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Cachi (particolare), attribuito a Mu Qi (attivo nel XIII secolo in Cina), inchiostro di china su carta. Proprietà del Daitokuji Ryokoin Temple. Foto © Kyoto National Museum

La storia mai raccontata del «dipinto zen preferito di tutti»

 

 

 

Nella primavera del 2017, Kobori Geppo, abate del tempio buddhista Daitokuji Ryokoin di Kyoto, si recò a San Francisco per una conferenza. Approfittando dell’occasione, decise di visitare con i suoi seguaci l’Asian Art Museum di quella città, che all’epoca aveva in preparazione due mostre sull’arte buddhista: la prima s’intitolava «Il potere del fiore» e analizzava l’uso simbolico delle piante nell’arte contemporanea e nella pop art; la seconda s’intitolava «Un miliardo di Buddha» ed era dedicata al ritratto del Buddha nella cultura tibetana.

 

Affascinato dalla calorosa accoglienza del museo, l’abate fece ai suoi curatori un’offerta che non avrebbero mai potuto immaginare né tantomeno rifiutare. In Giappone, nei depositi sorvegliatissimi del Museo Nazionale di Kyoto, il tempio di Daitokuji conservava un dipinto del leggendario monaco e artista cinese Mu Qi. Nota come Sei cachi, quest’astratta natura morta era stata a lungo considerata la Monna Lisa del Buddhismo Zen, con la sua composizione illuminata che indirizzava l’osservatore verso il nirvana. Realizzata nel XIII secolo, era un’opera famosa per la sua bellezza e per la sua inaccessibilità, non essendo mai stata esibita fuori dal Giappone fino ad allora.

 

«L’abate scelse noi» ci dice su Zoom Laura Allen, la curatrice della sezione Arte giapponese dell’Asian Art Museum. «Ci sentimmo molto onorati che lui avesse pensato al nostro museo come alla sede più adatta» aggiunge la sua assistente, Yuki Morishima, che insieme ad Allen ha trasformato la proposta dell’abate in una mostra intitolata «Il cuore dello zen». Inaugurata il 17 novembre 2023 e aperta fino al 31 dicembre, espone per la prima volta Sei cachi, insieme a un’altra natura morta, meno iconica ma ugualmente affascinante, Castagne. Oltre a farci conoscere la poetica di Mu QI, questa mostra davvero eccezionale risponde a una domanda che inizialmente lasciava disorientati: i dipinti di Mu Qi sono veramente i capolavori spirituali che crediamo?

 

Castagne (particolare), attribuito a Mu Qi (attivo nel XIII secolo in Cina), inchiostro di china su carta. Proprietà del Daitokuji Ryokoin Temple. Foto © Kyoto National Museum

 

MU Qi – scritto anche Muqi o Muxi, e a volte chiamato Fachang – è un monaco buddhista Chán vissuto durante l’ultima fase della dinastia Song Meridionali e quasi del tutto ignorato in patria – un testo cinese del 1365 definisce la sua opera «rozza, brutta e priva di tecnica». La sua pennellata atmosferica e non convenzionale, così come la sua predilezione per soggetti apparentemente prosaici, gli procurarono un seguito di fedeli ammiratori in Giappone, dove avrebbe influenzato l’arte figurativa per molti secoli a venire.

 

La popolarità di Mu Qi è del tutto comprensibile, perché ancora oggi i suoi dipinti ingannevolmente semplici possiedono un’aura di serenità difficile da replicare. Nel caso di Cachi, tale effetto deriva da una composizione dell’immagine all’apparenza spontanea, ma in realtà molto meticolosa. Evitando il dettaglio realistico che caratterizza gran parte delle nature morte occidentali, il monaco fa galleggiare i suoi frutti in uno spazio vuoto. E creando un contrasto fra dimensioni e colore, riesce a produrre un’opera al tempo stesso disuguale e uniforme, energica ed equilibrata.

