotta rispetto a quelle ponderate: poiché la mutevolezza del clima mutevole influenza le nostre reazioni e il nostro processo decisionale, dovremmo vedervi come una compromissione del nostro libero arbitrio. Il peso della natura è ingente. Ci devia.
È anche un fardello psicologico difficile da sostenere. Probabilmente il concetto di ansia da clima ti è noto. Questa espressione, che di solito si riferisce a uno stato quasi-patologico di preoccupazione e paura per l’imminente distruzione dell’ambiente, non mi è mai piaciuta particolarmente.
Secondo la definizione del DSM, per ansia si intende comunemente una preoccupazione «eccessiva». Non sono convinto che ci sia nulla di eccessivo nel vedere chiaramente i segni della crisi climatica e nel provare un senso di sventura. Forse dovremmo considerare chi sperimenta l’ansia da clima come dotato di un cervello più sviluppato rispetto al resto della cucciolata: le Cassandre sono le uniche sane di mente rimaste. Non è una battuta. Le neuroscienze hanno davvero cominciato a studiare questi cervelli, e non a caso. La corteccia cingolata dorsale, un nodo chiave del circuito cerebrale di rilevamento delle minacce, potrebbe rivelare alcuni indizi sulle basi biologiche del disturbo: in uno studio del 2024, ad esempio, i ricercatori della Northern Michigan University hanno scoperto che chi riferiva livelli più elevati di ansia per il cambiamento climatico mostra di avere modelli distinti di struttura e funzione cerebrale in questa regione, rispetto a chi sperimentava livelli più bassi di ansia per il clima, e indipendentemente dai livelli base di ansia in generale. In particolare, il cervello di chi prova ansia da clima sembra avere una corteccia cingolata dorsale meno estesa (in termini di materia grigia) ma funzionalmente più connesso ad altri snodi chiave della rete di salienza cerebrale, un sistema che si ritiene scruti costantemente l’ambiente alla ricerca di informazioni emotivamente rilevanti. Nella rete di salienza, la corteccia cingolata dorsale opera fianco a fianco con strutture limbiche come l’amigdala e l’insula per preparare il corpo a rispondere in modo appropriato a questo tipo di informazioni. In chi soffre di ansia da clima, questa rete potrebbe essere dunque particolarmente in sintonia con i segnali di minaccia legati al clima.
Piuttosto che indicare una carenza, quindi, una corteccia cingolata dorsale ridotta potrebbe segnalare un sistema di rilevamento delle minacce più efficiente e raffinato. È risaputo infatti che il cervello, nel corso del tempo, riduce le connessioni ridondanti, conservando solo i percorsi neurali più utili. Questa plasticità selettiva (selective sculpting), suggeriscono i ricercatori del Michigan, potrebbe consentire al cervello che sperimenta l’ansia da clima di elaborare le informazioni preoccupanti con più efficacia, facilitando la rapidità di comunicazione tra la corteccia cingolata dorsale e altre regioni coinvolte nell’anticipazione delle minacce e nella rispostaì. In altre parole, scrivono gli studiosi, la corteccia cingolata dorsale ansiosa potrebbe essere caratterizzata da un «cablaggio più efficiente».
Questa sensibilità neurale ai potenziali pericoli potrebbe essere sia una benedizione che una maledizione. Da un lato, potrebbe mettere in sintonia alcune persone con i reali pericoli del futuro. La corteccia cingolata dorsale ha un ruolo fondamentale per anticipare le minacce future e le meta-analisi hanno rilevato che questa regione si attiva costantemente quando si contemplano esiti negativi imprevedibili. Se consideriamo lo spettro incombente della catastrofe climatica, un sistema di rilevamento delle minacce potrebbe essere una risorsa adattiva.
Ma l’ansia da clima non è solo un fenomeno socioculturale. D’altra parte, sostengono i ricercatori: «La complessità, l’incertezza e la distanza temporale e geografica della crisi climatica, oltre alla sua natura globale, possono spingere a sottovalutare i rischi associati al cambiamento climatico o a cedere al disfattismo e al disimpegno, cioè a uno stato che alcuni definiscono “eco-paralisi”».
Una corteccia cingolata dorsale iperattiva è stata collegata ai disturbi clinici da ansia e le nuove scoperte suggeriscono che l’ansia da clima condivida in parte le stesse basi neurali. È importante ricordare che l’ansia da clima si presenta distinta dall’ansia generalizzata, in quanto le differenze cerebrali osservate nello studio del Michigan non possono essere spiegate dai livelli di ansia generale. In definitiva, per quanto speculativi, questi risultati suggeriscono che l’ansia da clima non è un semplice fenomeno socioculturale, ma un disturbo con correlati neurali teoricamente identificabili. Se fossero confermati, offrirebbero un quadro biologico che permette di spiegare perché alcune persone possono essere psicologicamente più colpite dal cambiamento climatico rispetto ad altre. E ci spingono a sollevare la stimolante domanda se i cervelli di chi soffre di ansia da clima sono particolarmente adatti ad affrontare la minaccia esistenziale di un mondo in via di surriscaldamento oppure più vulnerabili. Quale che sia la risposta, sono una testimonianza degli effetti del mondo esterno su quello interiore.
