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Photo by Denys Nevozhai on Unsplash

La casa e la città

 

 

A gennaio 2023 ho pubblicato un libro, Abitare il vortice, che esplora le trasformazioni urbane avvenute in Occidente negli ultimi decenni. Il libro analizza tre periodi storici specifici: quello che è successo dopo la deindustrializzazione degli anni ’70, la crisi urbana del COVID-19, e la strana «ripartenza» che stiamo vivendo adesso.

 

Le presentazioni sono andate avanti per tutto l’anno, ed ho avuto l’opportunità di discutere alcuni dei temi portanti con centinaia di persone in tutta Italia: attivisti, specialisti, amministratori locali, artisti, semplici curiosi. Dagli incontri è divenuto evidente che alcune questioni legate alle città sono – credo – particolarmente rilevanti per provare a cogliere le trasformazioni in cui siamo immersi. È da qui che viene l’idea di questa serie di articoli per GATE in cui approfondire alcuni dei concetti che hanno suscitato maggiore interesse. Questi articoli sono concepiti come esercizi, idee di laboratori o esperimenti per nuovi vocabolari. Dopo il primo testo dedicato alla comunità, ecco il secondo sulla casa.

 

Una cosa che inizialmente mi ha sorpreso nelle presentazioni di Abitare il Vortice è stato che mi invitassero costantemente per discutere questioni legate alla casa. Certo, il libro ha nel titolo la parola «abitare,» ma in realtà forse un decimo delle pagine sono dedicate alla casa, mentre il resto si occupa in senso molto più ampio di città, cultura e trasformazioni urbane. Dopo qualche mese, è divenuto evidente che il motivo non era solo quello che avevo scritto. Il 2023 è stato l’anno in cui si sono messe in moto trasformazioni di lungo corso che riguardano tutto quello che riguarda l’abitare. Sono cambiamenti che occuperanno uno spazio sempre maggiore, nel dibattito pubblico come nello spazio immaginale, individuale e collettivo.

 

Non è un caso che negli ultimi anni ci sia stata un’incredibile proliferazione di iniziative culturali, politiche, sociali ed artistiche che riguardano la dimensione dell’abitare e che coinvolgono sociologi, antropologi, urbanisti, scienziati politici, giornalisti, artisti, scrittori, economisti. Il confinamento domestico durate la Pandemia ha messo in evidenza i limiti – e, più di rado, le potenzialità – delle case che abitiamo. Collassando molte delle funzioni che da sempre assegniamo alle città all’interno delle abitazioni, ha reso evidenti le disuguaglianze la cui percezione per lungo tempo si è «fermata alle porte di casa».

 

Per molti anni, prima della Pandemia, la casa si era sottratta al discorso collettivo. O meglio. Era stata presente – presentissima – in due direzioni prevalenti: spazio della rappresentazione della vita (raccontata come un nido da abitare) o come patrimonio (oggetto economico su cui investire). Nel momento in cui una parte enorme della popolazione si è trovata confinata per l’intera giornata nello spazio domestico, abbiamo iniziato a percepire delle differenze erano rimaste taciute – non raccontate, non dette, non pensate – per decenni. Il numero e la qualità degli ambienti, degli inquilini, dei servizi, degli affacci. I rapporti con i quartieri e i territori hanno iniziato ad assumere un significato completamente diverso. I numeri di case a disposizione per ogni individuo, famiglia, rete amicale.

 

E non è un caso quindi che in questi ultimi anni sia uscita una quantità importante di libri che indagano la natura dell’abitare contemporaneo. Come Abitare Stanca di Sarah Gainsforth, un’indagine sull’edilizia residenziale pubblica che mette evidenzia il paradosso fondamentale dell’abitare in Italia: quello di una casa che è allo stesso tempo spazio dell’intimità e bene di scambio (e speculazione) sui mercati finanziari. O come Filosofia della Casa di Emanuele Coccia, un libro che indaga gli spazi domestici dal punto di vista metafisico, chiedendosi – e chiedendoci – dove cominciano e dove finiscono le dimensioni private e pubbliche della casa. O, ancora, La Casa Vivente di Andrea Staid, un libro che legge la casa alla luce delle tante interpretazioni antropologiche che assume presso popoli diversi. O Le Case che Saremo di Luca Molinari, una rilettura degli elementi architettonici costitutivi delle nostre case a partire dall’esperienza del lockdown, che si concentra sulle soglie che separano il dentro e il fuori: finestre, porte, balconi. C’è una «fame» evidente di nuove chiavi di lettura della casa e del suo ruolo nelle nostre vite e nelle nostre città.

 

Questa domanda è sempre più evidente anche nelle trasformazioni dei movimenti sociali, che stanno ponendo sempre di più la questione abitativa al centro del dibattito politico. Le proteste degli studenti che hanno preso la forma delle «Tende in Piazza», i movimenti locali anti-gentrificazione (come Abitare in Viale Padova a Milano o OCIO a Venezia), si sono andati ad aggiungere alle attività «storiche» dei comitati di abitanti dei quartieri di Edilizia Residenziale Pubblica e dei sindacati di inquilini, sempre attivi nonostante i linguaggi e gli strumenti talvolta un po’ usurati.

