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Photo by Craig Sybert on Unsplash

Le navi della nostra generazione affonderanno

 

 

 

«La Terra è la culla dell’umanità, ma non puoi vivere in una culla per sempre».
Konstantin Tsiolkovsky

 

 

Il viaggio dell’umanità verso le stelle è un sogno antico ed è diventato un progetto tra la fine del XIX e la prima metà del Novecento, subito dopo l’avvio della missilistica. L’idea si è diffusa nella cultura mondiale, soprattutto grazie alla fantascienza. Miriadi di storie ruotavano intorno a personaggi che visitavano pianeti in orbita attorno ad altre stelle e, grazie a un processo di diffusione culturale, i viaggi nello spazio sono entrati a far parte di un futuro plausibile e ampiamente condiviso per l’umanità, un futuro verso il quale sembrava che ci stessimo muovendo sempre più in fretta nel corso del XX secolo.

 

L’enorme successo di Star Trek e Star Wars ha saldamente radicato questa idea nell’immaginario popolare: se la nostra specie sopravviverà, viaggerà nella galassia. Questa impressionante diaspora segnerà la maturità o il successo dell’umanità, permettendole di sopravvivere alla Terra stessa nell’eventualità della sua distruzione a causa di un disastro naturale o di qualche follia umana. C’è chi ha trovato conforto nel pensiero di una possibile sopravvivenza galattica a lungo termine per l’umanità, e in ogni caso questa prospettiva sembrava inevitabile, era il destino dell’umanità. Quando abbiamo fatto atterrare gli uomini sulla Luna nel 1969 e i robot su Marte nel 1976, sembrava che fossimo già sulla buona strada.

 

Ma nello stesso secolo in cui questa idea si è diffusa, abbiamo anche imparato cose che hanno reso sempre meno probabile l’ipotesi di realizzarla.

Quando si iniziò a parlarne, non sapevamo nemmeno quanto fosse grande l’universo; ora lo sappiamo, ed è più grande di quanto pensassimo. Nel frattempo, l’enorme aumento delle nostre conoscenze in materia di biologia ci ha rivelato che gli esseri umani sono molto più complessi di quanto si credesse, e che sono in realtà degli aggregati complessi interconnessi con ecologie più ampie.

 

Queste e altre scoperte hanno reso la valutazione contemporanea del piano di navigazione stellare piuttosto sorprendente: si comincia a capire che non si può fare.

 

Oh no! Per alcuni è una conclusione inquietante e profondamente pessimistica. Se poi si combina questo nuovo verdetto con i problemi recentemente scoperti riguardo al progetto di terraformare e abitare Marte (presenza di perclorati e assenza di azoto), si realizza una visione assolutamente nuova riguardo alla nostra specie: non c’è nessun Pianeta B.

 

La Terra è la nostra unica casa.

 

Oh no, di nuovo!

 

Questa conclusione, sorprendente per alcuni, ovvia per altri, ha delle ripercussioni su cui vale la pena riflettere. Se diventerà un’opinione generalmente condivisa, potrebbe rivoluzionare il nostro modo di agire come individui e come civiltà. E questi cambiamenti nel comportamento potrebbero rivelarsi cruciali per i nostri discendenti. Pertanto, pur trattandosi di speculazioni su futuri ipotetici, vale a dire di finzioni scientifiche, vale la pena di rifletterci, perché sono orientamenti utili per comprendere la nostra storia come specie.

 

I problemi che ci impediranno di andare tra le stelle possono essere grossolanamente raggruppati in categorie: fisici, biologici, ecologici, sociologici e psicologici. Si potrebbe aggiungere anche la categoria economica, ma i problemi economici sono insignificanti rispetto agli altri, in quanto l’economia si presta ad aggiustamenti su richiesta. La realtà non è ugualmente negoziabile.

 

Dal punto di vista fisico, il problema principale è che le stelle sono troppo lontane.