Qui c’è forse un rovescio della medaglia. Il cambiamento del clima ha effetti profondi sulla nostra neurobiologia. Cosa potrebbe comportare allora un nuovo orientamento della neurobiologia in direzione del cambiamento climatico? È la premessa di un articolo pubblicato nel 2023 su «Nature Climate Change» dalla neuroscienziata Kimberly Doell dell’Università di Vienna e dai suoi colleghi, secondo cui si tratta di un campo di studi ben attrezzato per la comprensione delle nostre risposte di adattamento al clima e del processo decisionale a favore dell’ambiente. Nei decenni trascorsi da quando Ruskin agitava i pugni al cielo, le neuroscienze ambientali hanno iniziato a sondare la contraddanza degli organismi e delle loro nicchie ecologiche. Oggi sappiamo che la struttura degli ambienti moderni – spazi verdi, espansione urbana, strati socioeconomici – lascia un segno nel cervello. Lo stesso vale per il cambiamento climatico.
Di conseguenza, sostengono Doell e colleghi, scienziati e attivisti possono attingere alle scoperte delle neuroscienze per migliorare le strategie di comunicazione volte a stimolare l’azione per il clima. Si tratta insomma di ribaltare la situazione, sfruttando le intuizioni della neurobiologia e delle neuroscienze cognitive per progettare soluzioni più efficaci per il clima, sia nel nostro mondo interiore che per la società nel suo complesso.
Per un approccio di questo genere abbiamo a disposizione dei modelli. La ricerca sulla povertà, ad esempio, ha da tempo associato le condizioni socioeconomiche a una salute carente. Negli ultimi anni, le neuroscienze hanno chiarito in che modo le varie piaghe della povertà – sotto-stimolazione, esposizione a sostanze tossiche, stress cronico – possono erodere l’architettura dei neuroni e ostacolare lo sviluppo cognitivo. La scienza del cervello da sola non troverà una soluzione alla povertà, ma una comprensione sia pure limitata di questi meccanismi è già stata di stimolo per campagne come HeadStart, un programma prescolare incentrato sulla famiglia che ha dimostrato di aumentare l’attenzione selettiva (come dimostrato dai tracciati elettrofisiologici) e i punteggi nei test cognitivi. L’ineguaglianza strutturale è un’idra difficile da sconfiggere, ma i neuroscienziati sono riusciti a fare luce sui correlati neurali della povertà, a segnalarne i danni reversibili e a progettare di conseguenza rimedi mirati. Secondo Doell e colleghi, le neuroscienze del cambiamento climatico possono fare altrettanto.
Per realizzare questo potenziale, però, dobbiamo capire meglio come l’allucinazione febbrile dell’Antropocene sta già modificando il nostro hardware. Le scienze sociali e comportamentali hanno iniziato a catalogare le ricadute psicologiche dei mutamenti del pianeta, ma quella che manca ancora è una tassonomia neurale del cambiamento climatico. Disponiamo di un arsenale metodologico e concettuale, ma per perfezionarlo sarà necessario coniugare le scienze climatiche, la medicina, la psicologia, le scienze politiche e altre discipline. Alcuni ci stanno provando. Ad esempio, la Fondazione Kavli di Los Angeles, negli Stati Uniti, riconoscendo l’urgenza di risposte, ha lanciato l’anno scorso un appello agli scienziati affinché studino la risposta dei sistemi neurali agli sconvolgimenti ecologici. Con uno stanziamento di 5 milioni di dollari, la fondazione si propone di chiarire in che modo la perdita di habitat, l’inquinamento luminoso e altri danni ambientali possono influenzare i meccanismi molecolari, cellulari e circuitali dei cervelli, umani e non. La questione centrale è: in una biosfera in cui il cambiamento è l’unica costante, i sistemi neurali sono sufficientemente plastici da tenere il passo o avranno difficoltà ad adattarsi? La prima ondata di ricercatori che ha raccolto la sfida della Fondazione Kavli sta studiando una serie di creature diverse, ognuna delle quali costituisce un campo di osservazione privilegiato della resilienza del cervello di fronte allo sconvolgimento del pianeta. Wolfgang Stein della Illinois State University e Steffen Harzsch dell’Università di Greifswald, ad esempio, si concentrano sui crostacei per comprendere in che modo i loro regolatori termici neurali affrontano l’aumento delle temperature in acque basse e profonde. Un altro gruppo di scienziati ha scelto di studiare il cervello dei cefalopodi, la cui abilità di editing dell’RNA potrebbe avere un ruolo fondamentale per la capacità di tollerare il calo dei livelli di ossigeno in habitat acquatici sempre più soffocanti. Un terzo gruppo Kavlico, guidato da Florence Kermen dell’Università di Copenaghen studia pesci zebra sottoposti a temperature estreme, analizzando neuroni e cellule gliali alla ricerca delle caratteristiche molecolari che permettono a questi pesci di prosperare anche in un ambiente surriscaldato.
