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L’elettronica e il senso della vita

 

 

 

Ho vissuto gran parte della mia vita accompagnato da una lieve malinconia che derivava dal fatto di aver trascurato la mia passione per la spiritualità a beneficio di una più sicura carriera ingegneristica. Certo, l’ingegneria è un’occupazione nobile. Un’occupazione a cui si deve sacrificare gran parte del proprio tempo se la si vuole padroneggiare, e che si nutre della creatività e della predisposizione umana all’innovazione. Ma, nella mia ingenuità giovanile, non mi sono avvicinato all’ingegneria elettronica per motivazioni così elevate. Ero bravo in scienze e matematica – tanto bastava perché il mondo mi indicasse che era la scelta più logica. Nonostante fossi stato assunto di fresco, facevo comunque ritorno alla sorgente delle discipline scientifico-tecnologiche. La sera studiavo per una laurea specialistica in ingegneria elettronica, convinto che potesse aumentare le mie possibilità di avere una carriera di maggior successo. Anche allora, la mia vera passione era la spiritualità, una ricerca che credevo avesse poco a che fare con le capacità lavorative, e meno che mai con la scienza. Mi sbagliavo.

 

Ora, a distanza di vent’anni, la mia passione per la spiritualità non si è attenuata. La sera tardi e la mattina presto passo ore intere a esplorare testi sacri, a scrivere, e a inseguire le scintille di entusiasmo per i misteri della vita della mia gioventù. Ho anche organizzato la mia carriera di modo che tenesse conto delle mie passioni, coniugando un approccio spirituale alle mie capacità tecniche. Così, fra le altre cose, ho pubblicato un libro sulla relazione fra la spiritualità e il baseball, sport che adoro seguire come coach volontario dei miei bambini. Ma ripensando alla mia carriera e alle mie decisioni, mi sono reso conto, non senza sorpresa, che l’ingegneria elettronica è tutt’altro che avulsa dalla spiritualità. Mi sono reso conto che i miei studi di ingegneria elettronica hanno plasmato la mia concezione della spiritualità e ho individuato 10 punti di contatto che sono emersi nel corso della mia ricerca.

 

1. Ogni cosa è costituita da campi di forze invisibili che irradiano energia

Dal momento che siamo esseri sensoriali, facciamo esperienza del mondo in termini per lo più materiali. Vediamo case, macchine e alberi come sostanze solide, rigide che esistono in un enorme universo di spazio. Ma non serve poi molto per capire che ogni cosa è, in effetti, elettrica. E cioè, tutto è composto da molecole, che a loro volta sono composte dall’organizzazione di atomi i cui nuclei sono circondati da elettroni che orbitano secondo schemi diversi, mistici, chiamati «nuvole». E il moto degli elettroni, solitamente fra gli atomi, è l’elemento alla base della più elementare definizione di elettricità. Quando esaminiamo gli elettroni muoviamo i primi passi nel terreno piuttosto vischioso della meccanica quantistica. È precisamente a questo punto nel corso della nostra formazione in ingegneria elettronica che incontriamo qualcosa che si chiama dualismo onda-particella. Gli elettroni, come la luce, presentano quell’affascinante tratto caratteriale per cui sembrano cambiare comportamento a seconda di come li si osserva. Il che vuol dire che quando ci aspettiamo che si comportino come particelle discrete – come piccole palle da biliardo nello spazio mosse in determinate direzioni in seguito a una spinta – è precisamente quello che fanno. Ma se ci aspettiamo che si comportino come onde di energia – come increspature su una superficie d’acqua – fanno anche quello. E queste onde si propagano in aggregati che chiamiamo campi. I campi sono un mistero. Sono ovunque. Sappiamo che, se gli elettroni non si comportassero come campi, la distanza fra gli elettroni e il nucleo risulterebbe in un atomo costituito al 99% da spazio vuoto, il che, a sua volta, risulterebbe in uno spazio vuoto superiore al 99% in ogni cosa. E una simile condizione creerebbe una fondamentale instabilità e imprevedibilità persino nel più solido terreno. Perciò dobbiamo imputare ai campi la nostra capacità di riconoscere le strutture elementari dell’universo. Pertanto, nell’ingegneria elettronica, troviamo qualcosa che risulta indistinguibile dalla nostra concezione dello spirito. I campi sono il terreno condiviso della nostra esistenza. Sono ciò da cui tutto sorge. Offrono senza sosta l’energia necessaria a sostenerci nel corso della vita. Grazie all’ingegneria elettronica, quindi, scopriamo che ogni cosa consiste di forze invisibili che irradiano energia. Il che è ciò che chiamo spirito.

