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La prigione

Ho portato la meditazione Zen nel carcere di Rebibbia dopo aver condotto un gruppo di meditazione nel carcere di San Quintino negli Stati Uniti.

 

Il programma è stato portato avanti per decenni dal Centro Zen di San Francisco. A San Quintino fanno una pratica tradizionale Zen in carcere – quindi meditazione seduta zazen e varie cerimonie tradizionali. Alcuni carcerati hanno anche ricevuto i voti buddhisti come laici.

 

Hanno ricevuto anche gli abiti buddhisti, con delle pratiche molto intense, molto belle, e grazie a loro ho avviato il primo programma di meditazione in carcere, la cappellania in prigione in Italia.

 

Sono un mostro?

Qualche anno fa sono tornato a San Quintino e mi sono rincontrato con uno dei carcerati che pratica ormai da anni a San Quintino, un carcerato, appunto, condannato al carcere a vita. Ed è incredibile quanto la meditazione buddhista lo abbia toccato e trasformato.

 

Lui tiene discorsi sempre molto autentici, molto profondi. Parlandomi mi ha detto: “Beh, prima la società mi ha detto che io sono un mostro, la mia famiglia mi ha fatto credere di essere un mostro, il carcere mi ha fatto pensare di essere un mostro ed io alla fine ho pensato di esserlo. Ma con la meditazione mi sono reso conto che io non sono un mostro. Ho fatto dei grossi errori, questo è vero, e sto pagando per questo. È mia intenzione cambiare profondamente.

 

Molto spesso le persone incarcerate introiettano l’immagine del mostro che la società proietta su di loro… possiamo pensare a come usiamo questa espressione nel linguaggio comune: «è un mostro», diciamo.

 

La forza dei koan

Pensando a questo mi è venuto in mente un koan, una storia Zen (Il caso 38 – La porta senza porta), in cui si narra di un toro che passa attraverso una finestra con le sbarre. Passa la testa, passano le corna, passano le quattro gambe, passa il corpo, non passa la coda.

 

I koan hanno sempre diversi livelli di lettura e di interpretazione. Quando ero un monaco Zen novizio, come novizi uscivamo da una stanza e lasciavamo la luce accesa nella stanza e succedeva che il maestro ci dicesse: «Gatto! Ti sei dimenticato la coda…». Sapete come gli animali domestici sembrano non essere consapevoli di avere una coda e magari si mettono a inseguirla continuamente compiendo questi giri infiniti… Quindi, se lasciamo la stanza dimenticando la luce accesa (la coda) che tipo di consapevolezza abbiamo in quel momento? Quale è lo stato mentale che abbiamo? Siamo consapevoli? Quale cura dimostriamo?

 

Il koan è anche un invito a prendersi cura dei piccoli dettagli; la coda è piccola, il toro ha una testa enorme… e la nostra pratica Zen ci esorta a non dimenticarci delle piccole cose, come la luce accesa o la coda del toro. La consapevolezza, infatti, non è solo la consapevolezza delle cose macroscopiche (anche perché i dettagli nascondono qualcosa di importante, di forte) e il simbolo del toro, del bufalo, torna spesso nella tradizione Zen. Le immagini della caccia al toro sono il simbolo della pratica. La mente viene immaginata come un toro imbizzarrito e la pratica consiste nel cercare il toro, cavalcarlo… Avete presente quando ci sediamo sul cuscino in meditazione e la mente comincia a scalciare come in un rodeo? Quindi la pratica è domare la mente, domare il toro. Fino a che il toro e la persona che lo cavalca diventano una cosa sola. E nell’immagine finale, nella tradizione Zen, il toro e il domatore vengono completamente dimenticati.

 

Ad un altro livello il koan parla del karma, ovvero il frutto delle nostre azioni passate. Immaginiamo di aver fatto qualcosa di non bello; a volte questa cosa è passata e siamo passati attraverso la finestra ci sembra con poche conseguenze ma questo poi ci blocca… L’effetto dell’azione passata si presenta e siamo chiamati a farci i conti. Piccole cose del passato che non avevamo preso in considerazione e che ora invece ci immobilizzano. A questo punto l’unica cosa da fare è prenderci cura delle azioni passate e confrontarci con esse. Spesso presento questo koan nelle varie carceri in cui insegno perché l’immagine della finestra con le sbarre parla molto ai detenuti (bloccati in stanze con le sbarre alle finestre…) e allo stesso modo il concetto del karma che ritorna dice tantissimo a persone che stanno scontando in carcere le proprie azioni passate.