 

In molte storie di fantascienza, questo problema è stato mitigato con l’introduzione di una specie di viaggio più veloce della luce, ma in realtà questo non accadrà mai. Si tratta di un espediente utilizzato per trasportarci in un grande spazio narrativo, un tappeto magico che ci regala la galassia. È uno spazio che mi piace molto, ma un qualsiasi piano realistico per raggiungere le stelle presuppone un viaggio più lento della luce, probabilmente parecchio più lento. La velocità di cui si parla di solito in questi casi, per mantenere un equilibrio tra la massima velocità immaginabile per accelerare un’astronave e la possibilità di decelerarla in seguito, è un decimo della velocità della luce.

 

Le stelle più vicine si trovano a quattro anni luce di distanza, anche se ora sappiamo che questo gruppo di Centauri non ha pianeti che si possano terraformare. Tra le altre stelle vicine, si sa che Tau Ceti, a dodici anni luce di distanza, ha dei pianeti nella sua zona abitabile; sono troppo massicci per essere abitati dall’uomo (cinque o sei g), ma potrebbero avere delle lune abitabili. Viaggiando a un decimo della velocità della luce, un viaggio verso questi pianeti durerebbe 120 anni più il tempo necessario per l’accelerazione e la decelerazione, per cui parliamo di circa duecento anni di tempo di transito.

 

Pertanto, la traversata verso le stelle più vicine richiede uno sforzo transgenerazionale  e l’astronave dovrà essere una sorta di arca, in grado di trasportare tutti gli altri animali e le piante che gli umani porteranno con sé nel loro nuovo mondo. Questo fa pensare a una macchina molto grande e complicata, che dovrebbe funzionare nell’ambiente interstellare per due secoli o più, senza possibilità di rifornimento e con limitate possibilità di riparazione. L’astronave dovrebbe inoltre contenere al suo interno un sistema biologico chiuso di supporto alla vita, in cui tutti i flussi di energia e materia dovrebbero riciclarsi nel modo più perfetto possibile, riducendo al minimo gli intoppi di ogni genere.

 

Qui entrano in gioco i problemi biologici ed ecologici, ma attenendoci per ora a quelli puramente fisici, l’astronave sarebbe esposta a molte più radiazioni rispetto alla Terra, dove in una certa misura l’atmosfera e la magnetosfera ci proteggono. Gli effetti di queste radiazioni extra non sono del tutto noti, ma non saranno certo positivi. Il rivestimento aiuterebbe, ma aumenterebbe il peso della nave; il carburante trasportato per la decelerazione potrebbe servire come rivestimento durante il viaggio, ma questo carburante verrà bruciato nel momento in cui l’astronave rallenterà, aumentando l’esposizione dei viaggiatori stellari, già più alta di quella che sarebbe stata sulla Terra.

 

Infine, per quanto riguarda i problemi puramente fisici, se l’astronave si scontra con qualcosa di consistente ( diciamo un paio di chili) mentre si muove a un decimo della velocità della luce, l’impatto potrebbe essere catastrofico.

 

Questi problemi fisici, in particolare quelli relativi alla propulsione e alla decelerazione, sono quelli che sono stati presi maggiormente in considerazione dalla comunità di discussione e promozione dei viaggi stellari. Trattandosi di problemi ingegneristici, è possibile trovare soluzioni ingegneristiche almeno ipotetiche, utilizzando equazioni della fisica a noi note. Sono quindi, in effetti, i problemi più facili che le astronavi dovranno affrontare, essendo relativamente semplici. Ma non sono tanto facili.

 

I problemi biologici sono più difficili da risolvere per gli esseri umani rispetto a quelli fisici, perché la biologia riguarda la vita, che è straordinariamente complessa e comprende proprietà emergenti e altri comportamenti poco conosciuti. In fondo, la biologia è pur sempre fisica, ma costituisce un insieme più complesso di problemi fisici e abbraccia aspetti che non riusciamo a spiegare.

