Sono tante le domande che attraversano ogni adolescenza, spesso in silenzio, a volte con forza. Oggi più che mai, i ragazzi e le ragazze si trovano a crescere in un contesto che chiede performance, risultati, visibilità. Un contesto saturo di aspettative e povero di ascolto. Lo spazio del divenire è una rubrica mensile che vuole aprire uno spazio di riflessione sul mondo interiore degli adolescenti. A guidarla saranno voci autorevoli della psicologia, che ogni giorno lavorano con le nuove generazioni, ascoltano le loro fragilità, ma anche le loro risorse. L’obiettivo non è offrire ricette o soluzioni pronte, ma condividere sguardi, esperienze, strumenti. Per provare a capire meglio chi sono i giovani di oggi e quali domande ci pongono, anche come adulti, educatori, genitori, cittadini.
Introduzione
Ricordo bene un periodo di tanti anni fa.
Camminavo lungo i corridoi dell’ospedale in cui lavoravo col mio primo Smartphone, un HTC, in tasca. Sentivo chiaramente il cellulare vibrare sulla gamba.
Andavo a controllare. Nessuno mi aveva cercato. La mia mente si era inventata tutto.
Ho scoperto anni dopo che questo fenomeno aveva un nome: Sindrome della vibrazione fantasma (o Phantom Vibration Syndrome). Ma al di là delle spiegazioni neurologico/psicologiche, oggi mi sembra soprattutto questo: il primo tentativo dell’allora nuova tecnologia di intrufolarsi nella mia esperienza del momento presente (mentale e sensoriale) per reclamare spazio e pretendere attenzione.
Se ripenso a quei momenti provo varie emozioni. Tra queste, una certa tenerezza per il me stesso di allora.
Non avre mai mai immaginato che quella sensazione preistorica sarebbe stata la prima esperienza di altre oggi comunissime: accorgersi di essere già sul telefono senza sapere come; sentire l’attenzione indebolirsi solo perché sul tavolo c’è uno smartphone; o l’impulso che, dopo pochi minuti di qualcosa di poco stimolante, ci trascina verso il piccolo Paese dei Balocchi che portiamo in tasca.
Parto dalla fine.
Faccio lo psicologo e psicoterapeuta. E i giorni in cui torno a casa più stanco e di malumore non sono quelli in cui ho ascoltato più persone, ma quelli in cui (per vari motivi) la mia attenzione non era stabile, ferma, densa.
Quando sono immerso in qualcosa, il tempo passa, le energie (anche mentali) si moltiplicano e tutto “rotola” liscio (senza dukkha, quell’attrito di fondo che rende tutto più pesante). Quando invece l’attenzione è frammentata e la mente va altrove, è più difficile stare nei panni dell’altro, ascoltarlo davvero. È faticoso tornare continuamente lì, e ne sento il peso, anche quando non mi giudico. Inoltre, non essendo immerso, tutto ciò che ascolto è egoisticamente meno interessante.
Prestare attenzione tutto il giorno è difficile. Non c’è dubbio. Ma credo di aver scelto un lavoro per cui ero neurologicamente predisposto. Ricordo che da ragazzino traducevo versioni di latino con la musica altissima nelle orecchie. Ero così concentrato che non mi distraeva nemmeno una musica che pure adoravo. Non studiavo moltissimo, ma con un’intensità attentiva tale che spesso bastava una lettura davvero concentrata per ricordare quasi tutto.
Cambiamenti
Cosa è cambiato da allora nella mia vita? Tanto per cominciare sono passati 35 anni, con tutto quello che ci sta dentro. Ma non solo: a un certo punto della mia vita è comparso un oggetto completamente e qualitativamente nuovo. Un oggetto che ha continuato a cambiare negli anni, ad evolversi, a fare meglio le tante cose che già si proponeva di fare. Una di queste ha come sfondo la mia riflessione odierna: la capacità di attirare (alle volte strappare) la nostra attenzione da quel che stiamo facendo.
