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Kasa Jizō: I Jizō con il cappello di paglia

 

 

«Jizō», è il nome giapponese del  bodhisattva» Kṣitigarbha»(«Grembo della terra»), una celeste entità vicina a coloro che soffrono e che ha fatto voto di alleviare il fardello karmico di tutti gli esseri viventi. In Asia centrale, Cina e Giappone, il bodhisattva «Kṣitigarbha» è rappresentato come un monaco con un bastone da pellegrino e, talvolta, con una gemma che esaudisce i desideri. In Giappone esistono numerose forme popolari di «Jizō» (i «Sentai Jizō»), come «Enmei Jizō» («Colui che prolunga la vita»), invocato per proteggere la salute dei bambini,  o certe forme connesse a culti agricoli. Le statue di questi bodhisattva, in pietra o in legno, si possono trovare davanti ai templi, nei cimiteri, nelle radure delle foreste, ai crocicchi delle strade (perché si dice proteggano i viandanti) o all’ingresso dei villaggi. Spesso vengono rivestite con stoffe colorate, bavaglini o cappelli, dai fedeli che chiedono la loro protezione.

 

 

 

C’erano una volta, in tempi lontani, un vecchietto e una vecchietta che vivevano serenamente d’amore e d’accordo. Era la vigilia di Capodanno e benché fossero entrambi laboriosi e onesti, non erano riusciti a racimolare nemmeno un soldino per comprarsi qualcosa da mangiare per il giorno di festa.

 

«Almeno avessimo cinque o sei focaccette di riso»1«mochi», tradizionale dolce ottenuto dalla farina di riso glutinoso («mochiko») con ripieno di pasta di fagioli rossi. Si confeziona per l’anno nuovo., si lamentavano.

 

Così il vecchietto decise di andare al mercato della più vicina città per vendere i cappelli di paglia2«kasa», cappellone di paglia intrecciata a forma di cono. che avevano intrecciato. La città era però lontana, il viaggio lungo; il buon vecchietto dovette attraversare un fiume e valicare montagne, ma alla fine, cammina cammina, giunse in città.

 

Subito il vecchietto, mentre andava girando per le strade e le viuzze affollate, cominciò a gridare a gran voce:

 

«Non volete cappelli di paglia?», «Non volete cappelli di paglia?»

 

Ma nessuno si fermava a comprare la sua mercanzia. Tutti sembravano interessati a comprare soltanto pesce e sakè«3sakè», bevanda tradizionale giapponese ottenuta dalla distillazione del riso., nessuno voleva comprare i suoi cappelli.

 

«Sono cappelli forti e robusti! Non volete cappelli di paglia? Comprate i cappelli di paglia!»

 

Il povero vecchio guardando con invidia gli altri venditori decise allora di abbassare i suoi prezzi.

 

«Diminuisco i prezzi! Faccio sconti! Non volete comprare i miei cappelli di paglia?»

 

Ma nessuno si voltava al suo richiamo. Intanto cominciava ad imbrunire ed il vecchio stanco di tanto inutile girare, rinunciò a vendere la sua mercanzia e decise che era giunto il momento di tornare a casa.

 

«È naturale che nessuno abbia voluto comprare i miei cappelli», pensò il vecchietto. «E’ la vigilia di capodanno, la gente preferisce rimanere al calduccio nelle case e non ha bisogno di uscir fuori con il cappello di paglia in testa!».

 

Triste triste, singhiozzando, il vecchietto si mise così sulla via del ritorno. Nel frattempo cominciò a nevicare, e poco dopo si alzò anche un vento forte. Camminando il vecchietto arrivò ad un sentiero che attraversava un campo. Mentre procedeva a fatica con il suo carico di cappelli si scatenò una furiosa bufera di neve.

 

«Che freddo! Che freddo» mormorava tra sé e sé il vecchietto, «devo affrettarmi a tornare a casa, così potrò almeno bere un po’ d’acqua calda prima d’andare a letto».

