L’entroterra ligure si offre ai nostri giorni come una terra spopolata e spesso abbandonata. Non è sempre così e taluni centri abitati lo dimostrano. Ma per i cercatori di natura e di bellezze insolite certamente offre moltissimi spunti e occasioni. Ovviamente non ci sono i giardini romantici e all’inglese colmi di piante esotiche o i palazzi signorili della costa, i boschi e i colli caratterizzano un paesaggio irregolare e spesso dall’aria selvatica, ma di certo è terra di grandi alberi secolari quanto di riserve naturali, nonché di cascate. Ed è proprio a una delle più conosciute cascate della Liguria che oggi facciamo visita.
Siamo nel comune di Masone, in provincia di Genova, a pochi chilometri dal confine piemontese. Dal piccolo centro si può seguire una segnaletica che conduce alla località Savoi, dal nome di una cartiera in funzione tra il 1640 e la fine del XVIII secolo. Il punto più alto della zona è il Bric del Dente che s’inerpica sino ai 1107 metri, raggiungibile scarpinando per altre due ore e mezza/tre. Un tempo la cascata era nota come cascata delle Cheucie (non ho trovato una traduzione del termine), oggi è chiamata del serpente. No, non ci sono serpenti in agguato, nascosti sul fondo o tra le frasche. Il serpente qui si riferisce al tipo di roccia, il serpentinocisto, una roccia metamorfica che è emersa nel periodo di formazioni delle alpi e delle prealpi, scistosa ossia che quando si frantuma tende a farlo per piani paralleli. Dettagli da geologi.

I boschi di queste zone sono caratterizzati dalla presenza di diverse essenze, quali querce, frassini e sambuco, guardandoci intorno non vedremo altre abitazioni o edifici, e non c’è sa stupirsene poiché siamo entro i confini del Parco naturale regionale del Beigua, oltre 8700 ettari tra le province di Genova e Savona, unendo mare e monti, tra Varazze, Arenzano, Sassello e Genova.
La cascata non è alta e non è remota come altre che abbiamo già incontrato, o turistica come le più note, dalla Marmolada alla Frua, dal Serio alle Marmore. Nonostante questo in estate e nei fine settimana è un luogo gremito di visitatori. Meglio andarci in altre stagioni o comunque potendo in un giorno feriale. La stradina stretta che porta alla scalinata è asfaltata, un chilometro e mezzo o poco meno dall’abitato, ben segnalato, anche su Google Maps. Due cartelli a lato di una scalinata segnalano che siete giunti nel posto giusto.
La scalinata è costellata di cartelli di un percorso botanico, giusto per capire quale specie sono presenti. Si tratta di poche decine di gradini, alla vostra destra, o alla vostra sinistra. La cascata e la sua “gonna” dipinta di blu come un’ombra poetica si tuffa nel verde smeraldino di una pozza, ove il sole trasforma quel “mancato buio” in uno scrigno di lucenti misteri. Proseguendo il corso del rio Masone, affluente della Stura di Ovada, produce altri salti, ben più piccoli, e altre pozze cristalline, fin a riconquistare la pace. Ci sono pesci lì dentro? Gamberi di fiume? Non ho modo di constatarlo da quassù.

Tra le rocce e le chiome verdeggianti del bosco che sovrasta la cascata e il suo corso si staglia il tronco snudato di un albero spento, un fantasma, scheletrico, eppure ancora capace di trasmettere ai nostri occhi una forma di “sentimento”. Sbuffi rugginosi tra le rocce, credo siano ginepri spinescenti. Più vicino a me si sospendono in gentili quanto rinfrescanti folate di vento foglie lobate di quercia e faggiole pelose fiorite sui rami del faggio.
Tre i punti panoramici dai quali osservare la “gonna” della cascata e il suo corso tra le rocce a valle. In ogni punto panoramico troverete sedute in pietra, per niente scomode. Alla prima seduta potete guardarvi intorno, sbirciare la cascata e iniziare a fare i conti con questo piccolo paradiso quotidiano che in pochi metri ci ha letteralmente strappato dal mondo ordinario. Ulteriori scalini portano a una seconda stazione, oltre la quale non si può andare. Doppia panchina in pietra, e quella sensazione quasi infantile di essere in un piccolo antro protetto. Risalendo alla prima seduta si può procedere fino a una terza area, sulla sinistra, oltre, anche questa conclusiva, collocata al di sopra della cascata stessa.
Su alcuni siti si segnala la possibilità di scendere ancora per raggiungere le pietre e la pozza verde, ma l’unico sentiero che s’intravede non sembra proseguire in sicurezza, è invaso da rampicanti e scompare nella penombra del bosco. Non è un problema: il canto della cascata si percepisce nitidamente, il suo soffiare ci raggiunge egualmente con intensità; non sempre dobbiamo andare a toccare quel qualcosa di meraviglioso, possiamo trascorrere del tempo in coesistenza, in buona compagnia anche restando a una certa distanza di… pazienza, e di cortesia. Lo stesso vale per taluni ghiacciai, o per i nostro amati alberi vetusti. Ci si può sedere e meditare qui, anche in una qualsiasi delle tre sedute.
In certi istanti si crea un eco che rimescola le diverse cascatelle che da qui possiamo solo immaginare, tra le rocce. L’acqua, lo scorrere, lo sgorgare, l’esplodere moderato e costante, a tratti doloroso, il disunirsi delle molecole, il precipitare. E noi lì, immobili.
- La cascata del Serpente: ottava meditazione
- Il respiro della cascata della Pissa: settima meditazione
- La discreta cascata della Spissula: sesta meditazione
- Acqua Bianca e caldaie del Sesia: quinta meditazione
- Val di Rabbi: quarta meditazione
- La cascata della Frua: seconda meditazione
- La cascata di Isollaz: prima meditazione




