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La caverna originaria: El Castillo

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C’è una scala che conduce a una piccola porta, scavata all’ombra di un enorme riparo di roccia. Da quella porta entreremo nella grotta di El Castillo (Puente Viesgo, Cantabria), vicino al punto in cui Hermilio Alcarde del Río trovò un ingresso nel 1903.

Un vestibolo monumentale inizia il percorso all’interno della montagna, che è stata scavata dall’acqua nel calcare per milioni di anni. Possiamo scendere per circa 800 metri, attraverso curve e tornanti sul pavimento scivoloso, tra ondate di stalattiti carnose, evocate dalla luce delle torce, silenziose. È difficile immaginare cosa potessero pensare gli uomini preistorici che entrarono qui. Se ci fermiamo e puntiamo una torcia in alto, sulla superficie crepata della roccia, iniziamo a vedere le immagini rosse e nere che dipingevano. Un disco rosso d’ocra è stato datato a più di 40000 anni fa. Alcune immagini appartengono all’età del bronzo, altre sono successive. Gli intervalli tra alcune immagini sono molto più lunghi di quelli che ci separano da esse. Preistorie hanno preceduto preistorie. Uomini e donne sono entrati nella grotta e si sono chiesti chi avesse fatto i dipinti e cosa potessero significare, molto prima che noi arrivassimo, pensando a tempi inimmaginabili, e ci perdessimo nel buio.

La grotta presenta un’esposizione di motivi dipinti di ogni tipo, un campione unico di arte paleolitica. I miei occhi non sono allenati ad apprezzarne le caratteristiche e nemmeno a individuare alcuni dei dipinti e delle incisioni. Fortunatamente siamo guidati da due dei principali esperti della grotta e delle pitture preistoriche in generale: Roberto Ontanón-Peredo e Eduardo Palacio Pérez. Rintracciano sottili linee di pigmento con torce e puntatori. Ecco un cervo, elegantemente abbozzato con mano sicura. Ecco un’otarda incisa. Ricevo un primo insegnamento: la tecnica artistica. I pittori di solito non erano dilettanti. Gli artisti imparavano il loro mestiere. Seguivano stili diversi, caratteristici di culture diffuse nel territorio della Francia meridionale e della Spagna settentrionale.

Interno della grotta. Foto di Domingo Milella.

Roberto è sdraiato sulla schiena in una stretta fessura in fondo al muro. Ci ha appena chiamato. Mentre ci sdraiamo al suo fianco, punta la luce dal basso: appaiono la testa e le corna di un cervo. Il profilo graffiato è per lo più modellato dalla roccia stessa. Un ciottolo brillante riflette la luce nelle palpebre. Il cervo può essere visto solo da questa angolazione. Ecco una seconda caratteristica di quest’arte: l’emergere. Le figure emergono dalla roccia, come se l’artista ne avesse individuato la forma o l’avesse semplicemente intuita, prima di delinearla con lo scalpello o il pennello. Spesso è necessario posizionare il corpo nel punto giusto per ripercorrere il processo e individuare l’immagine.

Raggiungo gli altri in una pozza di luce, e sono sopraffatto: ci troviamo sotto un’ampia parete, il cosiddetto Pannello dei policromi. Le linee colorate seguono le crepe e le asperità della roccia, dando forma a un palinsesto di grandi animali, sospesi nello spazio. Muovo gli occhi con stupore e poi lo sguardo è catturato da qualcosa nell’angolo inferiore di una grande targa bianca. Solo poche linee rosse: il profilo della fronte di un bisonte, la linea arricciata del corno, l’orbita e l’orecchio. I tratti sembrano audaci ed eleganti, rimango incantato dalle linee. Accanto a me il fotografo Domingo Milella, che è stato qui più volte, mi dice di considerare la roccia bianca in alto e finalmente vedo: le crepe descrivono l’enorme corpo del bisonte, che pende dal soffitto a volta, come se la roccia avesse aspettato che l’artista prendesse spunto, riconoscesse la sua creatura e aggiungesse con maestria le ultime pennellate della creazione. Con quel tocco la roccia ha perso il suo peso massiccio. Il bisonte fluttua come una visione nello spazio fantastico, con espressione pacifica.

Torno nell’ombra tremante, commosso da quell’atto di riconoscimento. Non so quasi nulla di quella persona e di quel mondo, non so dei possibili significati e dell’impatto dell’immagine sui primi spettatori. Ma mi sembra di colmare il divario del tempo e dell’oblio, comprendendo e ammirando la mossa dell’artista, come se il bisonte fosse uno scherzo, un’impresa virtuosa, una rivelazione. Riesco appena a intravedere il mondo perduto, eppure c’è qualcosa di costante e familiare: l’intuizione dell’artista, che ha visto il bisonte nella roccia nuda. La prova è nel mio corpo, che è simile a quello perduto: si muove nella grotta e, tralasciando la pietra indifferente, si arresta davanti a un dettaglio, l’indizio di una presenza vivente. Questo è il modo in cui gli esseri umani esplorano il mondo, già appena nati: ci concentriamo su forme animate e astraiamo dal resto. Questo modello vive in me e continuerà a vivere quando il nostro presente sarà dimenticato, e rimarrà questa capacità di meravigliarsi. La meraviglia è iniziata non quando un uomo si è fermato alla presenza di un bisonte in carne e ossa, ma quando non c’era nessun bisonte e l’uomo ha deciso di crearne uno sulla roccia – o di lasciarlo emergere.

