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La gioia disinteressata è praticabile? 

 

 

 

Si dice a ragione che per l’uomo sia relativamente più facile provare compassione o amicizia in situazioni che si prestano a questo sentire, e che invece sia più difficile nutrire un sentimento spontaneo di gioia condivisa al di fuori di una ristretta cerchia di familiari e amici. Di norma, infatti, per identificarsi con le gioie e i successi degli altri occorre uno sforzo deliberato.

 

Eppure, si tratta di una capacità radicata nella natura psicologica dell’uomo, e forse ancor più profondamente rispetto alla stessa compassione. Innanzitutto, tutti amano sentirsi felici (con o senza una buona ragione) e lo preferiscono alla tristezza condivisa della compassione. La natura gregaria dell’uomo (la sua «socievolezza») gli conferisce già di per sé una certa familiarità con le emozioni e i piaceri condivisi, anche se in questo caso si tratta di un livello molto inferiore rispetto a quello che qui ci interessa. Nell’uomo (e in alcuni animali) è presente non solo un impulso aggressivo, ma anche una naturale propensione all’aiuto reciproco e all’azione cooperativa. Bisogna anche considerare che la felicità è contagiosa e che ne può nascere facilmente un senso di gioia altruistica.

 

I bambini più piccoli rispondono prontamente con i loro sorrisi e il loro buon umore ai volti sorridenti e alla felicità che li circonda. Certo, a volte anche i bambini possono essere alquanto gelosi e invidiosi, ma sono visibilmente contenti quando possono far felice un compagno di giochi con un piccolo regalo, e in queste occasioni si mostrano particolarmente soddisfatti di sé. Bisogna che i genitori e gli educatori incoraggino saggiamente questo potenziale nel bambino. È un seme che può crescere in modo del tutto naturale fino a diventare una pianta forte nell’adolescente e nell’adulto, maturando da questo primo stadio di manifestazione semplice e spontanea fino al sublime stato della gioia disinteressata (muditā-brahmavihārā). Anche in questo caso, il bambino può diventare così «il padre di un uomo». Beninteso, questa educazione alla gioia condivisa con gli altri non va impartita in modo arido e didascalico, ma va trasmessa soprattutto sul piano pratico, facendo sì che il bambino possa osservare e apprezzare la felicità e il successo altrui e gioirne cercando a sua volta di procurare agli altri un po’ di gioia. Questo processo può essere agevolato facendo conoscere al bambino esempi di vite vissute al servizio degli altri e di azioni altruistiche, che possano suscitare un senso di viva ammirazione (esempi che, ovviamente, non vanno limitati al solo ambito buddhista). Sono elementi che non dovrebbero mai mancare nella letteratura buddhista per ragazzi e nei libri scolastici, per tutte le fasce d’età. Ed è un tema che va trattato anche nelle riviste e nella letteratura buddhista per adulti.

 

Certo, gli impulsi negativi – l’aggressività, l’invidia, la gelosia, ecc. – sono molto più evidenti delle tendenze positive come il servizio a beneficio della comunità, l’aiuto reciproco, la gioia disinteressata, la generosità nel mostrare apprezzamento per le buone qualità degli altri, ecc. Poiché però si tratta di tratti positivi che sono tutti indubbiamente presenti nell’uomo (benché raramente coltivati), sembra abbastanza realistico farvi appello, e attivare così e sviluppare questo potenziale con qualsiasi mezzo, nelle relazioni personali, nell’educazione, ecc. «Se coltivare il Bene fosse impossibile, non vi direi certo di farlo», ha detto il Buddha. Ed è davvero una considerazione positiva e ottimistica.

 

Se questo potenziale di gioia altruistica viene ampiamente e metodicamente incoraggiato e sviluppato, a partire dal bambino buddhista (o, se vogliamo, da qualsiasi bambino) e continuando con gli adulti (individui e gruppi buddhisti, compreso il Sangha), il seme di muditā può crescere e rafforzarsi diventando una pianta capace di fiorire e manifestare, come in una sorta di benefica «reazione a catena», molte altre virtù: magnanimità, tolleranza, generosità (sia di cuore che di mezzi), cordialità e compassione. Grazie a questa crescita della gioia altruistica, molte delle erbacce nocive che abbiamo nel cuore moriranno spontaneamente (o almeno si ridurranno): la gelosia e l’invidia, il malanimo in vari gradi e manifestazioni, la freddezza, l’avarizia (anche riguardo alla cura per gli altri) e così via. La gioia disinteressata, infatti, può avere un potente effetto di liberazione delle forze sopite del Bene racchiuse nel cuore umano.