l’ansia da clima non è solo
un fenomeno socioculturale
Questi investimenti iniziali hanno suscitato la curiosità del governo degli Stati Uniti. Nel dicembre 2023, la US National Science Foundation ha unito le forze con la Fondazione Kavli, invitando i ricercatori a presentare proposte di ricerca che cerchino di sondare i «meccanismi modulatori, omeostatici, adattativi e/o rivoluzionari che hanno un impatto sulla neurofisiologia in risposta all’influenza antropica sull’ambiente». Forse non siamo ai livelli di uno sforzo bellico, ma pare almeno che stiamo iniziando a camminare nella giusta direzione.
Il cervello, spugnoso centro di comando appollaiato in cima al midollo spinale, è sempre stato una scatola nera. Mentre la crisi climatica stringe la sua morsa e il terreno ecologico sotto i nostri piedi diventa sempre più instabile, aprire questa scatola e scrutare al suo interno diventa un imperativo ogni giorno più urgente. Abbiamo già iniziato a intravedere i contorni di una nuova cartografia neurale, tratteggiata a grandi linee da studiosi come Sisodiya e i suoi colleghi. Oggi sappiamo che il cervello non è tanto un grumo statico di tessuto autoregolato quanto un paesaggio dinamico e vivente, le cui colline e valli sono modellate dai contorni del nostro ambiente. Come la calotta glaciale della Groenlandia geme e si deforma a causa del calore di un clima che cambia, allo stesso modo le nostre sinapsi appassiscono e i nostri neuroni si spengono quando il mercurio sale. E come l’innalzamento dei mari inghiotte le coste e le foreste soccombono alla siccità e alle fiamme, così i confini anatomici del nostro cervello vengono ridisegnati da ogni nuovo danno ambientale.
Ma il dialogo tra cervello e biosfera non è a senso unico. Le scelte che facciamo, i comportamenti che perseguiamo, il nostro modo di vivere in un mondo in crisi: tutte queste decisioni si riflettono sull’ambiente, nel bene e nel male. Quindi, propongo: nel cercare di capire in che modo il cambiamento del clima modella i contorni della nostra mente, dobbiamo anche fare i conti con il modo in cui l’architettura dei nostri pensieri può essere rinnovata al servizio della sostenibilità. I cartografi della mente dell’Antropocene hanno il loro bel da fare. Nella neuroscienza – con le sue scintillanti scansioni cerebrali e il ronzio dei suoi elettrodi, con la precisione dell’editing genetico e la sua potenza algoritmica – c’è qualcosa che si avvicina a un punto di partenza. Se rintracciamo i percorsi dell’impatto ambientale fino alle loro radici neurali e risaliamo alle conseguenze a cascata dei nostri processi mentali nel mondo, potremmo iniziare a orientarci nell’intricata rete che lega i destini della mente e del pianeta.
Un punto è chiaro: a mano a mano che si combinano gli ingranaggi della crisi climatica, i nostri cervelli saranno trascinati in questa corsa. La domanda è se saremo semplici passeggeri o se prenderemo il controllo e sapremo orientarci verso qualcosa che assomigli a un futuro vivibile. Il peso della natura, l’immensità della crisi che stiamo affrontando, è scoraggiante. Ma non deve essere necessariamente paralizzante. Un po’ alla volta, sinapsi per sinapsi, possiamo trovare una via d’uscita dalle nubi pestilenziali. Come disse Ruskin in un momento di maggior chiarezza: «Spazzare via l’imperfezione significa distruggere l’espressione, frenare lo sforzo, paralizzare la vitalità». Se mai potessimo eliminare la presunta imperfezione dell’influenza ambientale dalla nostra mente, farlo sarebbe un errore. Al contrario, dovremmo leggervi una relazione intima e vitale tra il sé e il mondo.
In questo, la neuroepidemiologia climatologica – per quanto giovane e non testata – è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano. Guarda nella scatola nera della mente alterata dal clima e chiarisce i circuiti neurali della nostra situazione planetaria, offrendo così un contributo prezioso: un accenno alla possibilità di prendere in mano la situazione in un mondo che spesso sembra andare fuori controllo. Il cambiamento, suggeriscono questi studi, è a portata di mano, alloggiato entro i morbidi confini delle nostre meningi, pronto a essere innescato. E anche se il peso della natura ci opprime, possiamo ancora trovare un modo per reagire.