 

D’altro canto, quello che stiamo vivendo è un momento che vede l’incremento esponenziale di alcune patologie urbane, spesso presenti da tempo ma che adesso infliggono pesanti colpi alla qualità della vita sui territori spesso proprio perché vanno a colpire la dimensione dell’abitare.

 

Come l’overtourism, l’affollamento di turisti che stravolge gli equilibri delle città cambiando la natura degli spazi pubblici, del commercio, dei servizi e delle abitazioni. O la gentrificazione, il fenomeno per il quale nuovi abitanti benestanti colonizzano i quartieri «poveri ma belli», sostituendosi a quella popolazione locale che aveva costruito l’atmosfera di tipicità che aveva reso i quartieri desiderabili. O la piattaformizzazione, il meccanismo che spinge un numero sempre crescente di proprietari di immobili a metterli sul mercato degli affitti a breve termine (Airbnb in testa) sottraendoli al mercato degli affitti «per viverci» e abbassando la qualità delle relazioni nei condominii. Sono fenomeni spesso osservati per la prima volta nel mondo anglosassone, da cui la proliferazione di anglicismi e termini in inglese che indicano alla fin fine una sola tendenza: città sempre più pensate per chi le visita e le consuma, a discapito di chi le vive.

 

Per tutti questi motivi, le questioni legate all’abitare sono destinate a divenire sempre più importanti nel mondo in cui viviamo. Vale quindi la pena di iniziare a farci delle domande sulle nostre case, a porle agli altri, e a condividere le risposte. Come esercizi individuali e collettivi.

 

Innanzitutto: cosa consideriamo casa? È un luogo delle emozioni, dove abbiamo sperimentato sentimenti diversi nel corso del tempo, da soli o assieme ad altri. È un luogo delle esperienze – quelle extra-ordinarie e quelle di tutti i giorni – nel quale cuciamo e ricuciamo costantemente la trama dell’esistenza. È sempre lo stesso luogo – che ci fa sentire «lontani da casa» ogni volta che ci spostiamo – o è un luogo diverso ogni volta, o una rete di luoghi distanti nello spazio e nel tempo?

 

La maggior parte di noi ha abitato molte case nella vita. Quante? E come? Ogni casa ha voluto dire cose diverse, ci ha cambiati mentre le cambiavamo. E questo non succedeva mai da soli, ma sempre in qualche modo in relazione ad altre persone, affetti, conflitti. Cosa c’è di questa storia di case in quello che siamo oggi? E cosa è rimasto delle persone che siamo stati in quelle case, oggi abitate da altri, o trasformate, o scomparse?

 

E poi. Cosa vuol dire davvero la casa come spazio economico? È una questione che molti preferiscono evitare per ragioni di bon ton, ma occupa un ingombro tale nelle nostre vite da non poter essere trascurata. Come si riverbera la dimensione economica della casa nelle nostre scelte di tutti i giorni? Cambia se siamo affittuari o proprietari, se abbiamo ereditato o se abbiamo guadagnato personalmente ogni singolo metro quadro, se viviamo in case di cooperativa o di edilizia residenziale pubblica, se ne abbiamo una sola o più a disposizione. Cambia per noi, e cambia per le altre persone che conosciamo. In che modo?

 

La casa non è un’ entità separata da tutto il resto. È un punto di attraversamento e aggregazione – di continuità e discontinuità – di flussi di persone, merci, rifiuti, alimenti, informazioni, gas, acqua, elettricità, microbi, piante.

 

E non lo è solo in una modalità a due livelli («la casa» e «il mondo») ma, al contrario, è inserita in reti materiali e immateriali che hanno punti di concentrazione e di dissipamento. Reti che riguardano di volta in volta l’intero edificio, la via, l’isolato, il quartiere, la città, le reti della logistica delle merci, gli spostamenti delle masse d’acqua nel cielo che chiamiamo nuvole e quelli delle stelle.

 

 

Idee

  • Bertram Niessen è Presidente e Direttore Scientifico di cheFare, di cui è stato tra i fondatori nel 2012. Come ricercatore, progettista, docente, autore e advisor si occupa di come la cultura trasforma lo stato delle cose. I temi principali di cui si interessa sono la città, la progettazione culturale, le politiche e l’economia della cultura, le forme culturali collaborative, il rapporto tra cultura e tecnologia. Lo fa al crocevia tra discipline diverse: sociologia urbana, metodologia, cultural studies, scienze della comunicazione, arte elettronica. Al cuore di tutto c’è un forte interesse per l’intersezione tra cultura, tecnologia e società, e la convinzione che ci sia bisogno di nuove forme di azione sociale e politica.

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