Proponiamo qui di seguito la seconda parte del racconto di Paolo Pecere sulla caverna originaria di El Castillo.
Il sentiero della caverna
Arriviamo alla fine del sentiero. Il pavimento crolla, al di là di un bosco di stalagmiti, spruzzate di ocra rosso sangue. Eduardo ci dice che c’è un ulteriore corridoio sotterraneo, fuori portata. Così torniamo indietro, sommersi da immagini e domande. Mentre cammino lentamente verso l’alto, presto attenzione alla superficie interna della grotta. È un contenitore irregolare, senza linee rette, dove ogni passo attento produce un movimento dell’insieme, facendo scorrere fessure, cavità, nicchie, buchi neri. Sulla superficie contorta, gli esseri umani hanno selezionato dei luoghi per le immagini. Alcuni sono stati preparati graffiando la superficie. Alcuni seguendo le fessure. Alcuni si trovano in alto sul muro, dove gli artisti hanno avuto bisogno di scale per salire. Alcuni sono semplicemente isolati, senza alcuna logica apparente, se non addirittura invisibili a un occhio inesperto. Di fronte a questo puzzle, troviamo il nono elemento dell’arte paleolitica: l’ambiente. La grotta è un organismo architettonico: non è possibile staccare le immagini dalla totalità del luogo, con il suo grado di luce e oscurità, eco e silenzio. Non sono tele che possono essere staccate dalla parete. Si fondono con la geometria dell’insieme.
Questo luogo è anche un sentiero, per questo alcuni lo hanno chiamato santuario. Ecco il decimo elemento. Le persone dovevano essere molto motivate per scendere fin qui. Lo sforzo dev’essere stato compensato, potrebbe aver portato a qualche profonda scoperta sulla vita. I nostri miti sulle grotte come percorsi di conoscenza conserverebbero allora una certa verità. Mentre esco dalla Galleria dei dischi, noto che gli animali sembrano muoversi lungo le pareti, procedendo dal sottosuolo, come se salissero dall’utero rosso verso la luce. Sorgere, in latino oriri. Origine.
La mente architettonica degli esseri umani preistorici non deve essere sottovalutata. Ci segue un pregiudizio: un’immagine di uomini selvaggi, primitivi, barbuti e stupidi, che brandiscono bastoni e si accucciano sul pavimento. In realtà erano come noi, e parlavano e ruminavano su questa meraviglia della natura, la grotta nella montagna. Mi fermo davanti a un’ultima sorpresa: lungo il corridoio, vicino alla sala rossa interna, c’è l’immagine di un mammut. Domingo si ferma con me e sorride commosso. «Fuori dalla grotta capirai. Osserva la montagna da lontano e vedrai il profilo di un mammut.»
«Ci hanno pensato?»
«Sicuramente sì.»
Per ora, queste potrebbero essere solo congetture. Siamo inebriati da questo caleidoscopio dell’immaginario, questo pozzo della creazione, questo parco giochi della creatività. Abbiamo dieci pezzi: la tecnica artistica, l’emergere delle forme, i segni astratti, le mani, gli esseri composti, i teriantropi, i giochi d’ombra, l’ambiente e il percorso. Tuttavia, non sappiamo comporli una visione completa, né esprimere un significato che ne esaurisca l’esperienza. Lasciamo questo luogo con un profondo senso di attesa, che non svanirà mai.

La caverna come luogo d’illusione
Perché siamo venuti nella grotta? Cosa ci spinge a lasciarci alle spalle la giornata, a dimenticare le urgenze dell’oggi, i suoi drammi, ad abbandonare i nostri cari per andare a cercare enigmi, graffi e pitture nei tunnel umidi? Siamo una compagnia mista. Due archeologi che hanno dedicato la loro vita all’indagine e all’analisi di manufatti e grotte preistoriche. Un’architetta e un fotografo, entrambi interessati all’interazione tra passato antico e presente. Io scrivo e studio filosofia, non ho mai praticato l’archeologia, ma sono sempre stato attratto dalle pitture preistoriche e affascinato dalle storie di grotte come luoghi di esperienze straordinarie. In queste storie, le grotte sono ambivalenti: Platone e Bacone descrivono la caverna come un luogo d’illusione, dove l’oscurità offusca il giudizio umano e le fantasie oniriche sostituiscono la realtà; gli iniziati ai misteri e gli asceti concepivano la caverna come un luogo in cui possono essere rivelate cose indicibili e raggiunte intuizioni trascendenti. Entrambi i tipi di storie indicano una dimensione mentale che precede il lavoro del linguaggio e della ragione.
In effetti questi luoghi, e l’atto di fare immagini, veicolano un’abilità umana fondamentale: uscire dal flusso dell’azione e della percezione, ritirarsi in uno spazio interiore dove ripetere il passato, immaginare il futuro o viaggiare in un altro mondo. In superficie stanno il cibo e la paura dell’altro, lo splendore del sole e il morso del freddo, le divisioni tra uomini e donne, il sesso e la guerra, l’amore e il dolore. In superficie c’è la realtà, le pulsioni di base e le questioni di fatto. La vita dell’individuo appartiene a un gruppo, a una società, a una specie. Nella caverna, la realtà ordinaria svanisce, i suoi confini si allentano. Ognuno è un corpo e un senso umano, l’ultimo di innumerevoli generazioni. L’isolamento ci permette di guardare la vita da una distanza di sicurezza, di dimenticare se stessi, di concepire gli esseri e la loro origine, le trasformazioni e le possibilità, di mettere in discussione il mondo.
Questo ritiro nelle grotte non ha isolato gli umani dal resto della terra con i suoi animali e le sue piante, i suoi fiumi e le sue rocce. Al contrario, questa capacità è inseparabile dalla relazione con gli altri esseri e dal senso di appartenenza ecologica. La rappresentazione degli esseri non-umani è stato il soggetto più duraturo della cultura umana. Le figure umane compaiono appena nell’arte paleolitica, per decine di migliaia di anni. Rispetto a questo periodo ancestrale, quello che segue è una breve svolta nella storia, in cui la relazione con gli altri si è in gran parte persa. La nostra capacità di astrarre dal presente e di rivedere le nostre azioni è stata ridotta a uno dei suoi lati: uno strumento di dominio. Gli esseri umani si sono quindi concepiti come padroni del mondo e proprietari dei suoi esseri viventi e hanno ampiamente proiettato questo sentimento di potere umano verso i loro dèi. Tuttavia, questa connessione con gli altri esseri, questo senso di interdipendenza, è radicato in noi ed è fondamentale per affrontare il presente, e concepire il futuro.
Immagina un’archeologa del futuro che lascia il suo mondo e arriva nel nostro presente dopo aver viaggiato nel tempo per decine di migliaia di anni. Immagina che non possa accedere ai dati digitali e non possa comprendere i nostri documenti scritti e audio. Troverebbe ovunque immagini di volti umani e utensili rotti. Città antropocentriche in cui erano confinati altri esseri viventi, alcuni dei quali estinti nel suo mondo. Riconoscerebbe forme e modelli familiari. Cercherebbe di rintracciare nel suo corpo le azioni di quelle popolazioni indigene toccando le nostre reliquie, studiando le nostre ossa e contemplando i nostri segni. Riconsidererebbe cosa significa essere umani. A posteriori, scoprirebbe che la storia ha plasmato la sua vita e il suo ambiente in modi che avrebbero potuto essere diversi. Il passato remoto le parlerebbe di futuri e forme di vita possibili. In quel passato potrebbe vedere un nuovo inizio.