 

Quanto più si osserva questo dipinto, tanto più la sua composizione riesce a illustrarci concetti fondamentali del Buddhismo Zen, compreso quello di impermanenza. I cachi sono una potente metafora della mortalità umana. Raccolto in autunno – una stagione di morte e decomposizione – questo frutto dal sapore agrodolce (descritto come una combinazione di mango, cannella e pepe tostato) matura appena prima di iniziare a marcire, ma può essere essiccato e conservato per fare dolci.

 

Riproducendo la parte esterna di quei frutti con singole pennellate circolari, Mu Qi intendeva chiaramente evocare l’ensō, il simbolo buddhista della forza, della connessione, del distacco dalle aspettative, del riconoscimento dell’imperfezione in sé stessi e negli altri. Guardando il dipinto da sinistra a destra, la disposizione dei cachi sembra inoltre alludere al ciclo della vita, con piccoli frutti bianchi che lasciano posto a frutti più grandi e più scuri. Come osserva lo storico dell’arte cinese Friedrich Zettl nel suo blog:

 

Veniamo al mondo senza nulla, come uscendo dalla luce. Nei primi anni, siamo innocenti e inesperti (caco n. 2 da sinistra), ma pieni di vitalità. Durante l’adolescenza, partiamo dal basso (n. 3) guardando i nostri superiori. Vale la pena notare che il n. 3 è in prospettiva dall’alto, a enfatizzare la nostra inferiorità. Raggiungiamo lo zenit della nostra vita e del nostro lavoro (n. 4) diventando a nostra volta superiori. Da quel punto in avanti, è un percorso in discesa, finché lasciamo questa vita senza nulla.

 

Zettl prosegue osservando che Mu Qi ha scelto un soggetto mai raffigurato nella pittura cinese. Libero dalle connotazioni culturali che collegavano i dipinti di bambù e fiori, Sei cachi non poteva essere analizzato alla ricerca di significati nascosti, ma andava visto per quello che era.

 

The Untold History of ‘Everybody’s Favorite Zen Painting’Cachi, attribuito a Mu Qi (attivo nel XIII secolo in Cina), inchiostro di china su carta. Proprietà del Daitokuji Ryokoin Temple. Foto © Kyoto National Museum

 

 

Eppure, se considerata da una prospettiva buddhista, anche questa esplicita mancanza di simbolismo diventa, per certi versi, altamente simbolica. Proprio come i buddhisti zen privilegiano la meditazione rispetto allo studio della scrittura e dei sutra, così la natura morta di Mu Qi raffigura un oggetto senza imporre una narrazione.

 

La natura morta evoca inoltre quello che chi pratica lo zen definisce comprensione non concettuale. «Mettete a confronto i Cachi di Mu Qi con le pitture Song che si richiamano alla letteratura, alla poesia e alla storia» ha detto un altro storico dell’arte cinese, James Cahill, durante una conferenza all’Università della California di Berkeley. «Nella dottrina Zen, osservatore e osservato non sono separati, ma occupano un continuum. Gli artisti Chán penetrano la scorza dello stile e dei riferimenti letterari per offrire un’immagine diretta, immediata, senza intrusione di stili».

 

L’interpretazione del dipinto fornita da Cahill – come di ineguagliata illustrazione degli insegnamenti zen – ha prevalso a lungo incontrastata, al punto che oggi molti dei suoi ammiratori rimangono stupiti quando vengono a sapere in che modo l’opera fu originariamente accolta nel Giappone feudale. Dove fu ammirata ed elogiata non certo per il suo sottotesto spirituale, ma solo ed esclusivamente per la sua bellezza. I primi proprietari giapponesi dell’opera, la ricca famiglia Tsuda, la usarono come ornamento nella cerimonia del tè – era il periodo in cui si iniziava ad accompagnare la bevanda con frutta fresca e frutta secca. Raramente guardata per il suo intrinseco valore, quella natura morta rimaneva in secondo piano, contribuendo a creare l’atmosfera più che a stimolare la conversazione.