 

Improvvisamente ad un crocevia, il vecchietto vide… una…due…tre…quattro…cinque…sei statue di pietra come irrigidite, intirizzite dal freddo. Erano sei statue di «Jizō bosatsu»4«bosatsu», cioè in sanscrito: «bodhisattva». Con questo termine si intende un essere che, pur essendo un «Risvegliato» pronto a fare il suo ingresso nel «Nirvana», rinuncia alla beatitudine per restare nel ciclo delle vite e delle morti in modo da poter soccorrere ed assistere tutti i viventi. Nella favola le statue dei «Jizō» sono sei perché in Giappone si ritiene che il bodhisattva «Ksitigarbha» operi per la liberazione delle sei classi degli esseri senzienti. Per questo motivo si manifesterebbe con sei aspetti, ognuno dedito agli esseri di ciascuno dei sei destini. (sul bodhisattva «Ksitigarha» vedi il cap. 45 («Il bodhisattva Ksitigarbha, Signore dei mondi infernali») del mio Il Principio del Male nel Buddhismo, Luni, Milano 2020)..

 

«Oh, mamma mia! «esclamò il vecchietto. «Anche se questi «Jizō» sono di pietra devono soffrire un gran freddo, in questa bufera di neve!»

 

Così, senza pensarci due volte, prese i suoi cappelli di paglia e li pose sulle nude teste delle sei statue per ripararle dal freddo e dalla neve.

 

«Namu Jizō bosatsu»5«Namu Jizō bosatsu», cioè: «Veneriamo i Jizō bosatsu». La parola giapponese «namu» deriva dalle forme sanscrite: «nam», «namas», cioè: «prendo rifugio», ««offro la mia venerazione». La frase potrebbe essere tradotta in questo modo: «Prendo rifugio nei Jizō bosatsu», oppure: «Veneriamo/adoriamo i Jizō bosatsu». recitò il buon vecchio e aggiunse come per scusarsi: «mi rattrista donarvi una merce che nessuno ha voluto comprare, ma è tutto quello che ho!»

 

Ciò detto riprese la strada di casa, infreddolito ma in cuor suo contento per aver offerto ai santi «Jizō» i cappelli di paglia. Tornato a casa il vecchietto raccontò alla sua compagna tutto quanto gli era capitato, e anche la vecchietta fu molto contenta di sapere che i cappelli da loro intrecciati erano stati donati ai Buddha.

 

Con la notte il freddo si fece sempre più intenso, così i due buoni vecchietti andarono subito a letto, e si rannicchiarono come gamberi sotto le coperte per riscaldarsi un poco.

 

Ma a mezzanotte furono svegliati da un tonfo sordo, come se qualcosa di molto pesante fosse caduto sulla neve. Impauriti decisero di uscire per vedere cosa fosse successo e, proprio davanti alla porta di casa, trovarono un grosso sacco rotolato lì chissà come. L’aprirono e…. oh, meraviglia! Era pieno di focacce di riso e di monete d’oro. Allora sbigottiti alzarono lo sguardo e nel riverbero della neve videro salire al cielo… uno…due…tre…quattro…cinque…sei… i sei «Jizō bosatsu» con i loro cappelli di paglia! «Namu Jizō bosatsu!»

 

Nota

La favola di «Kasa Jizō», secondo gli studiosi del folklore giapponese, avrebbe avuto origine nelle fredde regioni del nord dell’arcipelago del Giappone, forse nel «Tōhoku» . Oggi, la fiaba dei «Jizō con il cappello di paglia» è conosciuta da tutti i bambini giapponesi ed è spesso riportata nelle antologie scolastiche. In passato era raccontata dai genitori ai figli per instillare nei loro cuori i valori morali del Buddhismo fondati sull’empatia, la carità e la buona disposizione d’animo verso il prossimo. Ma come ogni favola trasmessa per secoli di generazione in generazione, anche questa ha molte varianti. Vediamone alcune:

 

