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Meteo interiore – Le nubi stratiformi: una base di raccoglimento

Tempo di lettura: 7 minuti

Quando percorriamo il cielo con lo sguardo in cerca di forme interessanti, ci soffermiamo più volentieri sulla magnificenza di cumuli torreggianti o sulla sinuosa eleganza dei cirri. Ma spesso sulle nostre teste c’è un’altra presenza, più costante e discreta, le nuvole stratiformi. Questa coltre grigia, bassa e uniforme non sarà per la nostra immaginazione uno stimolo comparabile a quello di altre formazioni, eppure può insegnarci molto sulla persistenza e sulla tranquillità d’animo. In questo secondo episodio della serie sul «meteo interiore» esploreremo dunque le nubi stratiformi e le intuizioni spirituali che offrono a chi è disposto a soffermarsi ad ascoltare il loro silenzio sommesso.

Alfabeto delle nuvole
Abbreviazione: St | Simbolo

Le nubi stratiformi sono una bassa copertura grigia che sembra librarsi proprio sopra le nostre teste. Spesso occupano uniformemente l’intero spazio del cielo, e possono trasmettere un senso di immobilità e pesantezza. Sono le nuvole uggiose dello Spleen di Charles Baudelaire:

Quand le ciel bas et lourd pèse comme un couvercle
Sur l’esprit gémissant en proie aux longs ennuis,
Et que de l’horizon embrassant tout le cercle
Il nous verse un jour noir plus triste que les nuits ;

Il cielo basso e greve pesa come un coperchio
Sull’anima gemente un tedio antico insiste
E dell’orizzonte abbraccia tutto il cerchio
Versando un giorno cupo, più della notte triste.

Ma questo è solo un modo possibile di vederle, uno dei tanti stati d’animo che possiamo collegare a questo panorama. Le nubi stratiformi possono anche sembrarci banali e sfuggire del tutto alla nostra attenzione: semplicemente, le ignoriamo o non ci fanno nessun effetto. Oppure la loro atmosfera sospesa può darci l’impressione che il mondo si sia fermato per un momento a fare un profondo respiro, e allora questa coltre può evocare la quiete interiore e una disposizione contemplativa. A differenza di altre nuvole che hanno una forma più definita, le nubi stratiformi sono pressoché omogenee, neutre come una grande tela grigia. Una tela vuota, su cui i moti del nostro animo si proiettano con molta facilità.


Come si forma la calotta grigia

Le nubi stratiformi si formano in vari modi, tutte al di sotto dei duemila metri di altitudine e a volte davvero vicino, tipicamente quando un ampio strato di aria calda e umida scorre su una superficie più fredda, facendo scendere la temperatura dell’aria al suo punto di rugiada. Il vapore acqueo si condensa allora in uno strato relativamente uniforme. Ad esempio, quando in un’area sgombra e umida si sviluppa un velo d’aria che si raffredda abbastanza da produrre, appunto, delle nuvole. Possono anche formarsi quando l’aria umida viene spinta verso l’alto, di solito in prossimità di fronti meteorologici o quando scollina su colline e montagne. O ancora, quando l’aria calda e umida si sposta su una superficie più fredda. 

Queste nuvole hanno un impatto significativo sulle condizioni meteorologiche locali, perché impediscono a buona parte della luce solare di raggiungere la superficie terrestre, provocando un abbassamento della temperatura. Sono anche strettamente legate alla nebbia, che in un certo senso è una nube stratiforme al livello del suolo. Se ci inerpichiamo su un sentiero di montagna, normalmente sentiremo sempre più freddo a mano a mano che guadagniamo quota, perché in generale la temperatura diminuisce con l’altezza. È il cosiddetto «gradiente termico» (circa -6,5° per chilometro di altitudine). Può capitare però che sopraggiunga una massa d’aria calda. Dato che l’aria calda tende a salire, l’aria più fredda verrà allora a trovarsi non più in alto, ma in basso, intrappolata sotto lo strato d’aria più calda. È la cosiddetta «inversione termica». La condensazione dell’aria calda e umida avviene quando questa si raffredda sotto il «punto di rugiada», cioè quando diventa satura di umidità. Le nuvole allora, per così dire, invece di formarsi sopra possono formarsi sotto. Ed ecco la nebbia, che in un certo senso è come una nube stratiforme messa gambe all’aria. 

Caspar David Friedrich, Der Wanderer über dem Nebelmeer (1818)

La nebbia che contempla il famoso Viandante sul mare di nebbia ritratto da Caspar David Friedrich si è formata in fondo alle valli proprio perché durante la notte l’aria fredda e umida, che è più densa, è scivolata in fondo, mentre più in alto, al livello dei versanti e delle cime illuminati dal primo sole del mattino, l’aria è già più calda. La nebbia per Friedrich ha un significato allegorico che non è affatto legato all’ottundimento o alla depressione: rappresenta anzi il mistero avventuroso della vita da indagare ed esplorare con la quieta determinazione del camminatore che sa abbracciare il panorama che gli si apre davanti agli occhi e sotto i piedi con uno sguardo ampio ed equanime.

Nel linguaggio del «meteo interiore», queste nuvole possono anche evocare un abbassamento persistente del tono dell’umore, che pur senza avere l’intensità di moti dell’animo più pronunciati può comunque smorzare la vivacità della giornata. Questi stati d’animo non sono necessariamente negativi e possono persino essere confortanti nella loro stabilità, ma comportano anche il rischio di una malinconia prolungata se non vengono esaminati.