 

Sappiamo che nei sistemi biologici le cose possono andare storte, perché succede di continuo: gli esseri viventi si ammalano e muoiono. Inoltre, molto spesso si mangiano l’un l’altro o si trasmettono reciprocamente le malattie. Questo significa che i problemi biologici ed ecologici sono molto più insormontabili di quelli fisici e sono irrisolvibili nel contesto chiuso di un’astronave multigenerazionale.

 

È una questione di dimensioni della comunità e di isolamento da nuovi input. Un’astronave sarebbe qualcosa di simile a un’isola, ma un’isola molto più isolata di qualsiasi isola terrestre. I processi descritti dalla biogeografia insulare si verificherebbero all’interno di un’astronave e molti di questi processi sarebbero accentuati dall’isolamento assoluto. Con il passare delle generazioni di esseri umani, piante e animali, il successo riproduttivo ed evolutivo sarebbe penalizzato da colli di bottiglia genetici, malattie, limiti alle risorse e così via. L’effetto di super-isolamento potrebbe far sì che un numero maggiore di specie diventi più piccolo del normale e subisca mutazioni di altro tipo, come già accade sulle isole ordinarie. Inoltre, poiché i batteri tendono a evolversi a ritmi più rapidi rispetto ai mammiferi, il completo isolamento potrebbe portare allo sviluppo di una serie di batteri molto diversi da quelli con cui l’astronave è partita. Tutti i mammiferi ospitano un gran numero di batteri che vivono al loro interno, in modo simbiotico, parassitario o senza interazioni significative, quindi questo cambiamento genetico più rapido nella comunità batterica potrebbe diventare un grosso problema per tutte le creature più grandi. Sulla Terra c’è una contaminazione incessante di nuovi batteri nei mammiferi, che a volte com’è noto può portare a risultati negativi, ma nel complesso è un aspetto necessario per un’esistenza sana.

 

Siamo sempre in squadra con molte altre creature viventi. L’80% del DNA del nostro corpo non è umano e questa scoperta relativamente nuova è sorprendente, perché ci costringe a riconoscere che non siamo individui distinti, ma biomi, come piccole foreste o paludi. Perché il sistema nel suo complesso sia sano, è necessario che la maggior parte delle creature al suo interno funzioni bene. Si tratta di un difficile gioco di equilibri che non funziona perfettamente neppure sulla Terra; ma se siamo separati dalla carica batterica terrestre e quindi non possiamo mai ricevere contaminazioni di nuovi batteri, le probabilità di incorrere in vari problemi immunitari simili a quelli osservati negli ambienti terrestri troppo sterili aumenteranno notevolmente.

 

Poiché abbiamo bisogno di un’ampia gamma di compagni batterici, è consigliabile portare con sé la maggior quantità di Terra possibile in un’astronave. Ma anche l’astronave più grande sarebbe grande circa un trilionesimo della Terra e questa necessaria miniaturizzazione porterebbe quasi certamente a effetti sconosciuti sui nostri corpi.

 

Questo ci porta ai problemi ecologici, anche se forse le questioni che abbiamo affrontato finora rientrano ugualmente in questa categoria, perché la biologia è sempre ecologica, dal momento che ogni essere vivente è un sistema ecologico in miniatura. Ma se ci si concentra sul livello della comunità, emergono i problemi creati dal flusso metabolico delle sostanze in un sistema biologico chiuso di supporto alla vita. Questi flussi, sia di sostanze viventi che di sostanze non viventi, dovrebbero rimanere in equilibrio entro parametri assai ristretti evitando rotture o blocchi di rilievo. I cicli dell’ossigeno e dell’anidride carbonica, dell’azoto, del fosforo e di molte altre sostanze chimiche ed elementi dovrebbero avvenire senza grandi flussi e senza punti di arresto lungo il percorso per cui l’elemento si intasa nel sistema. La Terra conosce grandi flussi ecologici nel corso del tempo, con accumuli di alcuni elementi (ossigeno nell’atmosfera, carbonio nelle rocce sedimentarie) che accelerano i processi evolutivi: tutto ciò che è vivo deve adattarsi alle nuove condizioni o estinguersi. Spesso accadono entrambe le cose.