 

Dedalo, icaro, il minotauro

C’è un altro mito, un altro koan, inscritto nel DNA degli Occidentali che parla di detenzione, di mostri, tori e retribuzione karmica. È la storia del Minotauro e del labirinto. Dedalo era un grande inventore di Atene che con le sue invenzioni aveva fatto grandi doni all’umanità, dalla sega per tagliare il legno a delle statue mobili; poi, dato che aveva avuto problemi con la giustizia come i nostri detenuti, scappò da Atene e andò a Creta dal Re Minosse. Anche qui si rese immediatamente utile; tra le altre cose aiutò il re a risolvere un problema con la moglie, la Regina Pasifae, che ebbe una relazione con un toro che portò alla nascita del minotauro, mezzo uomo e mezzo toro, un mostro. Anche qui, Dedalo intervenne con un’utile invenzione per l’umanità, il labirinto, dove il violento minotauro potesse essere nascosto. Tuttavia, per non far conoscere alle persone la via d’uscita dal labirinto, il Re Minosse rinchiuse lo stesso Dedalo e il figlio Icaro nel labirinto insieme al mostro. Ma di nuovo intervenne Dedalo con l’invenzione delle ali di cera: lui e il figlio volarono fuori dal labirinto. Purtroppo Icaro attratto dal Sole ci volò troppo vicino e le ali si squagliarono, facendo precipitare il giovane. Dedalo continuò il suo volo e arrivò in Sicilia, dove si stabilì e continuò a fare grandi opere per l’umanità, ma in una maniera completamente diversa.

 

Photo by Erik Mclean on Unsplash

 

Il labirinto

In questo mito ci sono molti elementi che ci possono aiutare a comprendere meglio il koan del toro e anche la psiche dei carcerati. Innanzitutto, abbiamo il labirinto. La prima istruzione che dò quando formo le persone, quando insegno ai cappellani che vengono con me in carcere è che la prigione, dal punto di vista architettonico, è progettata come un labirinto, e lo è di proposito. Quindi la gente perde la sensazione di dove si trova.

 

Alle persone che vengono con me per la prima volta in carcere io chiedo di guardare, di fare attenzione al percorso che seguono dall’ingresso. E poi chiedo se sanno esattamente dove si trovano ora e se riescono a trovare la strada per tornare indietro… In carcere non è affatto facile sapere dove ci si trova perché si girano un sacco di angoli e contro angoli, si oltrepassano molte porte ed è facilissimo perdere l’orientamento.

 

Il mostro

Ci si nasconde il mostro, dentro al labirinto: questo è il secondo elemento che comunico. Il carcere è il labirinto dove vengono nascosti i mostri della nostra società. Le persone che non vogliamo vedere. E per questo vengono innalzati dei muri molto alti, ma siamo corresponsabili… Nel senso che quando gli attuali carcerati erano dei ragazzini e lo Stato non c’era, la famiglia era assente, non c’era nessuno… noi dove eravamo? Perché non li abbiamo aiutati allora?

 

Quando ho iniziato a insegnare meditazione in carcere ho chiamato un ottimo amico, Mario Thanavaro, e gli ho detto «Mario, vorrei insegnare meditazione ai prigionieri». Mi ha riso in faccia… «Dario, siamo tutti prigionieri!! Cosa vuoi fare? Siamo prigionieri di noi stessi, delle nostre pressioni e quant’altro…». Anche noi costruiamo dei muri e indossiamo le nostre maschere per non far vedere il nostro mostro, perché crediamo vi sia un mostro dentro di noi. Quindi innalziamo muri, ci mettiamo maschere affinché gli altri non vedano il mostro che noi crediamo di essere. Erigiamo delle difese. Dei muri.