 

Sappiamo bene come l’invidia e la gelosia (i principali antagonisti della gioia disinteressata) possano avvelenare il carattere e le relazioni sociali in diverse sfere. Possono anche paralizzare la vita attiva della società a livello governativo, professionale, industriale e commerciale. Non dovremmo quindi fare il possibile per coltivare il loro antidoto, cioè muditā?

 

La pratica di muditā può anche rendere più vitale il lavoro caritatevole e sociale e nobilitarlo. La compassione (karuṇā) è, o dovrebbe essere, la fonte di ispirazione, e la gioia altruistica è la sua compagna. Grazie a muditā, infatti, si può evitare che l’azione compassionevole sia rovinata da un atteggiamento condiscendente e paternalistico, che spesso per il destinatario è respingente o lo ferisce. Inoltre, se la compassione attiva e la gioia altruistica vanno di pari passo, sarà meno probabile che le opere di servizio si trasformino in una routine esausta, ripetuta con indifferenza. Si dice che l’indifferenza, la svogliatezza e la noia (tutte sfumature del termine pāli arati) siano i «nemici remoti» di muditā. Li si può sconfiggere grazie a un’alleanza di compassione e gioia disinteressata.

 

In chi dà e aiuta, la gioia insita in azioni come queste accresce i benefici connessi a questi comportamenti salutari: l’altruismo diventerà sempre più spontaneo, e a sua volta questa etica altruistica contribuirà ad apprezzare più a fondo e a realizzare definitivamente un insegnamento centrale del Buddha, quello del Non-Sé (anattā). Vi si potrà anche trovare conferma del fatto che chi prova gioia nel cuore ottiene più facilmente la serenità di una mente concentrata. Insomma, coltivare la gioia per la felicità altrui può offrire davvero grandi benedizioni!

 

Al giorno d’oggi, capita sempre più spesso che le esortazioni morali cadano nel vuoto, sia quelle che hanno una base teologica, si quelle di altra natura. Censori e predicatori non suscitano altro se non risentimento e rifiuto. È un fatto che in occidente preoccupa molto le chiese e gli educatori. Ma possiamo ampiamente constatarlo, in varia misura, anche nei paesi orientali di tradizione buddhisti, dove l’etica viene ancora oggi insegnata e predicata nel vecchio stile oratoriale e per lo più in modo piuttosto stereotipato e privo di grande fantasia, con pochi riferimenti ai problemi morali e sociali più attuali. Non sorprende perciò che i giovani moderni mostrino sempre più indifferenza a questi «moralismi». Ora, in realtà, gli insegnamenti buddhisti non si basano sui comandamenti autoritari di Dio o della Chiesa, ma sull’innata capacità umana di purificarsi da sé: se pertanto l’insegnamento dell’etica viene presentato in maniera convenzionale, basandosi principalmente su riferimenti scritturali eccessivamente minuziosi, non può che apparire alquanto incongruo, rivelandosi sempre più inefficace non solo per i giovani, ma anche per i più anziani. La necessità di un nuovo approccio in questo campo è urgente e di vitale importanza.

 

È in quest’ottica che abbiamo sottolineato che una virtù come la gioia altruistica e disinteressata affonda naturalmente le sue radici nel cuore umano e può essere di immediato beneficio per l’individuo e per la società. In altre parole, per una presentazione moderna dell’etica buddhista occorre un approccio pragmatico e uno sguardo contemporaneo, animato da una genuina e calorosa preoccupazione umana.

 

In questo nostro mondo tormentato, si presentano molte opportunità per coltivare pensieri e azioni compassionevole, ma sembra che ve ne siano troppo poche per condividere la gioia degli altri. Per questo è necessario creare nuove opportunità di gioia altruistica, attraverso la pratica attiva dell’amorevolezza (mettā) e della compassione (karuna) nelle azioni, nelle parole e nel pensiero meditativo. Poiché tuttavia viviamo in un mondo che non può mai essere privo di delusioni e fallimenti, dobbiamo anche armarci di equanimità (upekkhā) per proteggerci dallo scoraggiamento e dal senso di frustrazione nel momento in cui dovessimo incontrare delle difficoltà nei nostri sforzi per espandere la sfera della gioia altruistica.

 

Meditazione

  • Nyanaponika Thera (1901 - 1994), monaco e studioso buddhista Theravada di origine tedesca, lasciò la Germania nazista nel 1935 per raggiungere lo Sri Lanka, dove ricevette la piena ordinazione. Cofondatore della Buddhist Publication Society, è autore di un gran numero di monografie e saggi.

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