L’oscurità dell’ombra dei pini
dipende dal lucore della luna.
È una breve poesia del monaco giapponese Kōdō Sawaki (1880-1965), noto anche come il «senza dimora» poiché visse per tanto tempo senza un tempio di riferimento o una residenza. Migrava da un tempio abbandonato ad un altro, meditando. Per lui meditare in zazen, seduto e con le gambe nella posizione del loto, significava anzitutto fare pulizia e andare oltre: oltre i problemi, oltre la fisicità, oltre la dualità io-noi, io-mondo, io-gli altri. Meditare semplicemente fa diventare se stessi. Cresciuto in povertà ha combattuto la prima guerra mondiale dove venne ferito, diventato monaco iniziò un’esistenza errabonda, finché nel 1949 non recuperò un monastero diroccato alle porte di Kyoto, l’Antai-ji, che rimise in sesto dedicandolo alla pratica quanto allo studio dei testi di Eihei Dōgen (1200-1253), uno dei patriarchi dello zen Sōtō, in quell’epoca di transito dalla Cina al Giappone, tra la fine del XII e l’inizio del XIV secolo.
Oggi Dōgen è maestro indiscusso, ma allora era stato in parte dimenticato, o oscurato. Alcuni dei monaci giapponesi che porteranno lo zen in Europa e lo rinnoveranno negli Stati Uniti provengono proprio dall’Antai-ji, mentre molti giovani occidentali faranno, nel corso degli anni Sessanta e Settanta, esperienza di cosa potesse essere realmente lo Zen proprio in questo tempio, uno dei pochi aperti inizialmente ai non giapponesi.
Apertura, adattamento e diffusione, tre regole auree per le vicende umane ma anche per i nostri cari amici alberi. E se dobbiamo tentare di focalizzare l’attenzione su un albero che sappia modellarsi negli spazi loro assegnati dal destino, o dalla decisione di qualche umano che li ha messi a dimora in un giardino, questo potrebbe appartenere probabilmente alla specie Ficus, in particolar modo alla specie Ficus macrophylla sub. macrophylla, originaria della remotissima isola di Lord Howe, in Australia, ma oramai ben acclimatatosi intorno ai mari del Mediterraneo, ostentando dimensioni e forme d’eccezione in paesi quali Spagna, Francia, Italia e Grecia. Gli esemplari presenti nel nostro paese sono tra i più spettacolari, con una concentrazione vertiginosa a Palermo, Catania, Trapani, Reggio Calabria, Cagliari, Napoli, Bordighera e Sanremo.
Un albero che sa modellarsi negli spazi assegnati
dal destino o dalla decisione di qualche umano
I più noti e più vasti radicano nel capoluogo siciliano: il ficus maggiore dell’Orto botanico, la Sagrada Familia dei nostri ficus, piantato tra il 1840 ed il 1845, ha una proiezione della chioma che si aggira tra i duemila e addirittura i tremila metri quadrati, cuore fisico del giardino botanico di Viale Lincoln, e il più vasto dei ficus ai giardini di Piazza Marina, o giardini di Villa Garibaldi, messo a dimora nel 1863. Anni fa feci un prospetto dei ficus presenti nelle ville e nei giardini pubblici e privati di Palermo contandone moltissimi, in luoghi quali il Giardino Inglese, Villa Trabia alle Terre Rosse, Palazzina Cinese, Villa Malfitano-Whitaker, Villa Sperlinga, Villa Niscemi, Palazzo dei Normanni, Villa d’Aci Orleans, Villa Sofia, Villa Napoli, Palazzo Jung e altri siti.
Mi ero avventurato anche nella misurazione dei perimetri delle tante crescite che nel corso dei decenni questi alberi avevano installato intorno al proprio centro, occupando lateralmente lo spazio disponibile, sempre che i giardinieri di turno lasciassero operare le cortecce e consentissero alle radici aeree di prendere forma e di farsi colonna. Ad esempio, il campione dell’Orto botanico, nella sezione centrale, comprendente una cinquantina di colonne, molte della quali fuse insieme, mi ha restituito una misura di perimetro pari a 87 metri! Che non è la circonferenza del tronco, ma l’insieme dei tronchi che configura la sua architettura. Stesso gioco ripetuto a Piazza Marina ove mi consegnava un dato pari a 40 metri. Stiamo parlando di alberi non altissimi, tra i 20 e i 25 metri, ma vasti, profondi, chiome gonfie e radici tabulari alla base che scolpiscono non di rado veri e propri labirinti legnosi.
Risalendo il paese ci potremmo fermare lungo la Marina di Reggio Calabria, in quel punto gradevolissimo che si estende tra la stazione dei treni e il museo di Archeologia, dove sono custoditi, tra i diversi tesori, anche i Bronzi di Riace. Il terremoto che sconquassò le fondamenta degli edifici la mattina del 28 dicembre del 1908, uccidendo un terzo della popolazione, ha mutato il paesaggio cittadino. Tra i lavori di riqualificazione ci fu la realizzazione di una striscia botanica sul lungomare oggi dedicato a Italo Falcomatà, sindaco simbolo della Primavera di Reggio. Se la memoria non mi inganna, ben ventisette ficus impreziosiscono questo spazio oramai molto frequentato da diverse generazioni reggine, con alberi dalle lunghe e plastiche radici e tronchi maestosi.
Sanremo è nota ovviamente per il Festival della Musica della Canzone Italiana e per la bellezza del suo centro storico. Camminando nei suoi giardini, molti dei quali un tempo residenze private che testimoniavano il fascino esercitato da questo tratto di costa ai possidenti inglesi, francesi, tedeschi e svizzeri.
La specie Ficus macrophylla probabilmente è approdata in Liguria non per prestito dalla Sicilia, come si potrebbe ipotizzare, ma via Francia, poiché proprietari di ville e appassionati botanici quali i fratelli Hanbury – fondatori dei giardini di Capo Mortola a Ventimiglia, nonché fautori del quartiere inglese di Alassio, e finanziatori dell’edificio nel quale attualmente ha sede l’orto botanico dell’Università di Genova – o il vulcanico Clarence Bicknell, naturalista e amante di tutto quel che era naturale e antico, e fondatore egli stesso, in quel di Bordighera, nel 1888 del Museo Biblioteca che ne porta il nome. Questi curiosoni naturalistici intrattenevano scambi con Gustave Thuret, arboricoltore e vivaista d’Antibes. Una di queste personalità o più verosimilmente l’architetto e giardiniere tedesco Ludwig Winter, chiamato da Thomas Hanbury nei suoi giardini, sarebbe titolato ad aver introdotto la specie nella regione, per diffonderla nei giardini di Sanremo, Bordighera, Ventimiglia oltre che nella sua abitazione in località Madonna della Routa a Ospedaletti, tra Bordighera e Sanremo. Quanti splendidi ficus ostentano le rugginose chiome nei giardini di questa zona? Ne possiamo ammirare a Villa Ormond, oppure nei giardini del quartiere Pigna, dinnanzi al municipio di Bordighera, nel parco di Villa Zirio e in molte altre locations.
In conclusione, se l’oscurità dell’ombra dei pini dipende dall’intensità della luce della luna, come intuiva Sawaki, probabilmente la profondità della nostra stupefazione, di fonte a taluni ficus secolari, dipende dall’originalità delle invenzioni geometriche che li hanno disegnati, lentamente, un millimetro alla volta, un giorno dopo l’altro.
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