Mi piace pensare che tutto sia iniziato lì: in una corsia del reparto pediatrico dell’Ospedale di Parma, mentre sentivo la gamba vibrare e mi precipitavo a controllare se qualcuno di importante mi avesse cercato. Non volevo perdermelo. Negli anni successivi (gli ultimi 15, di fatto) tante esperienze simili si sono accumulate fino a diventare normali. Invisibili. O forse, per usare una parola che amo molto nel lavoro clinico: invisibilizzate.
All’inizio controllavo il telefono per qualcosa di preciso. Un messaggio. Una chiamata. Una persona.
C’era ancora una direzione.
Poteva succedere sul divano, mentre non facevo nulla. Oppure mentre studiavo. O mentre cenavo con qualcuno. Poi qualcosa è cambiato.
Man mano che l’algoritmo delle app social diventava più sofisticato, io smettevo di usarle in modo strumentale: non entravo più per cercare qualcosa o qualcuno di preciso. Entravo per stare dentro lo scrolling stesso. E quella sottile dipendenza si intrufolava sempre di più nella mia vita: per esempio guardare una partita di calcio era più difficile perché se non era una partita di altissimo livello tecnico il mio cervello si staccava e andava altrove.
Sullo smartphone. E la cosa più sorprendente è che ci sono scivolato dentro lentamente. Senza accorgermene. Come tutti.
Poi è arrivato un momento preciso in cui qualcosa è diventato evidente.
Durante il mio primo ritiro di meditazione, alcuni anni fa, ho fatto contemporaneamente due esperienze: allenare in modo intensivo l’attenzione e la presenza mentale, e restare completamente lontano dallo smartphone per una settimana intera.
Di quell’esperienza ricordo tre cose.
La prima: quanto fosse difficile mantenere un’attenzione stabile su ciò che accadeva dentro di me. Ma scoprii presto che questa difficoltà non nasceva con gli smartphone. Era sempre stata parte dell’esperienza umana.
La seconda: la ritrovata capacità di stare con ciò che mi circondava e con ciò che accadeva dentro di me. A volte piacevole. A volte spiacevole. A volte neutro. Ma non più invisibile.
O meglio: non più invisibilizzabile.
La terza fu la più forte.
Riaccendere il telefono.
Ricordo il numero delle notifiche: “+999”.
Ricordo la curiosità. Il desiderio di leggere. Di rientrare dentro il flusso.
Ma ricordo anche il fastidio. La saturazione mentale che arrivava quasi subito.
E soprattutto ricordo una sensazione precisa: il modo in cui stavo lentamente ricadendo nella stessa configurazione mentale di prima.
Quell’esperienza è rimasta fortissima dentro di me. Perché era come osservare in time-lapse ciò che mi era successo negli anni: il passaggio da un’attenzione più piena a una distraibilità sempre più facile. Non solo occasionale. Strutturale.
Come se il mio cervello fosse cambiato.
E c’era un’altra cosa, forse la più importante.
Durante quella settimana avevo allenato la capacità di portare attenzione volontaria e ricettiva all’esterno, ma soprattutto all’interno. E questo mi aveva messo davanti anche a stati mentali difficili. Dolorosi. Confusi.
Una volta tornato alla vita quotidiana, quella capacità si ridusse rapidamente.
Era diventato molto facile distrarmi da me stesso.
La domanda che guida la mia esplorazione è quindi: se siamo esposti quotidianamente a qualcosa che rende così facile, immediato e piacevole disperdere la nostra attenzione, è possibile che quel qualcosa finisca col modificarci abbastanza da ridurre la nostra capacità di portare attenzione a ciò che succede dentro di noi? E soprattutto: cosa accade quando questo processo riguarda persone molto giovani? Cervelli ancora in formazione. Sistemi attentivi ancora incompleti. Strutture emotive ancora in piena trasformazione.
Nel cervello di un adolescente
Quando avvenne l’episodio da cui sono partito avevo trentatré anni. Giovane, certo. Ma non adolescente.
E questa distinzione conta.
Perché, se è vero che sia gli adolescenti che gli adulti condividono almeno due elementi fondamentali: entrambi usano tanto lo smartphone ed entrambi hanno un cervello plastico, modificabile dall’esperienza. Ma esistono differenze profonde nel modo in cui un cervello giovane reagisce agli stimoli, alle ricompense, alle novità.