 

Cachi era arrivato in Giappone quando il Buddhismo Zen rimaneva confinato nei monasteri ed esercitava scarsa influenza sulla cultura giapponese. Il dipinto iniziò a essere associato allo Zen solo dopo che i giapponesi si familiarizzarono con quella dottrina. In un articolo del 2021 pubblicato sul Korean Journal of Art History, lo storico dell’arte Heeyeun Kang dell’Università statale di Seul sostiene che il ceto aristocratico cominciò a promuovere Cachi come simbolo del Buddhismo Zen all’interno del più ampio progetto di «fare dello Zen l’elemento costitutivo dell’identità nazionale».

 

Quando lo Zen iniziò a prendere piede anche in Occidente, il critico Okakura Kenshin dichiarò che la cultura Zen, dimenticata nell’originaria Cina, era diventata inestricabilmente connessa alla natura giapponese. Un altro critico, Aimi Kōu, ricorse all’opinione di Okakura per riscrivere dalle fondamenta la storia culturale del loro paese, iniziando da una decisiva rilettura di Sei cachi. «Solo un artista dotato di una profonda conoscenza dello Zen poteva raggiungere tale sicurezza ed efficacia con mezzi apparentemente tanto semplici» gli fece eco Yasuichi Awakawa, in un libro significativamente intitolato Pittura Zen (1970). In Cachi, secondo il filosofo Hisamatsu Shin’ichi, il vero Buddha appare come «Io senza forma», consapevole del vuoto intrinseco dell’esistenza.

 

Nei primi anni del Novecento, il dipinto di Mu Qi era diventato un emblema inequivocabile del Giappone, al punto che il governo lo dichiarò «Importante proprietà culturale» della nazione nonostante la sua origine straniera.

 

La rivalutazione di Cachi alla luce dello Zen giapponese venne condivisa senza esitazioni da studiosi occidentali come Cahill, peraltro uno dei più importanti sinologi dell’epoca. Era stato, tuttavia, preceduto da un orientalista non meno autorevole, Arthur Waley, che nel saggio Il Buddhismo Zen e le sue relazioni con l’arte (1922) aveva descritto il dipinto come «passione […] congelata in una calma stupenda». Fornendo un controverso supporto attraverso gli scritti di un monaco del XII secolo di nome Dogen, il traduttore svizzero Helmut Blinker più tardi definì i frutti di Mu Qi «impronte di trascendenza».

 

Studiare come Mu Qi è stato accolto in Giappone non solo ci previene dal trarre conclusioni sbagliate dalla sua opera, ma ci aiuta anche a comprendere meglio il ruolo dell’arte nello Zen. In realtà, come evidenzia uno dei testi didattici che accompagnano la mostra, dipinti come Cachi «vivono nei templi Zen fianco a fianco con una miriade di oggetti visivi: colorati ritratti di sacerdoti, icone buddhiste tradizionali, incensieri, teiere e tazzine, abiti ecclesiastici, per non citarne che alcuni. Vedendoli tutti insieme, possiamo onorare la natura eterogenea dell’esperienza monastica, nonché le multiple vite di questi oggetti e la considerazione di cui sono stati circondati nel corso del tempo».

 

Tuttavia, il fatto che Sei Cachi non sia stato inizialmente accolto come un capolavoro buddhista non significa che non possa avere un forte impatto sul percorso spirituale di chi l’osserva. Avendo visto il dipinto sempre e solo riprodotto, Morishima, l’assistente della curatrice di «Il cuore dello Zen», ricorda con quanta eccitazione si è trovata faccia a faccia con l’originale. Osservando le singole pennellate, sicure e decise, e percependo il peso dello spazio vuoto attorno ai frutti, non si può fare a meno di provare un senso di calma. Forse è un effetto placebo, dovuto alla reputazione del dipinto, a cui non si può sfuggire. Forse, invece, è reale ed autentico, ed è probabilmente per questo che la famiglia Tsuda l’ha tenuto con sé tanto a lungo.

 

 

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