Sotto la pancia di un lungo cavallo vedo alcuni segmenti di pigmento. Le frecce, ecco una terza caratteristica di quest’arte. Vengono chiamate anche proiettili, perché sembra che colpiscano gli animali. A volte i corpi sembrano tagliati. Gli studiosi hanno parlato di azione magica: colpisci l’immagine, uccidi il vero animale. Ma ci sono altre opinioni: alcuni sostengono che si tratti di linee di forza vitale, rappresentazioni di energie, canali dell’anima anziché portatori di morte.

Il bisonte. Foto di Paolo Pecere.

Superati gli animali, arrivo all’Angolo dei Tettiformi. Mi viene presentato un quarto elemento dell’arte paleolitica, in realtà quello con più presenze: i segni astratti. Ancora una volta, sento la presenza enigmatica di questi sconosciuti esseri umani con i loro pensieri persi per sempre. Si sono infilati in questa fessura per dipingere rettangoli ricurvi rossi sulla parete piatta e rugosa: i tettiformi potrebbero essere emblemi primordiali, simboli, pittogrammi. Possono assomigliare a scudi, barche, case; ma poi si trasformano di nuovo in rettangoli deformi con sezioni rettangolari a strisce all’interno, e il gioco della decifrazione si azzera. Accanto a loro ci sono file di punti rossi, che si affiancano ma non entrano mai nei tettiformi. L’intero quadro, incorniciato da fessure, è progettato secondo regole. Nessuno conosce il significato o la funzione dei segni, ma gli stili ricorrono in ampie regioni.

Un’altra parete presenta una sequenza di oggetti rossi a forma di campana. Le forme abbondano ma non possono essere lette. Eppure, è notevole il modo in cui mi bloccano. L’aspra indifferenza della roccia è interrotta da questi segni che catturano l’attenzione e trattengono i sensi e i pensieri, mentre scrutiamo gli archivi della mia mente. Agiscono su di noi, anche se i visitatori non possono risolvere il loro enigma e passare oltre – e questo, ancora una volta, è qualcosa che gli artisti dovevano sapere.

Arriviamo al Tetto delle mani, e al quinto elemento: le mani negative. Delineate dal pigmento soffiante sull’arto posato, si trovano in Africa, nelle Americhe, in Asia, in Oceania. Nessuna singola tradizione dell’animale migrante può spiegare la loro presenza in luoghi così lontani e in tempi diversi. Con gli animali e i segni, le mani sono un tratto universale dell’arte umana.

Il sesto elemento si trova quando ci avviciniamo alla sezione più profonda della grotta. Ecco un cavallo con le corna di un uro. Esseri composti. Gli artisti raffiguravano solo alcune delle numerose specie di animali viventi che incontravano, ma ne immaginavano di più. Dopo l’invenzione della figura, che ha tagliato i legami con la realtà, comporre diversi tipi di esseri era un gioco da ragazzi. La stanza finale presenta il prodotto più inquietante di questa procedura.

La cosa è nascosta in bella vista. All’inizio vedo un pilastro al centro del pavimento. Domingo si trova di fronte ad esso e inizia a montare il banco ottico. Quando mi avvicino, vedo l’ombra inquietante sulla roccia: un bisonte nero, piegato, con gambe e dita umane. Le crepe nella calcite sono fibre muscolari, la posizione innaturale, metà in piedi e metà piegata, è modellata dal flusso di pietra. Ecco il settimo elemento: il teriantropo. «Guarda lo spettacolo», dice Domingo e punta una potente torcia sul pilastro. Fisso la punta, che gli artisti hanno spezzato formando una zanna. Ma sto guardando il dito e mancando la Luna. «Il soffitto!», dice Domingo, ed eccola lì, la gigantesca sagoma del mostro. Una copia perfetta del modello dipinto, proiettata dalla luce. La zanna in cima al pilastro produce il grande corno dell’ombra. Ecco l’ottavo elemento, il gioco di ombre: una copia dell’uomo-bisonte è proiettata dalla stessa roccia su cui è dipinto l’originale, in stile cinematografico, per cui la pietra ha suggerito la sua forma due volte a coloro che hanno saputo intuirla.

Ma dov’è l’originale? L’uomo bisonte era nascosto nella roccia o è una creazione della mente umana? È piuttosto il risultato della loro azione reciproca: la mente ha portato lo schema di un bisonte dal mondo esterno e ha modellato la roccia; e la roccia, umida e pallida come un tessuto vivente, ha profilato l’animale nelle sue crepe e nei suoi bordi, agendo sui sensi dell’osservatore. L’ibrido è nato dall’incontro tra l’uomo e la materia, proprio qui, vicino al fondo della grotta, verso cui dobbiamo procedere.

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  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).

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