 

2. I campi sono organizzati come onde in un universo non dualistico

Ora osserviamo alcune caratteristiche dei campi. Sappiamo che si comportano come onde. Nel caso dell’elettricità, uno dei campi principali è il campo elettromagnetico che risulta dal movimento degli elettroni. L’eccitazione di queste onde irradia energia – i fotoni – che si propaga nello spazio e condivide con gli elettroni la stessa dualità onda-particella. Si tratta di una forma di energia che segue il comportamento di onde e particelle ma non possiede una massa. Quando la frequenza dei fotoni è compresa in un certo spettro, li percepiamo sotto forma di luce visibile. È questo il processo che porta la luce nel mondo. Ad altre frequenze vengono invece chiamate onde radio o radiazioni dei cellulari; raggi gamma, infrarossi e ultravioletti. Ne siamo sempre circondati. Una caratteristica singolare delle onde è quella di oscillare, sempre, su e giù, fra due stati. La cresta di un’onda non può esistere senza il suo ventre e viceversa. Perciò, benché usiamo l’espressione dualità onda-particella, quello che stiamo dicendo è che i campi non sono dualistici. Il che significa che per quanto possiedano proprietà che includono diversi stati, non esistono discretamente in uno stato o in un altro, sono qualcosa di unitario. Non esistono secondo la stessa modalità con cui noi, esseri limitati, osserviamo il mondo – come cose che devono essere o questo o quello, avere un nome, una loro lealtà e una loro indipendenza. Quello che troviamo, invece, è una sorta di danza. Luce e oscurità, forma e vuoto, vita e morte. Il che ci porta alla seconda lezione dell’ingegneria elettronica: l’universo è fatto di contrasti insolubili, ossia, in altri termini, non esistono entità discrete capaci di esistere indipendentemente da altre entità. L’universo non è dualistico. È solo l’armonizzazione dei nostri sensi a uno specifico insieme di frequenze che fa sì che il mondo appaia per come lo vediamo. La società e molte religioni, e possiamo osservarlo ogni giorno, vengono tratte in inganno dalla natura creativa dell’universo e pensano che qualcosa sia «migliore» o preferibile rispetto ad altro. Qui, però, si perde di vista il punto centrale cioè che l’universo non può essere una cosa senza essere anche l’altra. Questo pensiero dualistico è ciò che sta alla base dell’idolatria di molte religioni che le porta a dichiarare che un qualche elemento conoscibile sia Dio o uno «stato superiore» separato dagli altri. Idea che è in diretto contrasto con l’unitarietà dell’universo. Questa consapevolezza ha posto le basi per una comprensione della divinità completamente diversa rispetto a quella a cui sono stato educato a catechismo da bambino.

 