Nell’età adulta il cervello rallenta la propria fase espansiva. Non smette di cambiare, ma lo fa in modo diverso: consolida, specializza, ottimizza. È come se smettesse di costruire nuove strade per diventare sempre più efficiente nel gestire il traffico di quelle già esistenti.
Il cervello dell’adolescente invece è molto diverso: non è una “bozza” imperfetta dell’adulto, né un periodo di malfunzionamento; “semplicemente” in questa fase è programmato per essere iper-reattivo agli stimoli sociali e alle novità, una condizione necessaria per spingere l’individuo a uscire dal nucleo familiare e trovare il proprio posto nel mondo. Quello che spesso interpretiamo come una mancanza di giudizio è in realtà una fase in cui i sistemi della gratificazione e dell’emotività lavorano a pieno regime, mentre le funzioni di controllo razionale sono ancora in fase di calibrazione per permettere la massima flessibilità e adattamento all’ambiente.
![]()
I like, l’esclusione, l’essere ignorati o visti attivano
in modo molto potente i circuiti della ricompensa
e del dolore sociale.
È proprio questa specifica sensibilità che rende gli adolescenti particolarmente vulnerabili, ma anche ricettivi all’uso dei social media. Le ricerche evidenziano che i giovani reagiscono ai segnali di approvazione e rifiuto online con un’intensità maggiore rispetto agli adulti. I like, l’esclusione, l’essere ignorati o visti attivano in modo molto potente i circuiti della ricompensa e del dolore sociale.
Il sistema dopaminergico è ipersensibile: ciò significa che l’adolescente è neurologicamente predisposto a cercare ricompense, novità, stimolazione. Non è un difetto: è una caratteristica adattiva di quella fase della vita.
Ma proprio per questo il cervello adolescente rappresenta il bersaglio ideale per sistemi progettati esattamente per intercettare quei meccanismi.
L’uso compulsivo delle piattaforme digitali attiva i percorsi della dopamina (legati alla ricompensa) in modo simile alle dipendenze da sostanze, alterando l’autocontrollo e l’attenzione. La maturazione della corteccia prefrontale termina intorno ai 25 anni, lasciando l’adolescente privo della piena capacità biologica di regolare impulsi ed emozioni.
Questo ritardo strutturale limita il controllo top-down – la capacità di dirigere volontariamente l’attenzione invece di farsi trascinare dagli stimoli – rendendo i processi di autodisciplina e riflessione meno efficaci rispetto alla spinta dei sistemi emotivi. Stiamo parlando di tendenze, non di destini. Non c’è un numero fisso che dica quando matura qualcosa in qualcuno – e il cervello adolescente, proprio per la sua plasticità, rimane modificabile.
Ma c’è un altro elemento che trovo particolarmente importante. L’insula.
L’insula è ancora in piena maturazione durante l’adolescenza e svolge un ruolo fondamentale nell’interocezione: la capacità di percepire gli stati interni del corpo e della mente.
In altre parole: è uno dei substrati neurologici dell’ascolto di sé.
Ed è interessante osservare come pratiche legate alla presenza mentale e all’attenzione consapevole sembrino stimolare proprio quelle strutture coinvolte nella consapevolezza interiore.
Per questo trovo difficile non interrogarmi su ciò che sta accadendo.
Stiamo parlando di cervelli estremamente malleabili, esposti per migliaia di ore a sistemi progettati per catturare attenzione, accelerare ricompensa e ridurre i tempi morti.
E sembra che gli effetti non riguardino soltanto la distraibilità superficiale. I dati suggeriscono una correlazione tra tempo di permanenza online e alterazioni nel modo in cui il cervello funziona – non necessariamente danni permanenti, ma cambiamenti reali nel modo in cui le aree comunicano tra loro. Ciò che preoccupa quindi è che l’adolescente parte già con una capacità di presenza mentale neurologicamente meno sviluppata. E la struttura che dovrebbe svilupparla – l’insula – è anche quella più suscettibile agli effetti dell’uso problematico dei social. Le due cose non si sommano: si moltiplicano. E accade esattamente nella finestra in cui quella capacità si forma per tutta la vita.