 

Questi flussi e accumuli si verificherebbero anche all’interno di un’astronave, ma dal momento che i viaggiatori stellari hanno interesse a non estinguersi, dovrebbero gestire o regolare tutti i flussi per evitare di esserne danneggiati. Questo richiederebbe il supporto di quasi tutti gli altri elementi viventi del sistema, ad eccezione delle malattie che inevitabilmente porterebbero con sé; inoltre, se sostanze chimiche come il fosforo si legassero ai substrati durante il ciclo dell’acqua, cosa che tendono a fare, questo sarebbe negativo per il sistema nel suo complesso. Non ci sarebbe alcuna possibilità di apportare aggiunte esterne al sistema, né un modo valido per interrompere i cicli, ripulire i substrati e rilasciare le sostanze chimiche trattenute. Non sarebbe nemmeno facile combattere le malattie che potrebbero essere penetrate nell’astronave o evitarle, o ancora affrontare qualsiasi specie microbica aggressiva sconosciuta che improvvisamente si nutre di piante, animali o esseri umani.

 

In sostanza, un sistema ecologico in perfetto riciclo è impossibile; la Terra non lo è e un sistema isolato mille miliardi di volte più piccolo della Terra esaspererebbe gli effetti delle perdite, degli accumuli, delle fratture metaboliche, degli sbalzi di equilibrio, degli intasamenti e di altre azioni e reazioni. Tutto ciò che i viaggiatori stellari potrebbero fare in un’arca di questo genere sarebbe gestire questi problemi nel miglior modo possibile, riducendoli al minimo per poter resistere abbastanza a lungo da permettere all’astronave di raggiungere la sua destinazione.

 

Ma anche se ci riuscissero, i loro problemi sarebbero appena iniziati.

 

Prima di parlare dei problemi legati all’arrivo a destinazione, è bene finire di abbozzare i problemi da affrontare durante il viaggio che si possono definire sociologici e psicologici. Qui le cose si fanno necessariamente più congetturali, ma possiamo sicuramente affermare che le persone all’interno dell’astronave costituiranno una comunità piccola e isolata rispetto alla popolazione della Terra. Saranno intrappolati all’interno dell’astronave e dovranno mantenerla in funzione per sopravvivere. Perciò, qualunque sia la loro organizzazione politica – militare o anarchica, gerarchica o democratica – la situazione in sé può essere definita totalitaria.

 

Con questo intendo dire che la loro situazione richiederà specifici comportamenti per garantire la loro sopravvivenza. Dovranno esercitare uno stretto controllo sulla popolazione; saranno necessari sia un numero massimo che un numero minimo di esseri umani e, qualunque sia il sistema escogitato per raggiungere questa stabilità, non prevederà una scelta individuale libera. Inoltre, per mantenere i loro sistemi di supporto vitale, occorrerà occupare un certo numero di posti di lavoro. Anche in questo caso, a prescindere dalla gestione di questo problema, le persone non saranno libere di fare ciò che vogliono o di non fare nulla. Pertanto, in queste aree della riproduzione e del lavoro, generalmente considerate fondamentali per il significato della persona e per la libertà politica, la società dell’astronave dovrà autocontrollarsi rigidamente. A prescindere dai metodi utilizzati per realizzare questo controllo, finiranno per vivere in una versione di uno stato totalitario. L’astronave sarà il loro Stato e per far funzionare l’astronave, sarà lo Stato a governare.