3. I campi richiedono che si osservi con maggiore attenzione il vuoto (necessitano del vuoto)

La terza lezione che ho imparato grazie all’ingegneria elettronica deriva dall’ottica, mediante la quale abbiamo determinato che, affinché possa esserci luce nel mondo, deve esistere anche un vuoto in cui collocarla. Come detto nella precedente sezione dedicata alle onde, l’universo richiede che qualsiasi stato sia posto in contrasto con il vuoto affinché se ne possa percepire l’esistenza. Se il nostro intero campo visivo si limitasse a un pixel in una fotografia del sole non avremmo alcuna concezione della luce e dell’oscurità. Tutto sarebbe «chiaro», ma, proprio perché tutto sarebbe «chiaro», non lo considereremmo «chiaro» poiché non avremmo concezione dell’oscurità. Proprio come se i nostri timpani non fossero fatti per vibrare secondo un moto ondulatorio, fra uno stato di attività e di quiete, non avremmo concezione del suono. È solo perché facciamo esperienza del contrasto con l’oscurità che possiamo identificare la luce. Allo stesso modo, quando nell’oscurità la luce è completamente assente, ed è effettivamente assente, la possiamo percepire come tale perché possiamo confrontare l’assenza alla presenza. Pertanto, se siamo in grado di esprimere l’idea di forma è proprio grazie alla nostra conoscenza del vuoto. In questo senso, scopriamo che la nostra idea di «io» emerge dal vuoto. È un’idea che nel Cristianesimo incontriamo già nel primo capitolo della Genesi, là dove la terra inizialmente è «informe e vuota». E la ritroviamo poi in San Paolo, quando, nella conclusione della sua Lettera ai Filippesi, discute dei pensieri di Cristo, resi possibili dal fatto che Gesù abbia «svuotato» sé stesso. Lo spazio vuoto è necessario perché si possa fare esperienza della radiosità dei campi. Solo in questo modo possono emergere e diventare ciò che devono essere. Di conseguenza, questa stessa logica mi ha portato a capire che, affinché si possa avere una vita piena, è prima necessario attraversare un processo di svuotamento. La stessa idea di svuotamento è fondamentale anche nel Buddhismo e nell’Induismo. Nel Buddhismo troviamo infatti il «Nirvana», il più alto stato spirituale, il cui nome si potrebbe tradurre come «estinzione» – estinzione delle fiamme delle passioni dell’io. Nell’induismo troviamo un concetto simile nell’idea di dover «conquistare l’io» per poter esperire il vero io interiore. La Bhagavadgītā recita: «L’uomo che, abbandonando tutti i desideri, va e viene, libero da attaccamento, non dice più: “È mio”, né “Io”; quegli accede alla pace».

 

4. I campi sono relativi (necessitano della relazione)

La quarta cosa che ho imparato è che le onde sono relazionali. Dal punto di vista della relatività, si può osservare, con una certa semplicità, come il sole necessiti di un altro corpo per poter far brillare la sua luce. Certo, il sole è una fonte luminosa – come abbiamo detto i suoi campi irradiano energia sotto forma di fotoni, e la frequenza di alcuni fotoni rientra nello spettro visibile. Ma se osservassimo lo spazio che circonda il sole non vedremmo altro che oscurità. Solo allargando il campo ad altri corpi celesti vedremmo la piena espressione della sua capacità di brillare. È solo quando mettiamo il sole in relazione con i pianeti che possiamo testimoniare del movimento del pianeta. Questa proprietà delle onde ci permette di comprendere più a fondo lo spirito dell’uomo, che necessita delle relazioni per creare movimento, e del movimento per creare la vita. La relazionalità delle onde permette all’ingegneria elettronica di sfruttare la codipendenza acceso/spento in una sottocategoria chiamata ingegneria digitale, in cui è nato il concetto di numerazione binaria, elemento fondamentale per lo sviluppo del computer. Abbiamo creato una rete interconnessa estremamente complessa, a partire da una semplice serie di relazioni fra uno e zero. Perciò ho imparato che benché lo spirito sia unico e personale, può raggiungere la sua più ampia fioritura nella relazione.

 

5. Il potenziale si crea con le differenze

L’ingegneria elettronica mette a frutto queste relazioni tramite il concetto di voltaggio, detto anche differenza di potenziale. È possibile far muovere gli elettroni grazie a cariche diverse fra due punti all’interno di un campo elettrico. È così che funzionano le fonti di energia. Dunque, per creare il movimento dobbiamo usare ciò che viene chiamato potenziale. E per creare il potenziale, abbiamo bisogno della differenza. Una carica, di per sé, immobile nello spazio, non può creare alcuna forma utilizzabile di energia a meno che non venga in qualche modo connessa a una carica diversa. Più grande è la differenza fra le cariche, più ampio è il potenziale, o tensione. È una dinamica che dimostra quanto sia necessario essere ricettivi nei confronti della differenza per poter vivere una vera trasformazione spirituale.

