Un modo per portare la mente nel presente – per radicarci nella meditazione di base – è meditare sul corpo e sul respiro. Possiamo farlo ogni volta che ci perdiamo o ci lasciamo trasportare dai pensieri o dal sentire. Basta ricordare: «Sto ancora respirando, il corpo è ancora qui». Questo ci radica e fissa la consapevolezza nel presente. A livello emozionale questa semplice pratica può incontrare delle resistenze. Forse stiamo cercando qualcos’altro. Il respiro, la postura o la sensazione del corpo così com’è non ci sembrano abbastanza importanti come oggetto di riflessione: tendiamo a scartarli. Ma vi incoraggio ad avere piena fiducia in questa pratica del «semplice momento presente», solo quello che accade con il respiro e con il corpo. Contemplare il corpo. Questa consapevolezza permette di capire che il corpo è nella mente. Il modo convenzionale di pensare alla mente è che questa è nel corpo. L’ uomo della strada direbbe: «La mia mente è quassù, è il mio cervello». In Occidente siamo a tal punto ossessionati dal pensiero e dalle conquiste intellettuali, che tutto è nella testa. In Thailandia, di solito, per localizzare la mente si indica il cuore. Ad ogni modo, pensiamo che sia una cosa che sta dentro di noi.
Ma c’è un altro modo: contemplare il corpo come se fosse nella mente. Si può essere consapevoli del corpo semplicemente ascoltando o guardando o aprendosi alle sensazioni del corpo. Quando pensate al vostro mignolo destro, quel dito diventa un’esperienza consapevole. È molto positivo che il corpo sia ammesso, accettato nella coscienza piuttosto che respinto, frainteso o sfruttato. Di solito ignoriamo il nostro corpo o lo sfruttiamo per piacere. Invece, possiamo ascoltarne i ritmi, contemplare le sue sensazioni, la sua sensibilità attraverso gli occhi, le orecchie, il naso, la lingua e il corpo. Questa sfera sensoriale in cui siamo nati è un qualcosa che possiamo contemplare. La mente può osservare la sensibilità: il caldo e il freddo, il piacere e il dolore, la bellezza e la bruttezza, i suoni armoniosi o i rumori stridenti, gli odori fragranti o il tanfo. Salato, dolce, insipido, astringente, amaro: è tutta sensibilità. Ci sentiamo bene o male, depressi o euforici.
Considerando il corpo come punto focale, ho trovato molto utile entrare in contatto anche con le sensazioni neutre. Pensate a una mano che tocca l’altra o alla pressione dei vestiti sulla pelle. Gli esseri umani di solito rilevano soltanto gli estremi dell’esperienza sensoriale: quando il corpo si sente particolarmente sano o molto sofferente. Non facciamo caso alle sensazioni neutre, a meno che non prestiamo molta attenzione. In genere, ignoriamo anche le sensazioni leggermente sgradevoli. Quando ci sentiamo lievemente a disagio, ignoriamo quella sensazione, almeno fino a quando non diventa troppo fastidiosa. Questa sfera e questa forma – l’intero cosmo che sperimentiamo ora – è una sfera sensibile. Possiamo contemplare il corpo com’è nella mente. Ciò significa che possiamo renderlo presente alla coscienza: piedi, mani, testa, viso, spalle, petto, schiena, vita, fianchi, tutto quanto.
Questa riflessione sul corpo è uno dei fondamenti della consapevolezza. «Fondamento» significa che è qualcosa che si ha sempre. Il corpo è qui con noi finché non muore. È qualcosa qui e ora. La consapevolezza del corpo è un modo per vedere il corpo in termini di Dhamma piuttosto che in termini di attaccamenti personali. Tendiamo a considerare la sensibilità come un fatto personale, mentre è solo una cosa naturale; è la natura. Accorgersi della sensibilità significa farne oggetto di riflessione, altrimenti siamo solo preda di reazioni al piacere e al dolore, alla lode e al biasimo, alla simpatia e all’antipatia, al caldo e al freddo. Riflettere significa accorgersi che le cose stanno così. Avere un corpo umano è così. Sarà sempre una fonte di irritazione, per quanto si cerchi di farlo sentire a proprio agio. Negli ultimi cento anni abbiamo fatto cose meravigliose per rendere la vita sempre più confortevole, ma siamo ancora costantemente irritati. Intendo dire che, essendo una sfera sensibile, è anche una sfera irritante. C’è sempre in qualche modo qualcosa che ci urta. Anche quando chiudiamo gli occhi, sentiamo rumori o avvertiamo dolori nel corpo. C’è sempre qualcosa che disturba la coscienza, un’irritazione. Anche le condizioni piacevoli, quando le contempliamo, creano agitazione. In sostanza, qualsiasi esperienza sensuale attiva la mente. Questa è l’esperienza della sensibilità. La sfera condizionata in cui viviamo durante la vita del corpo è uno stato di sensibilità, e questo implica che ne saremo infastiditi fino alla morte del corpo. Ma possiamo sopportarlo. È sopportabile. Non c’è niente di male nell’irritazione, non è un male. È semplicemente qualcosa da contemplare e da accettare per quello che è.