 

Gli effetti psicologici di tutti questi vincoli e problemi, compresa la consapevolezza che la Terra è lì ad anni luce di distanza, con una popolazione milioni di volte più grande di quella dell’astronave e una superficie terrestre mille miliardi di volte più grande, non possono essere previsti con certezza. Potrebbe sembrare un esilio; potrebbe essere come nascere e vivere tutta la vita in prigione.

 

Se a questo isolamento e questo confinamento ineluttabili si aggiungono gli effetti di un’intera vita trascorsa al chiuso, è probabile che si verifichino effetti psicologici negativi. In effetti, sembra la ricetta per un disastro psicologico, un vero e proprio miscuglio di alienazione e risentimento. Se qualcuno dovesse perdere la ragione in questa situazione e decidere di fuggire, potrebbe sabotare l’astronave stessa, distruggendola e uccidendo così tutti i passeggeri a bordo. Sarebbe necessario premunirsi contro un atto così violento, incrementando così la natura totalitaria dello Stato, ma anche lo stress e la pressione. Non ci sarebbero solo alienazione, isolamento e risentimento, ma anche paura.

 

Naturalmente le persone sono adattabili e gli esseri umani tendono a dare per scontato l’ambiente che li circonda. Dato che la vita sull’astronave sarebbe tutto ciò che hanno conosciuto, i viandanti potrebbero adattarsi alla loro situazione. Ma saprebbero qual è la loro situazione e conoscerebbero la situazione sulla Terra. Saprebbero che il loro destino è stato creato per loro da antenati che hanno fatto la scelta di salire a bordo dell’astronave, una scelta che non potranno mai revocare. Questo potrebbe risultare frustrante.

 

Se il pianeta si rivelasse una roccia inerte, questo eliminerebbe il problema della coesistenza con gli alieni, ma il pianeta dovrebbe essere comunque terraformato per renderlo idoneo alla vita terrestre, compresa quella umana.

Questo richiederebbe molti anni, forse secoli, forse addirittura millenni, a seconda delle condizioni e delle risorse. Ricordiamo che i coloni avranno a disposizione una sola astronave per sostenere questo sforzo e che i pianeti o le lune con una gravità vicina a quella terrestre saranno di grandi dimensioni. La terraformazione di uno di questi corpi richiederà sicuramente un enorme dispendio di energia e quindi un lungo periodo di tempo. E per la maggior parte del tempo, se non per tutto, i coloni dovranno aspettare in orbita nella loro astronave, dove continueranno ad avere tutti i problemi dell’astronave, oppure vivranno in rifugi costruiti sulla superficie del pianeta, rifugi che saranno l’equivalente a terra dell’astronave, con ancora la maggior parte dei problemi di un sistema di supporto alla vita biologico chiuso. In ogni caso, nello spazio o sul nuovo pianeta, continueranno a sperimentare la maggior parte dei problemi che l’astronave ha causato durante il viaggio. Dopo essere sopravvissuti per un paio di secoli, riuscirebbero a mantenere questo successo ancora a lungo?

 

Difficile dirlo, ma di certo l’arrivo a destinazione non pone fine ai loro problemi.

 

Sono state pubblicate molte storie di fantascienza sulle astronavi e alcune hanno suggerito varie soluzioni ai problemi che abbiamo illustrato.

 

Una è quella di inviare navicelle piene di embrioni congelati, che verrebbero automaticamente scongelati e fatti nascere all’arrivo. Ma questa soluzione ignora la questione dei microbiomi esistenti all’interno di noi; bisognerebbe portare con sé anche questi e, anche con stock di batteri intestinali perfettamente conservati, calibrati e introdotti nei neonati, rimane il problema dell’educazione e della socializzazione dei piccoli. Spesso, quando si parla di questo problema, si pensa che il compito possa essere affidato a robot, film e biblioteche. Buona fortuna!