Non tutti gli stati emotivi o mentali si manifestano come tempeste di fulmini o luminosi raggi di sole. Molte delle nostre giornate sono caratterizzate da una terra di mezzo sommessa, da una calma continuità senza accenti. Riconoscerlo ci permette di affinare la nostra comprensione dell’impermanenza: tutto cambia, certo, ma non sempre in modo vistoso o improvviso. A volte passiamo da uno stato emotivo a un altro in modo graduale e sottile.

Le nubi stratiformi e la nebbia sono fenomeni con cui viviamo a stretto contatto, e per questo la nostra interazione è particolarmente intensa, soprattutto dalla Rivoluzione industriale in poi. Il frutto avvelenato di questa convivenza è lo smog. Nei primi giorni di dicembre del 1952, Londra fu attraversata da un’area di alta pressione, l’anticiclone delle Azzorre (che ancora per qualche decennio sarebbe stato il protagonista delle nostre estati, prima di lasciare il posto, con la crisi climatica, al più caldo e secco anticiclone nord-africano). Una massa d’aria calda venne dunque a intrappolare sulla città l’aria fredda e umida che si era accumulata nel periodo precedente di freddo pungente. Per cinque giorni senza vento il denso fumo dei camini domestici e quello delle ciminiere delle fabbriche e delle centrali elettriche si mescolò con la nebbia. Le conseguenze furono catastrofiche: secondo le stime più recenti, il Great Smog of London provocò 12.000 vittime e danni permanenti all’apparato respiratorio per non meno di 100.000 londinesi. Ma non è una vicenda che ci siamo lasciati alle spalle: è stato dimostrato che le stesse reazioni chimiche letali possono svilupparsi anche oggi nell’aria delle megalopoli e delle aree industrializzate, in Cina e altrove. 

Un affascinante studio recente di Anna Lee Albright, meteorologa dell’Ecole Normale Supérieure di Parigi e Peter Huybers, climatologo di Harvard, ha investigato l’impatto dell’inquinamento causato dall’industrializzazione sull’impressionismo, e in particolare su pittori come Turner e Monet.

Claude Monet, Impression, soleil levant (1872)

Con la consapevolezza di oggi non possiamo più guardare con occhi innocenti in capolavori come Impression, soleil levant di Claude Monet dettagli come le ciminiere del porto di Le Havre e i loro pennacchi di fumo. A questo proposito, John Ruskin coniò l’espressione «vento pestilenziale» (plague-wind) nel suo pamphlet del 1884 intitolato The Storm-Cloud of the Nineteenth Century, dove descrisse un’atmosfera minacciosa e carica di inquinamento che, a suo avviso, preannunciava un decadimento sia morale che ambientale: «È un vento di tenebra […] mostruoso, che rovina la foglia, inaridisce l’erba e infetta lo spirito umano». Le intuizioni di Ruskin, ridicolizzate dai suoi contemporanei, ci appaiono oggi di una lucidità evidente.

Oltre l’uniformità 

L’insegnamento sull’originazione interdipendente, che nel buddhismo è un caposaldo della filosofia e della pratica spirituale, mette in luce che nessun fenomeno esiste da sé, ma tutti nascono da una rete di cause interconnesse. A dispetto dell’uniformità della coltre grigia e della sua presenza imponente, anche una nube stratiforme nasce dall’interazione di temperatura, umidità e pressione, condizionate anche dalle caratteristiche della geografia locale. Allo stesso modo, è possibile che uno stato d’animo piatto o sommesso non emerga da un’unica causa, ma da un intreccio di esperienze, abitudini e condizionamenti.

Questa piattezza del sentire può anche essere confortante. È come l’atmosfera sospesa dell’alba, che spesso fa da cornice alla meditazione del mattino. Ma, se perdiamo il contatto con la nostra aspirazione, può insediarsi un senso di inerzia o di smarrimento. Riconoscendo questa dinamica, possiamo imparare ad apprezzare la stabilità rimanendo tuttavia vigili affinché non diventi un’immobilità compiaciuta. Nel Ṭhitisutta (AN 10.53) si legge ad esempio:

«Monaci, non elogio la stasi negli stati salutari, tanto meno il declino.
Monaci, piuttosto, elogio il progresso negli stati salutari, non la stasi né il declino».

La contemplazione delle nubi stratiformi ci permette di riconoscere che non tutte le trasformazioni avvengono in un lampo, e che i processi inosservati e non elaborati tendono ad accumularsi e sedimentare. Ma non dimentichiamo che può anche esserci una grazia sobria nella coltre uniforme di un cielo grigio, una sorta di continuità ristoratrice che può avere un carattere meditativo anziché opprimente. 

Il Buddha insegna ad accogliere ogni condizione – sole, tempesta, bonaccia – con equanimità e curiosità. La stasi è sempre transitoria: uno strato di nuvole basse finisce sempre per lasciar passare  un raggio di sole e dissolversi. Così, anche i nostri stati d’animo neutri si evolvono.

Contemplazione

Lasciamo andare queste informazioni, lasciamole sedimentare. Che cosa ci insegnano le nubi stratiformi? Troviamo un punto di osservazione, alla finestra o all’aria aperta, portiamo per un momento l’attenzione al respiro, poi contempliamo.

Lo sfondo neutro di queste nuvole ci invita al raccoglimento. È uno schermo senza immagini. L’impressione che suscita ci parla di noi, di come siamo in questo momento. Vediamo davanti a noi un blocco opprimente, un vuoto insondabile o un mistero in cui addentrarci con curiosità? 

Che cosa riconosciamo nel nostro meteo interiore?

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