Se non accettate la vostra esperienza e cercate qualcos’altro, un modo di vivere in cui non sarete mai più irritati, state sprecando la vostra vita, in cerca del paradiso in una realtà che non è paradisiaca. Il mondo in cui viviamo è così: sperimentiamo piacere e dolore. La società ci loda e ci biasima. C’è forse qualcuno che non è mai stato biasimato o criticato nella sua vita, ma solo lodato? Tutti vogliamo essere rispettati, avere fortuna e successo. Tutti temiamo il fallimento, il disprezzo, il rifiuto. Ci diciamo: «Voglio avere successo ed essere felice. Voglio avere una buona salute. Voglio essere attraente, accettabile, rispettato, amato, lodato, ricco, al sicuro». Non vogliamo ammalarci, essere brutti, perdere i capelli o perdere tutto il nostro denaro. Questi sono valori mondani: cercare sempre di ottenere il meglio ed evitare il peggio. Se riflettiamo su questi aspetti, ci rendiamo conto che dal punto di vista della meditazione il bene o il male, il successo o il fallimento, la lode o il biasimo hanno lo stesso valore.
Lo sviluppo spirituale non dipende dal successo, dalla felicità, dalla salute, dalla ricchezza o dalla simpatia. Anzi, a volte impariamo di più dall’altro versante: dalla malattia, dalla delusione, dalla disillusione, dalle ferite del cuore, dall’amore non corrisposto e da tutto il resto. Se siamo disposti a contemplare queste esperienze, possiamo acquisire una grande forza. Quando ripenso alla mia vita, provo gratitudine per tutte le esperienze per cui provavo risentimento quando ero più giovane. Anche per gran parte della mia vita monastica mi sono portato dietro il pensiero che certe cose erano state ingiuste e non sarebbero mai dovute accadere. Ogni volta che ricordavo questi eventi, dentro di me provavo risentimento. Ma, grazie alla contemplazione, ora provo gratitudine per le disgrazie della mia vita. Quando la vita si fa dura e le cose non vanno per il verso giusto, significa che qualcosa deve emergere; bisogna affrontare ciò che più si disprezza o si ritiene ingiusto e sopravvivere. Questi momenti, gli alti e bassi dell’esperienza umana, mi hanno dato molta forza. La vita non è facile. Siamo in un regno di dukkha, di esperienze che ci irritano e che se non siamo consapevoli sono causa di sofferenza.
Il Buddha ha insegnato la pratica della consapevolezza come metodo per realizzare la non-sofferenza. Non ha parlato di non-irritazione; era ancora irritato dalla vita dopo l’illuminazione, ma non creava sofferenza. La via per realizzare questa non sofferenza è la consapevolezza, l’osservazione e l’ascolto, l’attenzione al corpo e al respiro. Esercitatevi in questa pratica sia quando meditate, sia quando lavate i piatti, cucinate o camminate da un posto all’altro. Ovunque. Tenete a mente: «Dove mi trovo? Cosa sto facendo?». Integrate questo senso di attenzione a ciò che sta accadendo in questo momento, invece di precipitarvi da qui a lì. Di solito vogliamo sbrigarci a lavare i piatti per poter fare qualcosa di più importante, per esempio meditare. Ma lavare i piatti fa parte dell’esperienza consapevole. Quando laviamo i piatti, anche quella è meditazione. Non vedere le cose come ostacoli alla pratica, ma come opportunità per integrare la consapevolezza nel flusso della vita. La meditazione formale – stare seduti per quarantacinque minuti – è utile per sviluppare questa capacità di essere consapevoli. Impariamo a gestire il dolore alle gambe o alla schiena, i pensieri spiacevoli o anche il vagare della mente. Nessuno di noi vuole il dolore, l’inquietudine o un’esperienza spiacevole, ma la nostra pratica non consiste nel cercare di liberarcene. Al contrario, impariamo ad accoglierle per quello che sono. Contemplando le sensazioni del corpo, vediamo come cambiano spontaneamente. Non sono permanenti. Non sono la realtà ultima. Impariamo a essere pazienti e a sopportare emotivamente ciò che pensavamo di non poter sopportare. Possiamo sopportare il dolore fisico, la fame, il caldo e il freddo, le lodi e i rimproveri, qualsiasi irritazione. Ma non è una pratica volontaristica: «Voglio superare la barriera del dolore» o «Non mi arrenderò alla debolezza». È più una pratica orientata alla fede. Osservare e testimoniare. Contemplate le varie sensazioni e reazioni, fisiche ed emotive, che si manifestano nel presente. Questo ci aiuta a sopportare. Anche quando la mente dice: «“Non ce la faccio più», possiamo ancora sopportare. Possiamo sopportare tutto, qualsiasi cosa.




