Idee

Foto di Jiddu Krishnamurti [1895 - 1986]
Foto di Jiddu Krishnamurti [1895 - 1986] in India, Wikimedia Commons

L’antidoto all’autorità nel pensiero di Jiddu Krishnamurti

Tempo di lettura: 6 minuti

Se un osservatore esterno, un etnografo, un extraterrestre, atterrasse sul nostro pianeta per studiare le bizzarre usanze della specie Homo sapiens, noterebbe immediatamente una tendenza che potrebbe sembrare universale: il bisogno compulsivo di delegare la propria evoluzione interiore a qualcun altro. Costruiamo piramidi, creiamo altari e poi ci inginocchiamo davanti a istituzioni, sacerdoti, leader politici o guru spirituali.

Nel cuore del XX secolo, una voce cercò di decostruire questo meccanismo. Quella voce apparteneva a Jiddu Krishnamurti (1895–1986), un pensatore indiano la cui intera esistenza rappresenta uno dei più affascinanti “casi di studio” sulla rottura dei condizionamenti culturali.

Per comprendere l’opera di Krishnamurti, dobbiamo prima osservare il “mito” in cui era stato imprigionato. Nel 1909, sulle spiagge di Adyar, in India, il giovane Jiddu fu “scoperto” dai leader della Società Teosofica, un movimento esoterico occidentale che fondeva misticismo orientale e occultismo vittoriano. La Società vide in quel ragazzo il veicolo per il Maestro del Mondo, una sorta di messia cosmico.

Fu educato in Europa come un principe, circondato da adorazione e lusso, preparato a salire sul trono spirituale dell’Ordine della Stella d’Oriente, creato appositamente per lui.

Poi, nel 1929, accadde l’impensabile. Con un atto che sconvolse la geopolitica dello spirito dell’epoca, Krishnamurti sciolse l’Ordine davanti ai suoi membri, pronunciando parole che sono ancora oggi un manifesto di liberazione:

Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non la si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare una “fede”. La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, una religione che viene imposta ad altri.

Discorso di scioglimento dell’Ordine della Stella, 3 agosto 1929


Per Krishnamurti, la relazione discepolo-maestro è intrinsecamente tossica perché si basa sulla paura e sulla ricerca di sicurezza psicologica.


Da quel momento la vita di Krishnamurti divenne un’opera di spoliazione. Non voleva aggiungere dogmi, ma spogliare l’essere umano dalle sovrastrutture, costruendo una critica radicale ai guru, alle gerarchie e alla trappola del conformismo.

Facciamo un passo indietro e cerchiamo di dare una definizione di gerarchia. Da un punto di vista strettamente culturale, la gerarchia è una tecnologia sociale che l’essere umano usa per creare ordine e sicurezza (spesso illusoria), e che si nutre della classica relazione sociale del potere coercitivo, ovvero comando-obbedienza. Krishnamurti, attraverso la sua parola e i suoi scritti, ha cercato di smontare questa dinamica.

Per Krishnamurti, la relazione discepolo-maestro è intrinsecamente tossica perché si basa sulla paura e sulla ricerca di sicurezza psicologica. Affidarsi a un guru significa proiettare la propria autorità interiore all’esterno, cristallizzando “l’infantilismo” spirituale. Il guru diventa un narcotico che impedisce l’esplorazione di sé.

A un certo punto della sua opera afferma che le religioni organizzate e le gerarchie ecclesiastiche non sono altro che “propaganda congelata”. Esse dividono gli uomini in fazioni (noi contro loro, gli eletti contro gli infedeli), istituzionalizzando la separazione e, di conseguenza, il conflitto.

Mentre scrivo penso alle tante guerre che insanguinano il nostro mondo e penso alle parole di Krishnamurti quando sosteneva che la guerra fosse un sottoprodotto della psiche collettiva.

Molti analisti geopolitici cercano le cause delle guerre nelle risorse economiche o nei confini territoriali, e questi sono motivi inconfutabili. Ma Krishnamurti, con lo sguardo rivolto alla radice antropologica, ribalta la prospettiva affermando che la guerra è solo la proiezione esteriore del nostro stato psicologico interiore.

Finché l’individuo si identifica con una tribù, una nazione, una razza o un’ideologia particolare, la guerra sarà inevitabile. Il nazionalismo e il patriottismo non sono virtù, ma forme di isolamento tribale e nevrosi collettiva. Se io mi definisco “indiano”, “americano” o “cristiano”, sto creando una barriera invisibile che esclude l’altro. La violenza globale è il risultato accumulato delle nostre micro-violenze quotidiane: la nostra ambizione, la nostra invidia, il nostro bisogno di possedere ed escludere.

L’analisi di Krishnamurti si estende inevitabilmente alle strutture socio-economiche, in particolare al sistema capitalista. Pur non essendo un economista in senso classico, la sua è una critica radicale all’homo oeconomicus.

Il capitalismo si fonda sull’idea che l’identità e il valore di un individuo siano determinati dall’accumulo di beni, di status, di potere. Krishnamurti vedeva in questo meccanismo una forma di violenza psicologica istituzionalizzata. Il sistema capitalista educa l’essere umano a competere, a misurarsi costantemente con gli altri, a vivere nel perenne confronto.

La società contemporanea ci chiede di essere “ingranaggi efficienti” in una macchina di produzione e consumo e il successo non è altro che una gabbia, perché l’ambizione è una sorta di motore del capitalismo che viene confuso con la fioritura dell’individuo. Per Krishnamurti l’ambizione è l’antitesi dell’amore e della comprensione; essa genera ansia, frustrazione e isolamento sociale.