 

Un’altra proposta prevede ciò che viene spesso chiamato ibernazione, o talvolta sonno freddo, o sospensione crionica. In questo scenario, una popolazione adulta viene messa in uno stato di animazione sospesa e poi risvegliata o rianimata quando la nave raggiunge la sua destinazione.

 

A prima vista sembra un’idea promettente e in effetti io stesso l’ho utilizzata come metodo di salvataggio d’emergenza nel mio romanzo sull’astronave Aurora, quindi conosco bene la proposta. Ma se non vogliamo che questa soluzione diventi l’ennesima versione del tappeto magico, dobbiamo ricordare che i passeggeri sospesi non sarebbero completamente congelati e inerti, perché in quel caso sarebbero morti. Sono solo in ibernazione; raffreddati e/o rallentati chimicamente, ma non completamente fermi; perché non sappiamo come far ripartire gli esseri umani che si sono completamente spenti. I passeggeri starebbero quindi vivendo una forma di vita minimamente attiva. Sarebbero ancora vivi.

 

Stando così le cose, starebbero anche invecchiando. I problemi fisici che avevano prima di essere sospesi continuerebbero ad aggravarsi; potrebbero insorgere nuovi problemi fisici e procedere lentamente nel loro percorso. È questo che si intende per invecchiamento e, lento o veloce che sia, si verificherebbe in qualsiasi sistema vivente. È semplicemente l’entropia che torna a fare capolino come sempre.

 

A causa di questo processo inevitabile, anche se avessimo un metodo di successo per rallentarci, non riusciremmo comunque a impedire ai passeggeri di invecchiare e quindi di morire, e questo porrebbe un limite alla distanza che potrebbero percorrere. Inoltre, le distanze che ci separano dalle stelle sono così grandi che, anche se la sfera che potremmo raggiungere fosse ingrandita di cento volte rispetto a quella che potrebbe raggiungere una popolazione normalmente vivente, rappresenterebbe comunque una piccola porzione della galassia. Un viaggio di mille anni luce, della durata di oltre diecimila anni, ci porterebbe comunque a una bolla che rappresenta solo l’1% della Via Lattea. Ci sono tantissime stelle, ma quante hanno il pianeta giusto per le nostre esigenze? E come potremmo sapere quali potrebbero essere, prima di esaminarle da vicino? Non sapremmo mai dove puntare e non avremmo il lusso di fermarci a dare un’occhiata lungo il percorso.

 

Quindi non funzionerebbe. Ma tutti vogliono crederci. E bisogna ammettere che tutti i problemi combinati insieme non bastano a rendere impossibile un viaggio più veloce della luce. È semplicemente molto, molto, molto improbabile che un viaggio multigenerazionale su un’astronave abbia successo. Se le probabilità sono circa un milione a uno, dovremmo provarci?

 

Forse no.

 

Dovremmo smettere di raccontare la storia?

 

Forse no. Uno dei migliori romanzi della storia della letteratura mondiale, Il Libro del Sole Lungo e del Sole Corto di Gene Wolfe, una saga in sette volumi che racconta la storia di un viaggio su un’astronave e dell’insediamento in un nuovo sistema planetario, trova una soluzione a tutti questi problemi che permette di godere appieno della storia. Questo romanzo è una ragione sufficiente per continuare a giocare con questa idea, non c’è dubbio.

 

Ma quando pensiamo a come dovremmo comportarci in questo momento, dobbiamo tenere presente che l’idea che se distruggiamo la Terra avremo un altro posto dove andare è semplicemente falsa. Bisogna tenerlo a mente per dare il giusto valore al nostro unico e solo pianeta, per evitare di creare un rischio morale che ci porti a prendercene cura in modo approssimativo.

 

Non esiste un pianeta B! La Terra è la nostra unica casa possibile!

 

Oh no!

 

Ma aspetta: perché dovrebbe essere un male?

 

Qui ognuno deve rispondere per sé.

