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La scelta radicale: vent’anni di monachesimo come diserzione

Tempo di lettura: 5 minuti

L’estate del 2025 mi ha trovato già immerso nella preparazione di questo percorso con Gate, immaginando incontri e conversazioni con monaci, monache e tutti coloro che hanno disertato la performatività sociale continua. È stato in quel periodo che, incontrando un’amica editrice, le ho raccontato del progetto. La sua risposta è stata immediata: «Devi assolutamente conoscere Selene Zorzi». E oggi sono qui, proprio con lei. Selene ha fatto una scelta radicale a vent’anni – l’età in cui spesso ci sentiamo schiacciati dalla società e oppressi dalle aspettative – decidendo per il ritiro monastico. Una decisione che non solo le ha cambiato la vita, ma che oggi mi spinge a interrogarmi sul significato di libertà e autenticità.

Scegliere il monachesimo a vent’anni

Sono molto interessato a capire cosa spinge una giovane donna a fare questa scelta, come è maturata questa volontà?

La mia esperienza di vita monastica affonda le radici in un percorso di ricerca e disallineamento iniziato molto presto. A diciotto anni, lasciai casa per unirmi a una comunità laica ad Ostia Antica, un cenacolo culturale fondato dal mio professore di italiano. Era un luogo di studio, riflessione e liturgia che frequentavamo come studenti, ma che per me rappresentava il primo vero laboratorio di umanità.

Tuttavia, quella comunità, pur progressista nell’ambito ecclesiastico per gli anni ’90 (accogliendo laici, sposati e preti), si rivelò presto troppo simile a un “albergo spirituale”. Cercavo una vita comune e relazionale più forte, ma trovavo prevalentemente persone impegnate nelle proprie attività individuali. Questa insoddisfazione mi spinse a cercare altrove, e fu frequentando i corsi di teologia presso i benedettini a Sant’Anselmo che conobbi la spiritualità monastica.

E attraverso il tuo incontro con i benedettini che maturi la scelta di lasciare la vita laica e quindi di entrare in monastero?

Si delineò un sogno che per me era  utopico, una vita scandita da studio, liturgia e vita comune, basata sulla sapienza di una Regola millenaria. Entrai nella vita monastica a 23 anni, una scelta che, per i miei coetanei era percepita come profondamente controcorrente e quasi una diserzione dalla società. Se ci penso fin dall’adolescenza ero stata in controtendenza: prima nella mia famiglia non praticante per frequentare la parrocchia, poi in parrocchia con le mie fasi di ateismo, e infine con la scelta di aderire a una comunità atipica. La decisione di abbracciare la vita monastica non fu un atto mistico isolato, ma la culminazione di un profondo disagio nei confronti dei valori dominanti della società: l’ossessione per l’apparire, il successo economico e l’agenda quotidiana frenetica.

Questa scelta non  rappresentava una vera e propria fuga mundi, ma più un tentativo di ricreare un aspetto della vita all’interno della società che si reggesse su valori diversi. Non mi attiravano affatto i modelli familiari o sociali prestabiliti – l’idea di avere figli o di una famiglia mia era estranea al mio desiderio. C’era in me una vocazione a cercare altro, un’altra struttura di valori, un altro modo di stare insieme, in un’epoca che da lì a poco sarebbe stata fagocitata dal berlusconismo.


Il silenzio monastico, per me, non era l’assenza di voci, ma la patria di tutte le voci – la taciturnitas. Era l’atteggiamento funzionale all’ascolto, alla concentrazione per il dialogo con la parola.

Entrata in convento hai incontrato l’equilibrio tra regola, silenzio e liturgia, come è stata questa esperienza per una giovane ventitreenne degli anni 90?

Ciò che mi affascinò della vita benedettina era la possibilità di gestire il caos che vivevo attraverso la sapienza della Regola e il suo equilibrio tra lavoro (labora), studio, vita spirituale e preghiera (ora). L’incontro con la Parola di Dio, l’esegesi e la liturgia trasformarono la mia esistenza in uno scrigno pieno di significato. Il momento decisivo avvenne in monastero, durante una veglia liturgica a Fabriano. Di fronte a una grande icona del Cristo, mi chiesi: «Tu appresso chi corri?». Io, ex pallavolista e studentessa che faceva tre università e lavorava, ero costantemente senza fiato. Capii che non stavo solo cercando delle cose o dei valori, ma che stavo cercando un volto, un chi, che desse senso alla mia corsa totalizzante.