Prestare attenzione
Cosa sento io quando voglio prestare attenzione? Attenzione pura, intendo. Senza “fare”, come in questo caso. Adesso, mentre scrivo l’articolo, sono completamente immerso. Perché sto facendo. Eppure, anche ora, sento che ho voglia di andare a vedere i commenti sulla splendida gara di ciclismo che ho visto oggi pomeriggio. Ho una parte di me che dice (pur non esplicitamente) «Che bella gara Pogacar, che fenomeno! Chissà cosa c’è scritto in quell’articolo». E mi sovvengono le immagini, la sua maglia, flash, colori. Tutto questo mentre sto facendo qualcosa di concreto e che mi piace molto.
E quindi? Perché? Perché prima, mentre ero in pausa, ho guardato qualche pagina sui social e l’emozione era molto piacevole. Ed è come se io mi chiedessi «Perché dovrei rinunciare a qualcosa di semplicemente bello per fare qualcosa di bello ma in cui mi devo impegnare?». Mi sembro un adolescente che ancora non ha sviluppato la corteccia prefrontale, il controllo top-down che ho definito prima.
Proviamo ad andare dentro a quello che chiamo glitch attentivo, una specie di piccolo errore del sistema, un micro-tilt della continuità attentiva. Per pochi secondi l’attenzione salta. Ma il problema è che la mente si intrufola in pensieri (e comportamenti) che rinforzano il glitch stesso.
Così mi ritrovo quasi senza transizione consapevole alla quinta pagina di analisi di una corsa ciclistica.
Tutto questo ha alcuni effetti: il primo è banalmente di trovarmi a fare altro rispetto a ciò che devo fare; il secondo è fare ciò che devo ma in un modo più spento, meno vibrante, meno “me”, più “altrove”; il terzo è non ricordare bene cosa volevo dire, cosa stavo pensando e dove volevo dirigermi con il pensiero (per esempio in questo articolo). Ricordiamoci che Attenzione e Memoria sono collegate in un circuito virtuoso (quando va bene) ma che, se si scollega, ci porta, semplicemente, a non essere lì: quindi a non ricordare. È possibile ipotizzare che una carenza attentiva strutturale possa portare a problemi nell’utilizzo della memoria come capacità funzionale del cervello.
La ricerca scientifica negli ultimi anni si è concentrata massicciamente su questo fenomeno, spesso definito “Digital Amnesia” o “Infobesity”, ponendo l’accento sul fatto che l’uso intensivo dei social media non danneggi la memoria come “organo”, ma alteri profondamente il modo in cui la usiamo e la alleniamo.
A questo punto sento però il bisogno di fare una precisazione importante. Troppo spesso i discorsi sulla tecnologia assumono una forma semplicistica: “X causa Y”. Ma la realtà psicologica quasi mai funziona così.
Non sto azzardando l’ipotesi che faccio fatica a imparare una poesia a memoria solo per il fatto che ora, rispetto a quando ero piccolo, uso lo smartphone con continuità durante il giorno. Però ho notato come le parole, le frasi, che una volta mi si imprimevano in testa così come scriverle sulla lavagna, ora ci stanno poco e poi vanno via. Da cosa dipende? Non lo so, ma mentre mi concentro, sempre più spesso capita che l’attenzione (prerequisito base di tutto il successivo processo di memorizzazione) abbia piccolissimi e continui glitch performativi.
Alcuni esperimenti hanno mostrato che la sola presenza dello smartphone sulla scrivania riduce le capacità cognitive disponibili, persino quando il telefono è spento.
Basta una notifica per compromettere significativamente le prestazioni in compiti che richiedono concentrazione, anche senza interagire direttamente con il telefono.
Questi avvisi attivano pensieri irrilevanti o “vagabondaggio mentale” (mind wandering). E il costo attentivo non dipende solo dall’uso attivo dello smartphone, ma dalla sua stessa presenza potenziale.
L’ipotesi del brain drain è forse ancora più impressionante.
Alcuni esperimenti hanno mostrato che la sola presenza dello smartphone sulla scrivania riduce le capacità cognitive disponibili, persino quando il telefono è spento.