  • Era la vigilia di capodanno ed il vecchietto, recandosi al mercato per vendere la sua povera mercanzia e comprare qualcosa da mangiare per il giorno di festa, vide le sei statue dei «Jizō bosatsu» esposte al vento e alla neve. Il buon vecchio, con i soldi che aveva racimolato, comprò sei cappelli di paglia e li donò ai bodhisattva. In altra variante, il vecchietto con i soldi guadagnati riuscì a comprare soltanto cinque cappelli, così al sesto «Jizō» donò il proprio.
  • Al sesto «Jizō», il vecchietto, in mancanza di un cappello, donò il proprio «tenugui», un sottile asciugamano in cotone usato spesso come fascia per la testa. D’inverno, quella fascia fornisce una imbottitura extra sotto il copricapo.
  • In una variante, il buon vecchietto durante il viaggio di andata verso il mercato, vide solo cinque statue di «Jizō», intirizzite dal freddo e coperte di neve. Arrivato in città, riuscì a vendere tutta la sua mercanzia, ma non fu in grado di togliersi dalla mente l’ immagine di quelle povere statue sommerse dalla neve. Così, con i soldi guadagnati, invece di comprare bevande e riso per la cena dell’ultimo dell’anno, comprò cinque cappelli per i «Jizō». Sulla strada di casa, quando arrivò davanti alle statue di quei bodhisattva, si accorse con stupore, che non erano cinque ma sei. Il buon vecchietto non si perse d’animo e all’ultimo «Jizō» donò il suo «tenugui». Quando arrivò a casa, venne accolto dalla moglie che lo stava aspettando con trepidazione per preparare i «mochi» con il riso che il marito avrebbe dovuto comprare. Il vecchietto, timoroso, le raccontò di aver speso tutti i soldi per comprare dei cappelli di paglia per i bodhisattva; la donna, invece di criticarlo o di arrabbiarsi lo elogiò per quell’azione virtuosa. In quei giorni di festa avrebbero mangiato quel poco che avevano. Dopo essere andati a letto, verso mezzanotte, nonostante il sibilare del vento, udirono un bisbiglio fuori dall’uscio di casa; sembrava una cantilena : «questa è la casa dell’uomo che ci ha donato i cappelli», «questa è la casa dell’uomo che ci ha donato i cappelli». Impauriti si alzarono e si affacciarono per vedere cosa stesse accadendo. Nel turbinio della neve videro i sei «Jizō» con una grossa borsa di paglia. Dopo aver lasciato il sacco, quei santi esseri se ne andarono scomparendo nella neve. Quando i due vecchietti aprirono la borsa, con sorpresa, scoprirono che era piena di riso e di monete d’oro. In una versione leggermente diversa, invece della cantilena, i due vecchietti udirono un forte martellare all’esterno della casa.
  • In alcune varianti, la vecchietta si arrabbiò e se ne andò a letto furiosa, lasciando il buon vecchio costernato e affranto. Poi, quando arrivarono i «Jizō» con il sacco dei doni, fu costretta a pentirsi per le  brutte parole.
  • In una versione  del Giappone occidentale, il vecchietto, nel suo cammino verso casa, s’imbatté in una sola statua di «Jizō» quasi completamente sommersa dalla neve. Preso da compassione decise di portarla a casa, suscitando l’ira della moglie. Subito dal corpo di pietra del «Jizō» fuoriuscì del riso. La donna lo raccolse con avidità, e poi, per averne ancora di più, iniziò a colpire con forza il «Jizō». Ma a quel punto il riso cessò di fuoriuscire. La donna, in seguito, fu punita per la sua ingordigia.
  • Tutte le versioni della fiaba finiscono quasi sempre con la scoperta dei doni lasciati dai «Jizō bosatsu». In una variante, i vicini, venuti a conoscenza del prodigio ed invidiosi della fortuna capitata ai due vecchietti, avrebbero cercato  di imitare il gesto del buon vecchio, ma senza ottenere risultati.
  • In un antico racconto popolare, al posto dei doni, la coppia di vecchietti lasciò per sempre questo  nostro mondo di miseria e povertà per involarsi, in compagnia dei «Jizō», verso il «Paradiso della Pura Terra d’Occidente» il «Mondo della Perfetta Beatitudine» del Buddha «Amida» (sans.: «Amitābha», «Luce Infinita»).
  • In altre tradizioni la storia dei sei «Jizō» si colorì di tradizioni shintoiste con forti richiami alle vicende dei «Toshitokujin» («Divinità delle direzioni fortunate»), antiche entità che si riteneva ( come lo si ritiene ancora oggi) governassero le direzioni energicamente favorevoli dell’anno («ehō»). Si ritenne, infatti, che quelle divinità potessero, con il ruotare delle stagioni, arrivare ciclicamente in certi particolari momenti dell’anno a portare fortuna e felicità. Molto importante era il «Toshigami» che si pensava giungesse alla fine dell’anno per annunciare l’arrivo di quello nuovo. Per questo fu anche chiamato: «Shōgatsu Sama», ossia: «Onorevole Anno Nuovo». Secondo la tradizione, nella notte precedente al Capodanno, accanto al focolare domestico, le famiglie preparavano per quella divinità, un altare speciale («Kamidana») decorato con «mochi» di riso a forma di specchio («kagami mochi»), saké e mucchietti di sale. Spesso, accanto all’altare e vicino al focolare, venivano sistemati rami intrecciati di pino. Talvolta era addirittura addobbato, con nastri colorati, un vero e proprio albero di pino, chiamato «ogamimatsu» («pino supplica»), una tradizione che ricorda quella del nostro abete di Natale. In quel caso, però, il pino non svolgeva una semplice funzione decorativa; era infatti considerato come un vero e proprio «supporto» («yorishiro») della divinità («kami»). In pratica si riteneva che l’«ogamimatsu» fosse capace di attirare l’attenzione del dio, dandogli (in quel particolare periodo dell’anno) uno spazio fisico da occupare, cioè una casa. L’origine dei «Toshitokujin» si perde nella notte dei tempi. Secondo alcuni studiosi deriverebbe da tradizioni  shintoiste sincretizzate con le teorie dello «yin» e dello «yang» e con la geomanzia taoista cinese (in giap.: «onmyōdo*»).

