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Dettaglio copertina Le impronte del trauma
Dettaglio della copertina de Le impronte del trauma

Le impronte del trauma di David A. Treleaven

Tempo di lettura: 3 minuti

Dal 14 al 18 maggio 2026 Ubiliber sarà al Salone Internazionale del Libro di Torino, Stand T42 | Pad Oval.

In vista del Salone, pubblichiamo una serie di estratti dalle novità che troverete allo stand e in libreria: è un invito a scoprire questi libri in anteprima, prima di sfogliarli e incontrarli da vicino.

Tra questi c’è Le impronte del trauma. Trauma-sensitive mindfulness e meditazione di David A. Treleaven, a cura di Bhikkhunī Dhammadinnā e Giovanni Tagliavini, nella traduzione di Ilaria Mazzaferro.

Il libro affronta una questione tanto urgente quanto spesso trascurata: che cosa accade quando la meditazione incontra il trauma? La mindfulness può essere una risorsa preziosa, ma se proposta senza una reale comprensione delle dinamiche traumatiche può anche riattivare paure, dissociazione e sofferenza. Treleaven offre un approccio chiaro, rigoroso e profondamente umano per rendere la pratica più sicura, attenta e realmente trasformativa.

«Una parte di me avrebbe voluto che quell’e-mail non mi fosse balzata all’occhio. La mezzanotte era ormai scoccata da un pezzo e, d’impulso, avevo controllato la casella di posta elettronica un’ultima volta prima di andare a letto. L’oggetto recitava: «Aiuto urgente: crisi con la meditazione». Mi lasciai andare contro lo schienale e continuai a leggere. Era la terza volta che ricevevo un’e-mail del genere quel mese. A scrivermi era Nicholas, insegnante in una scuola superiore del Vermont che si era imbattuto in un articolo che avevo scritto sulle reazioni avverse alla mindfulness. Nicholas aveva iniziato a praticare la meditazione mindfulness come aiuto per gestire meglio la sua ansia, e ne aveva visto fin da subito i benefici: maggiore lucidità, memoria più nitida e una sensazione di agio più costante. Negli ultimi tempi, però, aveva iniziato a manifestare un sintomo inquietante: quando il timer segnalava la fine della breve meditazione, faceva fatica a spegnere l’allarme sul telefono: il corpo sembrava paralizzato dalla paura. Aveva la sensazione di essere trattenuto con la forza. Quanto più Nicholas si dedicava alla pratica della mindfulness, tanto più queste esperienze diventavano intense e disturbanti. Appena chiudeva gli occhi, la sua mente veniva inondata di immagini: vetri infranti, fumo, la vista di un cielo aperto. Il sonno era ormai tormentato da incubi, le normali attività quotidiane gli scatenavano attacchi di panico e il chiacchiericcio nella sua mente stava diventando insopportabile. La tranquillità che aveva cercato nella meditazione si scontrava con il suo opposto: un terrore e una tensione di fondo che lo perseguitavano giorno e notte.

Io e Nicholas ci incontrammo una settimana dopo in videochiamata e colsi subito preoccupazione e smarrimento nel suo sguardo. Quando gli chiesi se le immagini incontrate durante la meditazione avessero per lui un significato, annuì. Qualche anno prima era stato coinvolto in un grave incidente d’auto: era rimasto intrappolato nell’abitacolo per un’ora, senza poter fare nulla, prima che i soccorsi riuscissero a liberarlo. Ma non era l’incidente a turbarlo. Era lo sgomento riguardo alla meditazione mindfulness a lasciarlo interdetto. Com’era possibile che una pratica che fino a poco tempo prima aveva avuto un impatto tanto positivo sulla sua vita ora lo destabilizzasse a tal punto da gettarlo nel panico e senza riferimenti?

Quella domanda non mi era nuova. Come psicoterapeuta e ricercatore, ero ormai da diversi anni alle prese con la sfida di approfondire la complessa relazione tra mindfulness e trauma – una forma estrema di stress capace di sopraffare la nostra capacità di far fronte a una situazione. Messi l’uno accanto all’altro, mindfulness e trauma possono sembrare alleati naturali, persino inevitabili. Sono entrambi legati alla natura della sofferenza e radicati nell’esperienza sensoriale. Se, da un lato, il trauma genera stress, è stato dimostrato che la mindfulness lo riduce. In linea teorica si potrebbe pensare che chiunque abbia vissuto un evento traumatizzante possa trarre beneficio dalla pratica della meditazione mindfulness. Cosa mai potrebbe andare storto?

Parecchie cose, in realtà. Per chi ha vissuto eventi traumatizzanti, la meditazione mindfulness può peggiorare i sintomi dello stress traumatico; fra questi, flashbacks, aumento dell’attivazione (arousal) emozionale e dissociazione, ovvero una disconnessione tra pensieri, emozioni e sensazioni fisiche. Sebbene all’apparenza sia una pratica sicura e innocua, la meditazione può catapultare chi è sopravvissuto a traumi (survivor) direttamente nel cuore di ferite che, per guarire, richiedono ben più della presenza consapevole. Concentrando la propria attenzione su ferite spesso interne e invisibili, un/a survivor può ritrovarsi a provare le stesse sensazioni riferite da Nicholas durante il nostro incontro: disorientamento, angoscia e mortificazione per aver in qualche modo peggiorato le cose.

Al tempo stesso, la mindfulness può essere una risorsa inestimabile per chi è sopravvissuto a tali tipi di situazioni. La ricerca ha dimostrato che le pratiche improntate alla mindfulness possono rafforzare la consapevolezza del corpo, aumentare l’attenzione e la nostra capacità di regolare le emozioni: tutte abilità fondamentali per la cura e il recupero da eventi traumatizzanti. La mindfulness può essere anche un valido supporto a metodi di trattamento ben consolidati, in quanto aiuta le persone a trovare stabilità di fronte all’emergere dei sintomi traumatici.

Consideriamo dunque l’urgenza del momento attuale. Nell’ultimo decennio la meditazione mindfulness ha registrato una crescita esponenziale in termini di popolarità. Viene offerta in un’ampia varietà di contesti – anche nell’ambito di comunità buddhiste, di iniziative secolari e di setting psicoterapici – e spesso è presentata come una pratica benigna per la riduzione dello stress».

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