Chi aveva il telefono vicino otteneva risultati peggiori rispetto a chi lo aveva lasciato in un’altra stanza.
Perché? Perché una parte della mente resta inconsciamente impegnata a resistere alla possibilità di controllarlo.
E allora mi faccio due domande. La prima: non sono forse progettati esattamente per questo, gli algoritmi che regolano le piattaforme digitali? Per massimizzare il ritorno dell’attenzione?
La seconda: cosa significa davvero “avere il telefono a portata di mano”?
Perché il punto forse non è la distanza fisica. Il punto è che, ormai, lo smartphone continua a esistere stabilmente in un angolo della nostra mente.
Lo scorrimento compulsivo di contenuti – quello che qualcuno ha chiamato doomscrolling – non sembra danneggiare la memoria come organo, ma altera il modo in cui la usiamo. Gli effetti cumulativi di questa abitudine hanno persino guadagnato un nome proprio: brain rot, termine eletto Parola dell’Anno 2024 da Oxford, che descrive il declino cognitivo percepito da chi è esposto cronicamente a contenuti digitali di scarsa qualità.
Il consumo frequente di reels e video brevi su piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube sembra ridurre drasticamente la soglia di attenzione degli studenti universitari, compromettendone i risultati accademici.
Si è rilevata una forte correlazione negativa tra le ore trascorse a guardare questi contenuti e la media dei voti, dimostrando che la natura frammentata e iper-stimolante di tali video esaurisce le risorse cognitive necessarie per lo studio profondo.
Perché succede? Il cervello ha una capacità limitata: i reels bombardano la mente con informazioni rapide, esaurendo le risorse cognitive e rendendo impossibile concentrarsi su compiti “lenti” come la lettura di un saggio o la comprensione di una lezione. Inoltre l’attenzione è una risorsa finita: l’esposizione costante a contenuti veloci frammenta l’attenzione, rendendo difficile distinguere il rilevante dall’irrilevante.
Non è solo distrazione
Ed è qui che la riflessione, almeno per me, smette di riguardare semplicemente la distrazione.
Un uso sempre più pervasivo dello smartphone erode sistematicamente le condizioni che rendono possibile l’introspezione. Stiamo parlando di un impoverimento dell’accesso a sé stessi.
Un’emozione che affiora dura un istante:
per capirla bisogna tenerla abbastanza a
lungo da osservarla.
L’introspezione (dal latino introspicere = guardare dentro) può essere definita come atto dell’osservazione diretta e dell’analisi dei propri stati mentali, sentimenti e pensieri.
Perché l’introspezione sia possibile servono alcune condizioni che raramente nominiamo esplicitamente, ma che riconosciamo quando mancano.
La prima è neurologica: l’attenzione sostenuta volontaria, la capacità di tenere il focus su uno stimolo interno nel tempo. Senza di essa non si va da nessuna parte – è il prerequisito di tutto il resto. A questa si affianca il controllo inibitorio, che tiene a bada i pensieri intrusivi e gli impulsi a fare altro, e la memoria di lavoro, che tiene insieme i contenuti mentre emergono e li collega tra loro. Un’emozione che affiora dura un istante: per capirla bisogna tenerla abbastanza a lungo da osservarla. C’è poi la flessibilità cognitiva – la capacità di non restare bloccati in un’unica lettura di sé, di tollerare che quello che emerge sia contraddittorio o incompleto. E infine l’interocezione: la capacità di sentire gli stati del corpo come segnale, non come rumore di fondo. Molti contenuti psichici arrivano prima attraverso il corpo che attraverso il pensiero esplicito.
Ma le condizioni neurologiche da sole non bastano. L’introspezione richiede anche di tollerare la frustrazione e l’ambiguità – non dà risposte rapide, e chiede di stare nel non-sapere senza affrettarsi a chiuderlo. Richiede mentalizzazione: la capacità di rappresentarsi i propri stati come stati mentali, non come fatti assoluti. «Sento rabbia» invece di «sono arrabbiato e ho ragione». Richiede di non fuggire dagli stati spiacevoli – se ogni disagio viene immediatamente coperto, l’introspezione diventa impossibile, e qui torniamo esattamente al meccanismo della noia di cui ho parlato prima.