Finché l’individuo si identifica con una tribù, una nazione, una razza o un’ideologia particolare, la guerra sarà inevitabile. Il nazionalismo e il patriottismo non sono virtù, ma forme di isolamento tribale e nevrosi collettiva.  

La “Pratica” che rifiuta ogni metodo: l’anarchismo dello spirito e della scienza

Se non ci sono guru a guidarci, se le istituzioni sono intrinsecamente corrotte e il sistema socio-economico è strutturato per alienarci, cosa resta da fare all’individuo?

Qui risiede il paradosso più affascinante e, allo stesso tempo, problematico del pensiero di Jiddu Krishnamurti. Egli rifiutava categoricamente i concetti di “metodo”, “tecnica” o “sistema” applicati alla meditazione, alla conoscenza di sé o alla preghiera. Un metodo, per sua stessa natura, è meccanico, ripetitivo e finalizzato a un risultato prestabilito. Di conseguenza, non fa altro che creare un nuovo binario, un ulteriore condizionamento che si sovrappone a quelli vecchi. Affermava che l’uomo che segue un metodo non è libero; è solo un esecutore efficiente.

Questa radicale demolizione della gabbia metodologica trova un’eco, sul piano epistemologico, in Contro il metodo (1975) di Paul Feyerabend.

Feyerabend contesta l’idea che la scienza proceda secondo regole rigide, universali e immutabili. Al contrario, dimostra storicamente che i più grandi balzi in avanti dell’umanità – si pensi alla rivoluzione copernicana – sono avvenuti precisamente perché gli scienziati hanno avuto il coraggio, o la necessità, di violare quelle regole. Se la scienza si fosse attenuta ai fatti accettati e alle logiche dominanti del tempo, non avrebbe mai superato i propri limiti. Da qui il celebre principio feyerabendiano dell’anything goes, che non è un invito al caos, ma una difesa della libertà creativa contro la burocrazia della mente.

In questo senso, la “pratica” di Krishnamurti è in realtà una non-pratica, un perfetto equivalente dell’anarchismo epistemologico di Feyerabend trasferito nell’interiorità umana. Entrambi intuiscono che la realtà, sia essa la verità del cosmo o la natura del sé, non può essere catturata da una formula ripetibile.

Come si traduce questa non-pratica nella quotidianità? Nella proposta krishnamurtiana dell’osservazione senza scelta, che consiste nel guardare la propria mente, le proprie reazioni, le paure, le invidie e i condizionamenti esattamente così come sono, nell’istante in cui sorgono.

La chiave di volta è l’assenza di un osservatore giudicante:

Non c’è condanna (“questo è sbagliato”).

Non c’è giustificazione (“ho ragione a provare questo”).

Non c’è sforzo di modifica (“devo diventare più calmo”).

Nel momento in cui introduci una scelta o un giudizio, stai applicando un metodo di controllo: stai dividendo la mente in due, una parte “buona” che giudica e una “cattiva” che viene giudicata, perpetuando il conflitto interiore.

Krishnamurti sosteneva che, nel momento esatto in cui si comprende a fondo e si “vede” l’intero meccanismo di una paura o di un condizionamento, senza lo schermo delle parole o delle analisi intellettuali, quel meccanismo si dissolve da sé. La percezione pura è già, in se stessa, l’azione mutante.

Per questo motivo non serve il tempo. Il “tempo psicologico” – l’idea espressa dal pensiero “oggi sono condizionato, ma domani sarò libero” – è l’illusione suprema. Il domani psicologico non esiste; è solo una proiezione del pensiero per rimandare l’incontro con ciò che è adesso. Il tempo non guarisce la mente, la fossilizza, perché permette al vecchio condizionamento di continuare a reiterarsi sotto nuove forme.

Credo, sperando di non forzare troppo il parallelismo, che sia Krishnamurti sia Feyerabend vogliano lasciarci nudi di fronte alla realtà. Ci tolgono l’illusione terapeutica e rassicurante del “libretto di istruzioni”. Ci dicono che la libertà, scientifica o spirituale che sia, non è la fine di un percorso lineare e ordinato, ma un atto vivo, immediato.

Idee

Da Maestro a Maestro

Gli incendi di Maicol&Mirco

Dharma in azione

Casa editrice

Ultima
Uscita

Casa discografica​

La casa discografica dell'Unione Buddhista Italiana

Ultima
Uscita

Iscriviti alla newsletter di GATE

Resta aggiornato con tutte le ultime novità

In caso di consenso conferito spuntando le caselle sopra riportate, i suoi dati saranno trattati da Unione Buddhista Italiana - UBI, con sede in Circonvallazione Clodia 163/167– 00195 Roma, nel rispetto della normativa sulla protezione dei dati personali al fine di inviarle all’indirizzo e-mail da lei fornito la nostra newsletter e invitarla a partecipare a eventuali sondaggi. I dati che saranno trattati sono quelli da lei inseriti nel modulo sopra. Potrà in ogni momento revocare il consenso disiscrivendosi tramite il link riportato in calce alla newsletter. Maggiori informazioni in tema di finalità del trattamento, base giuridica, destinatari, termini di conservazione e diritti dell’interessato potranno essere consultati nell’informativa privacy (https://gategate.it/privacy/).

Casa editrice

Casa discografica