Monachesimo e società della prestazione

Che ruolo ha avuto la preghiera e questa che io chiamerei una  diserzione silenziosa?

All’interno di questo percorso, la preghiera è stata fondante, anche se in una modalità inattesa. Devo ammettere che l’esperienza più formativa e definitoria che mi ha aperto alla vera comprensione di cosa sia la preghiera non è stata in un contesto cristiano, ma in un sesshin (ritiro) di meditazione Zen. Sei giorni di silenzio completo di fronte a un muro bianco hanno “aperto la botola dello spirito”, rivelandomi il significato profondo della preghiera.

Ho poi integrato la meditazione Zen nel mio tempo quotidiano di meditazione monastica, ponendola come preparazione al contatto con la Lectio Divina (la lettura meditata della Parola). Il monachesimo benedettino, con le sue radici feconde, permetteva d’altronde un forte dialogo con l’Oriente, la nostra era una preghiera essenzialmente silenziosa, centrata sull’ascolto della parola dei salmi e delle scritture.

Che ruolo ha svolto il silenzio nel tuo quotidiano?

Il silenzio monastico, per me, non era l’assenza di voci, ma la patria di tutte le voci – la taciturnitas. Era l’atteggiamento funzionale all’ascolto, alla concentrazione per il dialogo con la parola. Nonostante il paradosso di un monastero dove a volte le monache, per difendersi dalla rigidità, erano “ciarliere” e incapaci di stare in silenzio maturamente, il mio desiderio di quella dimensione però rimase intatto.

Di questi venti anni passati in convento oggi cosa rimane?

Oggi, dopo vent’anni di vita monastica porto con me l’insegnamento più grande: stare da sola senza sentirmi in solitudine. Ricerco e godo moltissimo dei miei momenti di solitudine, perché so che fanno parte fondamentale del mio equilibrio e della mia continua, sebbene ora laica, diserzione dalle frenesie del mondo.

Diserzione e libertà

L’esperienza di Selene Zorzi ci obbliga a riconsiderare il monachesimo non come una reliquia del passato, ma come una strategia di sopravvivenza radicalmente contemporanea. Se l’antropologia classica ha spesso guardato alla scelta monastica come a una fuga mundi, l’analisi di questo percorso suggerisce una prospettiva inversa: il monastero non è una fuga dal mondo, ma una fuga dalle narrazioni tossiche che il mondo impone.
Oggi sempre più viviamo in quella che il filosofo Byung-Chul Han definisce la società della prestazione, dove l’individuo è un «imprenditore di se stesso» condannato a un’iper-attività che logora l’anima. In questo contesto, la scelta di Selene di fermarsi a vent’anni assume un valore politico: è una diserzione dalla performatività. Sostituire l’agenda frenetica con la Regola significa riappropriarsi del tempo. La Regola non è qui intesa come costrizione, ma come un’impalcatura che protegge l’umano dall’entropia del consumo, trasformando il tempo da “merce da spendere” a “spazio da abitare“. Da un punto di vista filosofico, il silenzio di cui parla Selene — la taciturnitas — agisce come una forma di ecologia profonda dell’ascolto. In un’epoca di rumore incessante e di sovraesposizione digitale, il silenzio monastico opera una pulizia dei canali comunicativi. La preghiera e la meditazione Zen, in questo senso, non sono esercizi narcisistici, ma tentativi di decostruire l’Ego per ritrovare l’Alterità. È il passaggio dal “cosa” cerco (l’oggetto, il successo) al “chi” (il volto, la relazione, il senso profondo).
L’insegnamento più prezioso che emerge da questi vent’anni è la trasformazione dell’isolamento in solitudine feconda. Antropologicamente, l’essere umano è un animale sociale, ma la modernità ha confuso la socialità con la connessione costante, lasciandoci paradossalmente più soli. La diserzione di Selene insegna che la vera libertà, probabilmente, consiste nella capacità di stare con se stessi senza spaventarsi.
Oggi, questa diserzione continua in forma laica, suggerendo che il monachesimo possa essere una postura interiore universale: un modo per abitare la società senza farsi abitare dalle sue nevrosi. In definitiva, la scelta radicale di Selene ci ricorda che disertare significa, innanzitutto, scegliere a chi e a cosa appartenere.

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