 

Pensiamo al progetto del labirinto di Cnosso: sembra una serie di spirali con dei cerchi concentrici. E proprio come la girandola che ci mettiamo davanti, la facciamo girare per non farci vedere… così la gente non ci vede. Quindi facciamo continuamente questo movimento «girandolesco» con azioni, parole, vestiti, atteggiamenti per non far vedere il mostro che sta dentro di noi. Se alla fine della giornata siamo esausti, la stanchezza che percepiamo non è proporzionale al lavoro eseguito, ma al fatto che erigiamo muri, mettiamo maschere, facciamo girare la girandola e questo costa fatica ed energie. Anche la nostra mente è come un labirinto.

 

Fuga dal labirinto

È interessante vedere che Dedalo esce dal labirinto volando. Normalmente tendiamo a pensare al labirinto in termini bidimensionali. Tuttavia, c’è anche l’alto e il basso. Infatti, come fa Dedalo a uscire dal labirinto? Va verso l’alto. La dimensione alla quale non si era proprio pensato. Lo spazio è multidimensionale, è infinito, non c’è solo davanti e dietro ma c’è anche sopra e sotto. Ma noi normalmente pensiamo in termini binari. Da Dedalo riceviamo anche un’indicazione importante su come superare, come gestire il labirinto della nostra mente. C’è un altro elemento: Icaro vola troppo vicino al sole, e dal punto di vista psicologico Icaro fa parte di Dedalo, è la sua parte narcisistica e fino a quel momento Dedalo aveva (fino a quando non è stato incarcerato) fatto opere utili per l’umanità per essere accettato. Per farsi voler bene dagli altri esseri umani.

 

Dunque, tutte le opere di Dedalo evidenziano, sottendono una richiesta di riconoscimento; riconoscimento narcisistico. Rappresentato simbolicamente dalla figura del figlio. Con l’uscita dal labirinto Dedalo si libera della sua parte narcisistica, sacrificando Icaro, bruciandolo nel sole. Quindi quando arriva in Sicilia, Dedalo ricomincia a fare opere per il genere umano, ma questa volta per pura compassione, senza alcuna richiesta, semplicemente per la gioia di fare queste cose. Siamo tutti prigionieri delle nostre richieste, delle nostre pretese. E questo spesso sottende anche le migliori azioni.

 

La prigione è come un mandala

Potete immaginare quanto questa storia risuoni con i carcerati, per via del mostro, il ritorno al passato, fare delle azioni in cambio di qualcosa, l’idea del recupero. Molti crimini vengono infatti commessi con l’idea di ottenere qualcosa in cambio.

 

Spesso sento carcerati che mi dicono: «La vita non mi ha dato nulla, la società non mi ha dato nulla, la famiglia non mi ha dato niente, lo Stato non mi ha dato niente… e allora sai che c’è? Mi sono preso un risarcimento da solo. Con la forza. Con la pistola».

 

In maniera meno violenta e meno eclatante funziona per tutti così: noi siamo convinti che la famiglia, gli amanti, la scuola, la vita non ci abbiano dato tutto quello che meritavamo… e quindi lo vogliamo. E lo richiediamo con la forza. Non ci rendiamo conto che siamo proprio come i criminali. O come Dedalo, che richiede attenzione con le sue opere. Non ci rendiamo conto che così ci imprigioniamo in questo meccanismo e non vediamo che la via d’uscita è agire con compassione. Senza alcuna richiesta nascosta. Senza il bisogno costante di ricevere una ricompensa (o una compensazione). Al centro del mandala incontriamo Buddha, ma normalmente pensiamo che al centro della prigione, al centro del labirinto, incontreremo il mostro. Il mostro che è mezzo uomo, mezzo toro. Il Minotauro. E pensiamo la stessa cosa di noi stessi. Pensiamo che dietro a tutti gli strati mentali alla fine anche noi siamo dei mostri. Dunque le due pratiche sono correlate: entrare in prigione, incontrare il mostro e rendersi conto che non è un mostro, ma è un Buddha. Vale anche per noi: nella meditazione incontriamo noi stessi per andare a gestire il mostro e renderci conto che non c’è alcun mostro: è solo Buddha.

 

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