E richiede infine quella che chiamerei disponibilità emersiva: non cercare, ma accogliere. Stare fermi abbastanza da lasciare che qualcosa salga.
L’introspezione richiede anche di tollerare la frustrazione e l’ambiguità – non dà risposte rapide, e chiede di stare nel non-sapere senza affrettarsi
a chiuderlo. Richiede mentalizzazione: la capacità di rappresentarsi i propri stati come stati
mentali, non come fatti assoluti.
La mia ipotesi è che quasi tutte queste funzioni – sia esecutive che psicologiche – vengano compromesse, direttamente o indirettamente, dai meccanismi che abbiamo descritto.
Una coincidenza che non può non essere sospetta.
Tra questi punti, ce ne sono due che sono legati: la capacità di essere ricettivi all’esperienza che emerge e la capacità di stare con ciò che può emergere, compresi elementi palesemente spiacevoli come il dolore, la rabbia, la paura e alcuni implicitamente tali come la noia.
Vale la pena soffermarsi alcuni istanti su questo ultimo punto.
Il problema non è evitare la noia. Non c’è nulla di moralmente superiore nel costringersi a guardare o fare qualcosa che non interessa. La questione vera è un’altra.
Aspettare.
Aspettare dal medico. Aspettare che qualcuno risponda. Aspettare che un pensiero si chiarisca.
Oppure studiare qualcosa di difficile. Un testo che richiede lentezza. Ritorni. Frustrazione.
Ascoltare qualcuno che parla lentamente.
Stare con un’emozione ancora informe.
Quella zona grigia in cui sai che c’è qualcosa ma non sai ancora cosa, non ancora pensiero, non ancora sentimento definito.
Il problema non è evitare la noia. Non c’è nulla di moralmente superiore nel costringersi a guardare
o fare qualcosa che non interessa.
La questione vera è un’altra.
Stare con il disagio fisico lieve – una leggera stanchezza, un fastidio che non è dolore, la sonnolenza, tutto ciò che il corpo segnala sommessamente. Stare con sé stessi dopo un conflitto, prima che le idee si chiariscano, prima di sapere cosa si prova davvero, prima di capire cosa si vuole dire.
Qui sta il nocciolo del mio ragionamento. Abbiamo a disposizione qualcosa di attraente, colorato, scintillante, capace di creare sempre più desiderio di tornarci,alimentato da meccanismi dopaminergici su strutture ancora incomplete. Qualcosa che ci distrae continuamente e abbassa la nostra capacità generale di prestare attenzione, sia volontaria che involontaria. E soprattutto: qualcosa che è un’esca continua per tutte le volte che siamo annoiati, o che sentiamo qualcosa di appena fastidioso, stati che non reggono il confronto con i pochi secondi di un contenuto interessante, provocatorio, engaging. Allora la domanda diventa inevitabile: perché mai dovremmo compiere lo sforzo continuo di stare con noi stessi, di ascoltarci, di guardarci dentro?
Vorrei portare un altro ricordo personale: una vacanza in Calabria di inizio anni 90, in cui mi stavo annoiando. Stavamo andando in macchina sulla Sila e avevo con me il mio walkman: dentro andava la colonna sonora di Pretty Woman. Cos’era quella mia esperienza con la musica? Un tentativo di fuggire la noia da adolescente di una vacanza con la mia famiglia? Forse sì, anche.
Ma non solo: ci sono alcuni elementi in più che vorrei ricordare a me stesso e discutere con il lettore.
Innanzitutto il walkman non aveva la capacità di Spotify di skippare continuamente avanti e indietro (sarebbe arrivata, a onor del vero, già con i cd player): era necessario attendere, calcolare il tempo che serviva per mandare indietro il nastro il tempo esatto in cui la canzone sarebbe ricominciata da capo, non troppo avanti, non troppo indietro. Per fare questo era necessario essere lì. Totalmente lì.
