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Credits: Wikimedia Commons – CC0

La chimera di un porto sicuro

Salvare le persone che annegano nel Mediterraneo diventa giorno dopo giorno sempre più difficile, specialmente per le organizzazioni non governative italiane, per una serie di ragioni. La normativa introdotta di recente sostanzialmente sposta dal sindacato del giudice alle valutazioni dell’amministrazione (dell’organo esecutivo) la materia riguardante sequestro e confisca dell’imbarcazione e rende ambigua la possibilità di effettuare soccorsi multipli (il nuovo decreto recita che, una volta assegnato il porto sicuro da parte dell’autorità competente, la nave umanitaria deve raggiungerlo «senza ritardo», ma che succede se c’è una nuova richiesta di soccorso? Non è chiaro).

 

Così da una parte si inverte l’onere della prova in ordine al ricorrere delle condizioni che giustificano le due misure, dall’altra si contrasta il diritto del mare e si creano inopinatamente nuove occasioni di contrasto tra l’ordinamento interno e chi, imbattendosi in persone in pericolo, ha a livello internazionale l’obbligo di salvarle. A questo si aggiunge la prassi di assegnare il porto sicuro a centinaia di miglia marittime dal luogo in cui la nave ha effettuato il salvataggio, con notevoli disagi per chi si trova a bordo e con consistenti aumenti di costi per le ONG (soprattutto per il carburante).

 

Le organizzazioni italiane incontrano poi difficoltà enormi nel reperimento delle risorse necessarie per operare. Si deve tener conto che mantenere una nave anche di piccole dimensioni (come ResQ People) e svolgere un numero congruo di missioni di salvataggio costa intorno ai due milioni di euro l’anno. Alle spalle delle associazioni straniere che operano nel Mediterraneo ci sono frequentemente donatori disposti ad aiutarle con cifre molto consistenti: ciò consente una discreta tranquillità non soltanto per l’attività corrente, ma anche per programmare la vita futura dell’associazione.

 

In Italia è assai raro che chi abbia disponibilità consistenti si interessi al tema dei salvataggi in mare: la vita delle persone che attraversano il Mediterraneo in Italia non «tira». Credo si tema che dare aiuto alle organizzazioni di salvataggio comporti la conseguenza di essere considerati in qualche modo fastidiosi, se non addirittura ostili, dalla quasi totalità delle forze politiche e da una fetta consistente della cittadinanza. Certo esistono associazioni e fondazioni, il più spesso espressione di strutture religiose (ResQ è da tempo destinataria di donazioni da parte dell’Unione Buddhista Italiana, per esempio) o di sostegno ai bisognosi, che danno una mano, ma sono molto poche, e possono contribuire con somme limitate rispetto al fabbisogno.

 

Di grandi donatori del mondo dell’industria, della moda, del marketing, delle assicurazioni, delle banche, insomma di coloro che potrebbero risolvere, magari anche da soli, tutti i problemi legati alla raccolta delle risorse di chi sta in mare, purtroppo non se ne vedono. E il sogno, cui personalmente terrei molto, di coprire le spese tramite le piccole donazioni di cittadini comuni, si dimostra irrealizzabile. Sarebbe davvero bello se le risorse per salvare le persone che annegano nel Mediterraneo arrivassero attraverso un aiuto minimo, paradossalmente un euro, ma da tante, tante persone, diciamo due milioni, disposte a partecipare all’impresa. Sarebbe il segno che funziona davvero la democrazia, non quella formale, disegnata sulla carta, ma quella sostanziale, fatta di gesti di solidarietà.

 

Sono tante le persone che ci mettono voglia, impegno e anche qualche cosa di più di quell’euro per sostenere l’attività di ResQ, ma ancora sono migliaia, non milioni. E credo sarebbe utopistico pensare che possano arrivare a un numero tale da garantire il futuro della nave senza l’intervento di chi potrebbe contribuire con somme di importo decisivo. ResQ è espressione della società civile e può vivere e operare nella misura in cui quella società civile la supporta, con tutte le sue componenti. Occorre un salto culturale, etico, e – certo – anche politico. Occorre un approccio non ideologico o propagandistico: soccorrere chi è in pericolo, salvare vite umane non è e non può essere un tema «divisivo», come taluni dicono. È semplicemente necessario, perché ogni vita conta, e conta quanto tutte le altre. Per questo “salvare una vita è salvare il mondo intero”.

 

È per questo salto che dobbiamo lavorare. È tanto importante quanto l’andare nel Mediterraneo per mettere in salvo i naufraghi. Anche perché se questo salto avviene, non sarà più necessario che i privati (com’è ResQ – People Saving People) suppliscano a ciò che dovrebbero fare gli Stati, Europa e Italia in testa.

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  • Ex magistrato e scrittore, Gherardo Colombo ha partecipato alle inchieste sulla Loggia P2, su Mani pulite, e sui processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme, e più di recente alla commissione d'inchiesta sulle morti al Pio Albergo Trivulzio di Milano durante l'emergenza Covid. È tra i fondatori della Onlus ResQ – People Saving People.

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