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Foglie di quercia
Marina Yalanska per Unsplash

L’ecologia della presenza: una conversazione con Massimo Ryusho Loriga 

Tempo di lettura: 5 minuti

Oggi ci spostiamo in Sardegna per raccontare una storia sospesa tra le arti marziali, i palchi underground e una foresta che cresce un albero alla volta. Per Massimo Loriga, tutto comincia quasi per caso in un paesone del nord-est dell’isola. Tra i cartoni animati giapponesi e la voglia di non giocare a calcio, irrompono il judo e soprattutto il kendo. Ma il vero cambiamento non arriva da una proiezione o da una presa: arriva dal silenzio.

«C’era un momento, alla fine della pratica, in cui il maestro ci faceva fare un solo minuto di meditazione. Un giorno è accaduto qualcosa: il tempo si è fermato. Ero presente in un modo in cui non lo ero mai stato. Avevo 6 o 7 anni e, da quel momento, non ho mai smesso di praticare.»

Nella vita di Massimo, questa presenza irruenta diventa una bussola. «Non è misticismo», spiega, «è una necessità pratica che accompagna tutta la mia crescita: dall’università a Cagliari con i gesuiti tornati dal Giappone, che mi insegnano a meditare, fino ai viaggi nel Sud-est asiatico. Ma forse è sul palco, suonando, che questa ricerca si è fatta carne. Per chi soffre d’ansia o è introverso, lo Zen non è un dogma, ma un addestramento alla non-reattività. Significa essere lì, davanti al pubblico o davanti a un avversario nel kendo, senza il lusso di essere altrove con la testa.»


C’è una convergenza profonda tra il pensiero critico e la meditazione: sedersi in silenzio diventa un modo per sabotare il meccanismo del consumo.


Anni di pratica lo hanno portato a vivere il momento presente e a esercitare il «non-agire». In una società che ci costringe a produrre e apparire costantemente, questo è, di per sé, un atto di diserzione. C’è una convergenza profonda tra il pensiero critico e la meditazione: sedersi in silenzio diventa un modo per sabotare il meccanismo del consumo.

A un certo punto della sua vita, Massimo ha scelto di prendere i voti e diventare monaco. Perché?

«Il passaggio al monachesimo non è stato dettato da una crisi mistica, ma da un senso di responsabilità. Pensa alla metafora della zattera: il Buddha diceva che l’insegnamento serve per attraversare il fiume, poi va lasciato andare. Se l’abito non fa il monaco, per un praticante è però un linguaggio. È un modo per dire agli altri: “Io ci sono, puoi fidarti”. Prendere i voti ha significato smettere di essere autoreferenziali per mettersi al servizio di un Sangha (la comunità).»

La pratica non finisce quando ci si alza dal cuscino di meditazione (lo zafu), ma si sposta nel bosco, nel lavoro manuale (samu). Il centro Zen Shinrin Zendo, spazio di meditazione e di studio aperto a chi desidera approfondire il cammino dello Zen in un contesto autentico e raccolto, che Massimo ha fondato in Sardegna, è il simbolo fisico di questa trasformazione: una vecchia casa colonica adibita a discarica, ripulita per anni e riforestata con la pazienza di chi non aspetta un risultato immediato.

La meditazione ha cambiato il suo modo di percepire l’interconnessione con il vivente. Non è un’ideologia astratta, ma qualcosa che ti porta a salvare i girini da una pozza che si asciuga o a piantare un albero al giorno per dieci anni. Il suo nome da monaco, Ryusho («Musica del Drago»), suggerisce che la connessione tra Zen e suono resti totale, perché Massimo è stato ed è un musicista.

«Per me non c’è separazione tra il monaco che taglia l’erba, il lavoratore che gestisce la fumetteria a Cagliari e il musicista che sale sul palco. È un’armonia che nasce dalla consapevolezza che siamo parte di un tutto che respira. Il rito non è una preghiera a un dio lontano, ma un modo per ricordarsi di essere vivi, qui, in questo preciso istante.»


Questa nostra conversazione sta diventando una mappa per lo «Zen del quotidiano»: un modo di stare al mondo che trasforma una discarica in un bosco e l’ansia da palcoscenico in presenza.

Ancor prima di diventare monaco, Massimo ha avviato un progetto di riforestazione che è un gesto di amore verso il mondo non umano. Il bosco ha attirato volpi, raganelle e volatili.

«La storia del centro inizia con la rimozione di quintali di rifiuti. Dove oggi svettano querce di sette metri, prima c’era una discarica di pneumatici, amianto e migliaia di bottiglie. Per me piantare un albero è una meditazione in movimento. Ho seguito l’idea di Martin Luther King: “Anche se sapessi che domani il mondo andrà in pezzi, io pianterò comunque il mio melo”. Non pianto per l’ombra o per la legna, ma per il piacere puro di vedere la vita che cresce.»

Questo «gesto gratuito» ha scatenato un ritorno della biodiversità incredibile. Il bosco è diventato un polmone che ospita specie scomparse da decenni. Questa nostra conversazione sta diventando una mappa per lo «Zen del quotidiano»: un modo di stare al mondo che trasforma una discarica in un bosco e l’ansia da palcoscenico in presenza.

«Praticare la presenza non ti rende immune al mondo, anzi, ti espone», confessa Ryusho. «Sviluppi una sensibilità che può essere dolorosa. Se inizi la Via, vedi la puerilità delle guerre e soffri. Allora devi imparare il distacco: non la freddezza, ma la capacità di restare un osservatore per poter aiutare.»

Il monachesimo non è dunque una fuga, ma la creazione di una «cellula di consapevolezza». Il non-agire non è pigrizia, ma una scelta di campo: non partecipare alla frenesia del consumo è una forma di resistenza consapevole. Ryusho cita spesso, durante la nostra conversazione, i suoi maestri, Doryu Capelli e Gyoetsu Epifania, che vivono a Roma tra i cavalcavia e le bollette. Lo Zen non ha bisogno solo di vette himalayane, ma di persone che restino «umane» nel caos.

«Una delle mie funzioni da monaco è quella di essere un faro. Cosa puoi fare per chi soffre lontano? Qui, ora, puoi solo cercare di fare in modo che chi ti è vicino non perda l’umanità.»

L’immagine che emerge è quindi l’opposto dell’ascetismo isolato: è un tuffo nel vortice della vita, ma con le radici ben piantate a terra, come quelle querce cresciute un giorno alla volta. È una sorta di «ecologia della presenza», una risposta politica e radicale per chi vive immerso nel rumore.

Prima di salutarci, Massimo mi racconta un aneddoto divertente: un tizio col trattore lo ha incontrato vicino al centro Zen e, non riconoscendolo senza gli abiti rituali, gli dice: «So che qui vicino vivono dei tipi strani: dicono che uno sia un monaco e anche un musicista, che piantano alberi senza motivo».

Ryusho ha risposto semplicemente: «No, non ne conosco», godendosi quella trasparenza che solo chi è davvero presente sa abitare.

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