Un altro fattore di differenza era il fatto che la musica è uditiva: non visiva. L’interferenza con il mondo è significativamente minore. Siamo sicuramente esseri visivi: il peso che ha la vista nella nostra attenzione è significativamente maggiore rispetto all’udito. Ma, di più, mentre ascoltavo io mi immergevo e sentivo le emozioni che mi dava quel particolare brano, le sensazioni fisiche di commozione e desiderio, le immagini che mi si producevano nella mente (del film o dei miei sogni sul mio futuro).
Ricordo che tutto questo diceva molto di me. Se io ero li ad ascoltarlo.
La mia sensazione è che quel particolare contenuto di quell’estate da adolescente mi permettesse di ascoltarmi in maniera più calma e completa di quanto possa permettere lo scrolling di decine (se non centinaia) di video senza soluzione di continuità.
La delega che diamo al giorno d’oggi agli smartphone ci permette, se va bene, di essere spettatori di qualcos’altro, ma strappati spesso da ciò che succede dentro di noi.
Sì, lo so che critiche molto simili sono state rivolte alla televisione che negli anni ’50 e ’60 era accusata di rendere passivi, di distruggere la conversazione familiare, di abbassare l’attenzione dei bambini; alla radio, prima ancora, di isolare le persone dalla vita reale; al romanzo che nel Settecento e nell’Ottocento era considerato pericoloso per le menti giovani, specialmente femminili, perché eccitava la fantasia e distoglieva dalla realtà. Persino la scrittura fu criticata da Platone nel Fedro come strumento che avrebbe distrutto la memoria.
Come i nostri predecessori?
Quindi la domanda è legittima: stiamo facendo la stessa cosa che hanno fatto i nostri predecessori, confondendo il cambiamento con la catastrofe? Forse. Ma ci sono alcune differenze che mi sembrano rilevanti e che vale la pena nominare.
La prima è la pervasività. La tv stava in salotto e aveva orari. Lo smartphone è sempre con noi, sempre acceso, sempre disponibile. Non c’è mai un momento in cui non è potenzialmente presente. E abbiamo visto quanto addirittura non è nemmeno necessario che sia presente: nessuna tecnologia precedente aveva questa caratteristica.
La seconda è l’intenzione della sua architettura. La tv non era progettata da ingegneri il cui unico obiettivo era massimizzare il tempo che passavi davanti allo schermo. Le piattaforme digitali sì. C’è una differenza tra un oggetto che cattura l’attenzione come effetto collaterale e uno progettato specificamente per farlo.
La terza è che le tecnologie precedenti non interagivano con il sistema attentivo nello stesso modo. Guardare la tv è passivo ma continuo. Lo smartphone è attivo, intermittente, imprevedibile nella ricompensa. È esattamente la struttura del rinforzo intermittente, quella che produce i comportamenti più difficili da estinguere.
Non sto dicendo che i ragazzi di oggi pensino peggio. Pensano diversamente. Forse più velocemente, forse su più fronti, forse con una capacità di connettere informazioni che le generazioni precedenti non avevano.
Ma cosa succede alla capacità di fermarsi? Di andare in profondità? Di ascoltarsi?
Detto questo, sarebbe un errore immaginare che un’influenza così complessa e sfaccettata riguardi chiunque sia nella fascia tra i 15 e i 25 alla stessa maniera.
Tra uso normale e uso patologico esiste un continuum enorme. E ogni persona incrocia questa realtà con la propria struttura temperamentale, relazionale e biologica.
Esiste una diversa suscettibilità dopaminergica individuale. Esistono tratti di personalità che aumentano la vulnerabilità – impulsività, nevroticismo, bassa tolleranza alla frustrazione. Esistono storie di attaccamento differenti.
Un adolescente con relazioni sicure, con adulti capaci di mentalizzare e contenere gli stati emotivi, possiede strumenti molto diversi rispetto a chi cresce in assenza di queste risorse.
Lo sviluppo umano resta una complessità irriducibile. Ma resta anche difficile ignorare una possibilità. Una massiccia vita online (cambiamenti funzionali del cervello/attenzione, impoverimento dell’introspezione) associati ad altre causalità della vita potrebbero aumentare la probabilità di incontrare persone che sono sempre più inconsapevoli di ciò che sono i loro stati, le loro azioni, le loro relazioni, i loro desideri, ecc. Questo a sua volta cambierà drasticamente (non che sia necessariamente un male, di nuovo) le relazioni, le società, le politiche perché non è solo che l’ambiente cambia i cervelli: è che i cervelli cambiati ricreano l’ambiente a propria immagine, rendendo sempre più difficile immaginare alternative.