 

(La traduzione della favola di «Kasa Jizō» è stata condotta sul testo edito dalla casa editrice «Shōgakkan», serie: «Nihon mukashi banashi ehon», «Libri illustrati di antichi racconti e fiabe giapponesi», n.5, Tōkyō, 1976. ; per le varianti vedi: «Hiroko Hikeda, «A Type and Motif Index of Japanese Folks-Literature», Suomalainen Tiedeakademia, Academia Scientiarum Fennica , Helsinki, 1971, pag. 136; e: Nomura Junichi, «Mukashi banashi densetsu kojiten», «Piccolo dizionario degli antichi racconti e delle leggende giapponesi», Mizuumi Shobō, Tōkyō, 1987, pag. 74).

Idee

  • Orientalista e storico delle religioni, Silvio Calzolari insegna Storia delle Religioni di Cina e Giappone presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Firenze e la Facoltà Teologica dell'Italia Centrale. È Segretario generale di FOB (Freedom of Belief), organizzazione internazionale che si occupa di libertà religiosa, di espressione e di culto. Tra le sue monografie, «Alcune considerazioni sul concetto di Mononoke, in Giappone durante l’epoca Heian» (1980), «Il Dio Incatenato. Storie di Santi e di Immortali giapponesi nel Giappone dell’epoca Heian 794-1185 (1984), «Arhat, figure celesti del Buddhismo» (2018), «Il Principio del Male nel Buddhismo, Storie di tentazioni e illusioni d’inferni» (2020) e «Bere il tè per nutrire la vita. Il Tè, spiritualità e arte medica nell’antica Cina e Giappone, con la traduzione del Kissa Yōjōki del bonzo Eisai, 1141-1215) (in press).

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