 

6. La terra è ciò che permette all’energia di fluire

La connessione fra una carica maggiore a una carica minore viene chiamata messa a terra. Quando diamo prova di umiltà, è cioè ci dimostriamo connessi alla terra, all’humus, possiamo creare un flusso, una corrente. La corrente si sviluppa perché ogni elettrone serve ai successivi, all’interno di un cavo, così come ogni goccia d’acqua serve alle altre in una pompa da giardino. È qualcosa che possiamo osservare nella religione occidentale, nel Cristianesimo in particolare, nel caso di Gesù che si dedica a una vita terrena di umiltà, al servizio dei poveri e dei bisognosi. E lo osserviamo anche nella religione orientale, in particolare nell’Induismo, leggendo la Bhagavadgītā secondo cui il vero nutrimento è il «sacrificio» e chi se ne nutre «[va] all’eterno Brahman». È un concetto espresso anche nella definizione della divinità, nelle religioni orientali e occidentali, quale «fondamento dell’essere» – ossia il terreno da cui tutto nasce. Si tratta di esempi che indicano come l’umiltà, rimettersi alla terra e al servizio del prossimo, nel corso delle fatiche dell’esistenza, sia ciò che permette di provare il pieno fluire dello spirito.

 

7. La resistenza inibisce il flusso d’energia

Ma cosa succede se opponiamo resistenza? La resistenza, nell’ingegneria elettronica, è l’elemento primario nel processo dell’illuminazione. Per esempio, nel semplice circuito di una lampada connessa mediante un cavo a una presa a muro, la lampadina – ciò che viene illuminato – si chiama resistore. Un alto grado di resistenza nel processo ha un effetto negativo sulla possibilità di creare un flusso d’energia, una corrente. Nell’elettronica, minore è la resistenza e maggiore la differenza, più forte è la corrente risultante. Ho capito che la presenza spirituale funziona allo stesso modo. Ci ricorda quanto sia necessario essere aperti e offrire poca resistenza a una grande gamma di diversi punti di vista per poterne trarre il maggior beneficio possibile.

 

8. Le esperienze mistiche/spirituali sono scintille che brillano nella distanza dal nostro vero io

E se invece la nostra resistenza fosse così alta da allontanarci dalla fonte di un potenziale maggiore, più elevato? Questa situazione, in ingegneria elettronica, viene chiamata gap, o separazione. Perché possa avere luogo trasmissione di corrente all’interno di un gap, è necessario che si verifichi ciò che viene definita rottura dielettrica, mediante la quale si forma una connessione che trasporta l’energia attraverso il gap. È un fenomeno che ha luogo quando il campo supera la resistenza. È il processo alla base della formazione delle scintille. È così che si creano i fulmini. Credo che questo gap, questa separazione, sia sempre presente, fra il nostro io e una forma migliore del nostro io – il nostro vero io. È qualcosa che si fa sentire, di quando in quando. Può manifestarsi sotto forma di sensazione di straniamento esistenziale o come esperienza mistica di un’unità travolgente. Ma, che lo ammettiamo o meno, è ciò che orienta il nostro agire. È la scintilla che tutti cerchiamo. La desideriamo al punto da cercare di crearla con altre connessioni. È ciò che la religione vuole aiutarci a evitare. Si dice, tanto nelle religioni orientali quanto in quelle occidentali, che Dio «dimora in noi». La fonte è dentro di noi, è la forma migliore del nostro io, e il senso della vita risiede nel farla brillare. Altre forme di connessione ci legano, ci limitano, ma la connessione alla Fonte ci libera. Il che mi ha permesso di leggere l’espressione «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente» non più come una dichiarazione di cieca fede, ma di reinterpretarla in relazione al mio interesse per l’abnegazione, sia al servizio degli altri, sia nel privato. È in queste condizioni che la religione può aiutarci a superare il gap, la separazione, dando vita a un’esperienza illuminante, la più illuminante, in tutti noi.