Uno sguardo di attenzione
In questo articolo ho cercato di condurre un esperimento: indagare l’intersezione di aree estremamente interessanti (le neuroscienze, la psicologia, la neuropsicologia, gli smartphone in alcune delle sue possibilità). Ciò che volevo portare al lettore non è una specie di catastrofe imminente (o già arrivata) sull’essere umano e sulle future generazioni, quanto uno sguardo di attenzione (appunto), un fascio di luce su un angolo buio della stanza. Pur se con tutte le dovute differenze e cautele (l’incrocio singolare e personale di tutti gli assi che ho descritto precedentemente), questo strumento, soprattutto se utilizzato in forma massiccia, ci sta cambiando. Velocemente.
Oggi si parla molto di narcisismo, una parola che ho volutamente tralasciato. Ma gli studiosi hanno evidenziato un aumento dei tratti narcisisti già a partire dagli anni ‘80/’90, ben prima dell’avvento degli smartphone e dei cellulari in generale. Numerosi cambiamenti sociali occidentali hanno contribuito ad enfatizzare queste caratteristiche di personalità rispetto ad altre ed è sicuramente vero che l’inizio dell’uso degli smartphone non fa altro che inserirsi (amplificandolo iperbolicamente) in questo trend.
Ma cosa può succedere a chi, già di suo descrivibile con tratto narcisista, sempre di più risulta incapace di guardarsi dentro? Cosa può succedere alle relazioni tra persone che, sempre di più, hanno difficoltà ad ascoltarsi, pazientare il proprio turno di parola, tollerare la frustrazione di non aver capito, comprendere che lo sviluppo di amori, amicizie o il fare la pace dopo una litigata ha bisogno di tempi che non siamo più disposti a concedere?
A cosa serve esplorare e capire?
È sbagliato cambiare, anche grazie alla tecnologia?
A ben vedere, credo che l’obiettivo di questa mia riflessione sia quello di sforzarmi di ricordare, di connettere, di sistematizzare. Per essere testimone.
Di come eravamo, di come stiamo cambiando. Di quanto velocemente lo stiamo facendo.
Non trovo sbagliato cambiare. E soprattutto è inevitabile.
Ma una dimensione forte del cambiamento dovrebbe essere la consapevolezza.
Di quanto e come sta succedendo.
Per capire se, tutto sommato, abbiamo ancora gradi di libertà rispetto a qualcosa che, se non visto, ci renderà ciechi a noi stessi. A chi siamo stati. A chi vorremmo essere.
Una nota finale. Mentre scrivo queste righe, il paesaggio digitale sta mutando di nuovo. Stanno emergendo i chatbot companion – presenze artificiali progettate per essere amici, confidenti, terapeuti, coach. Sempre disponibili, sempre pazienti, sempre privi di quell’attrito che caratterizza ogni relazione umana vera. Per un adolescente che sta imparando a costruire relazioni, a tollerare la frustrazione dell’altro, a stare con il disagio di un conflitto non risolto, queste presenze offrono qualcosa di seducente: la relazione senza il rischio, senza lo sforzo di costruire ed esercitare empatia.
I meccanismi che ho descritto in questo articolo non cambiano: si approfondiscono.
E non rimangono solo intra individuali o come precondizione di relazione: diventano relazione stessa.
- Oltre la felpa: cronache di adolescenza, tra crisi, possibilità e trasformazione
- La mente altrove: la difficoltà di crescere abitando sé stessi
- Glow Up: uno specchio della sofferenza tra moda e realtà, tra adolescenza e adultità
- Gli adolescenti nel gioco di specchi della società dell’immagine
- Oltre i confini, continuamente in transizione
- Crisi e cambiamento: parte di «noi» e fuga nella «tradizione»
- Da ospiti a cittadini: adolescenza, lo spazio del divenire
- Adolescenza, lo spazio del divenire: imprenditori di se stessi