Io dico che non è affatto un male; è semplicemente così e lo si può considerare un bene. E che sia un bene o un male, è così e basta. Questa è la realtà. Non siamo degli dei e chiunque pensi alla scienza come a una bacchetta magica, o addirittura come a un verbo, sta prendendo un abbaglio, un errore di categoria che a volte viene chiamato scientismo. Basta approfondire questi temi, esaminare le prove, applicare il metodo scientifico in modo corretto. In un attimo, i limiti a ciò che possiamo fare appariranno chiari.

 

Non sto dicendo che non dovremmo andare nello spazio: dovremmo farlo. Dovremmo andare sulla Luna, su Marte, sugli asteroidi e in ogni luogo possibile del sistema solare, costruire stazioni e farci entrare e uscire gli esseri umani. Non è solo una cosa bella da fare, ma anche utile per aiutarci a pianificare una relazione a lungo termine con la Terra stessa. La scienza spaziale è una scienza terrestre. Il sistema solare è il nostro vicinato. Ma le stelle sono troppo lontane.

 

Aurora - Kim Stanley Robinson - copertina

 

Alla luce di quanto abbiamo visto, mi sembra che ci sia un’unica storia ancora credibile sull’astronave:

 

I passeggeri ibernati vengono inviati su una piccola astronave veloce verso un pianeta vicino dall’aspetto promettente, con un carico di embrioni congelati. La maggior parte dei passeggeri ibernati muore durante il viaggio, ma alcuni sopravvivono, invecchiando e indebolendosi, ma arrivano vivi a destinazione.

 

Questi anziani provvedono a scongelare, far nascere e crescere una schiera di embrioni, portandoli con successo allo stadio di bambini e bambine. Ma ora gli ibernati, completamente svegli e vivi e che quindi invecchiano al solito ritmo, iniziano a morire. Si scatena una corsa per far crescere ed educare i piccoli finché ci sono ancora anziani in vita in grado di svolgere questo compito. Alla fine nove decrepiti sopravvissuti all’ibernazione si ritrovano a prendersi cura di settantasei bambini di cinque anni. Tempi interessanti! Questo è il cuore del romanzo.

 

Il pianeta su cui sono atterrati per fortuna sembra spento, c’è del ghiaccio sulla superficie e persino un’atmosfera respirabile (poco probabile, ma non impossibile). Gli anziani spargono batteri terrestri sulla superficie, poi liberano tutte le piante e gli animali che hanno portato con sé, sperando di terraformare il luogo il più rapidamente possibile. Il pianeta ha quasi un g, il che è positivo per la salute di tutte le creature Terrestri, ma significa che il pianeta è grande quanto la Terra. La terraformazione richiederà un po’ di tempo, forse qualche secolo.

 

Tutti si trasferiscono in un habitat sulla superficie costruito dai loro robot, vicino a un mare ghiacciato. Dopo un paio di decenni, tutti gli ibernatori sono morti e i ragazzi, che hanno ormai venticinque anni, hanno un nuovo mondo da abitare.

 

Buona fortuna a loro! Una storia fantastica! Potrebbe fare il paio con “Noi che stiamo per…” di Joanna Russ come una delle storie d’amore planetarie più memorabili della fantascienza. Come quel grande romanzo, sarebbe interessante e credibile, anzi non solo credibile, ma l’unico scenario stellare a cui si possa credere!

 

Se ci riesci.

Idee

  • Riconosciuto dal New Yorker come uno dei maggiori scrittori di fantascienza al mondo, Kim Stanley Robinson è nato nel 1952 in Illinois, e ha cominciato a pubblicare i primi racconti nel 1975. Tutta la sua opera approfondisce temi ecologici e sociologici, e la maggior parte dei suoi romanzi sono il risultato della sua profonda fascinazione per la scienza. La Trilogia di Marte (Fanucci) è considerata un capolavoro della letteratura fantascientifica. Nel 2008 il Time lo ha inserito nella lista degli Heroes of Environment.

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