 

9. La misura della resistenza è l’Ohm

Nell’ingegneria elettronica, la resistenza viene misurata secondo un’unità chiamata Ohm. Per quanto, che si sappia, questo Ohm non abbia alcuna relazione con il noto canto orientale in cui si articola lo stesso suono, è una coincidenza sui cui non ho potuto fare a meno di insistere. Quando recitiamo, lentamente, la parola «Ohm» come mantra, ci rendiamo conto che è come una sorta di antenna che fa vibrare il nostro corpo a una certa frequenza. Nelle religioni orientali si ritiene che la frequenza dell’Ohm sia connessa alle vibrazioni dell’universo – una frequenza la cui carica elettrica deriva da una singolarità di indicibile energia, che viene rilasciata nel corso di un evento di cui abbiamo sentito parlare sotto il nome di Big Bang. È un evento che si dispiega in eterno, eppure quel suono, l’Ohm, rappresenta l’evoluzione della sua Fonte, che dalla pura energia diviene coscienza. In altri termini, il suono del Big Bang ha raggiunto uno stadio di evoluzione tale che noi, esseri coscienti, ne siamo stati creati. Esseri che ora possono udire e comprendere l’universo dalla cui conflagrazione sono emersi. Si tratta di una rappresentazione del Verbo (il suono), per come si esprimerebbe il cristianesimo occidentale, che diviene carne. È la frequenza dell’unità che sottostà a ogni cosa, che, sia nelle religioni orientali sia in quelle occidentali, viene resa nell’idea di consustanzialità fra Dio e io. E possiamo trovare diversi riferimenti in merito in numerosi testi sacri orientali, come nella Bhagavadgītā in cui si dice che l’«imperitura sillaba» Ohm, rappresenta l’immutabile Brahman, e ripetendola si può «raggiungere il fine supremo». E, allo stesso fine, l’ingegneria elettronica ci insegna che la naturale resistenza elettrica del nostro corpo si accorda a un’eterna – e si potrebbe dire spirituale – lunghezza d’onda. E dovremmo permetterle di ricordarci della nostra interconnessione.

 

10. I campi esistono sempre nel presente

Infine, ritorniamo ai campi e osserviamo nello specifico il campo del suono. Le onde sonore ci permettono di concettualizzare un’importante caratteristica delle onde. Le vibrazioni dei campi elettromagnetici, che emanano dagli elettroni, esibiscono proprietà materiali visive, le quali offrono diversi indizi sulla storia delle cose. Per esempio, possiamo osservare il mutamento o il decadimento delle cose materiali e trarne determinate conclusioni – se sono, per esempio, vecchie, o ben fatte o scadenti. Le onde sonore rendono evidente una proprietà di grande importanza. Esistono solo ora. Quando emaniamo onde sonore, possiamo sentire un unico momento nel tempo. E questa è l’ultima lezione dell’ingegneria elettronica – tutto ciò che esiste, è ora. Lo possiamo osservare nella musica, la più splendida espressione della presenza delle onde sonore. Come per il nostro spirito, non c’è alcuna idea di vittoria o di conseguimento di un obiettivo. Se si pensa in questi termini, non si coglie il senso della musica, che non è altro che gioiosa esperienza del momento presente.

 

Conclusione

Quindi, cosa significa essere un ingegnere elettronico? Vuol dire avere una mentalità rigorosamente materialista o spirituale? Occuparsi, in definitiva, di utilizzare le proprietà elettriche dell’universo a fin di bene? Qui, viene in nostro soccorso il giuramento della National Society of Professional Engineering: «In veste di ingegnere, mi impegno a praticare l’integrità e la correttezza, la tolleranza e il rispetto, e restare fedele agli standard e alla dignità della mia professione, consapevole che con le mie capacità sono tenuto a servire l’umanità usando nel miglior modo possibile la preziosa ricchezza della Terra».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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