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Progetto InVita

InVITA: quando la vita è un diritto fino alla fine

Tempo di lettura: 3 minuti

Un vecchio adagio dice che per crescere un bambino ci vuole un villaggio: e per accompagnare una persona anziana negli ultimi anni della sua vita? La morte è ancora un tabù, ma l’aumento dell’aspettativa di vita e una percentuale sempre più alta di nuclei familiari unipersonali, cioè composti da una sola persona, ci pongono di fronte a un problema che non possiamo continuare a ignorare.

InVITA! Percorsi e azioni per la creazione di Caring Community

È con questo spirito che nasce InVITA! Percorsi e azioni per la creazione di Caring Community, un progetto promosso dal Centro Servizi per il Volontariato di Reggio Emilia che ha lo scopo di creare proprio quel villaggio attorno alle persone che, nell’ultimo pezzo di percorso della propria vita, si ritrovano in una situazione di estrema fragilità, spesso sole, altre volte col solo supporto di caregiver che, a loro volta, si ritrovano un peso troppo grande da portare.

InVITA! si basa sulle compassionate communities, un modello di cura nato negli anni Duemila nel Kerala, in India. Le compassionate communities sono reti di sostegno in cui diverse entità – liberi cittadini, istituzioni, associazioni – si mettono a disposizione per creare coesione sociale, intervenire in caso di necessità, far funzionare in maniera più efficiente i servizi già esistenti. Il loro scopo è sia accompagnare le persone più fragili che supportare i caregiver che se ne occupano, creando una comunità di supporto che possa rispondere a esigenze di ogni tipo, pratiche come emotive.

Anche se si tratta di un accompagnamento negli ultimi anni di vita, la scelta del nome vuole mandare un chiaro messaggio.  «Il progetto si chiama InVITA! – spiega la dottoressa Silvia Tanzi, Responsabile Unità di Cure Palliative AUSL IRCCS Reggio Emilia e responsabile scientifica del progetto – perché vuole parlare di vita e non di morte, ovvero valorizzare la vita quando ancora c’è. L’obiettivo a breve è far partire la sperimentazione su alcune famiglie e lanciare una call per i cittadini che possono diventare caring helper. Il modello scientifico è stato validato nell’ambito del Congresso Mondiale delle Cure Palliative (Helsinki, 2025), ma il lavoro è anche sociale e culturale, perché la morte è ancora un tabù, sia per i cittadini sia per i professionisti e va riportata all’interno del discorso pubblico, a partire dalle scuole».

Durante il primo anno, il progetto si è concentrato sulla raccolta di informazioni per capire le necessità del territorio, realizzando una ricerca per rilevare i bisogni dei pazienti con malattie inguaribili e dei loro caregiver. In questo modo è stato possibile definire in maniera precisa gli interventi più urgenti, emersi da diversi ambiti. Quello culturale, che vede ancora la morte come un tabù; quello organizzativo, con carenza di fondi e strutture per seguire le persone fragili; quello emotivo, perché molte volte i professionisti della sanità non sono preparati per gestire la fragilità di queste persone. Ma anche in ambito formativo e informativo, con occasioni di scambio e apprendimento sia per chi lavora nei servizi dedicati che per chi questi servizi li cerca.

Il modello delle compassionate community promosso da InVITA! sarà sperimentato inizialmente in un’area all’interno della provincia di Reggio Emilia, circoscritta tra i comuni di Albinea, Scandiano e Castellarano. La scelta del territorio è stata fatta basandosi su diversi articoli scientifici che danno indicazioni precise, come l’estensione territoriale non particolarmente ampia, la presenza di organizzazioni di volontariato attive e radicate nel territorio, la presenza di istituzioni educative e luoghi di aggregazione, nonché la collaborazione di rappresentanti politici e servizi sanitari e la presenza di unità di cure palliative.

Per esempio, nel comune di Albinea sarà sperimentato un network tra amministrazione, sanità, realtà del Terzo settore e cittadini, e sarà attivata la figura di un facilitatore, detto connector, una persona cioè formata per lavorare sui bisogni emersi nelle famiglie coinvolte (bisogni informativi e culturali, consapevolezza su tutele e diritti nel fine vita, compagnia e specifici interventi socio-sanitari) e attivare le risorse sul territorio, come professionisti della sanità e caregiver ma anche reti informali, come amici, vicini di casa, colleghi, volontari.

Il progetto porterà anche alla stesura di un Manifesto dei diritti alla Vita fino alla fine, i cui punti chiave sono, come spiegato da Silvia Bertolotti del CSV, coordinatrice del progetto, «la promozione del diritto ad autodeterminarsi delle persone in situazioni di vulnerabilità, il diritto a una corretta informazione sui trattamenti sanitari ma anche su Dat – Disposizioni anticipate di trattamento, testamento, matrimonio come tutela e amministrazione di sostegno, e i diritti dei caregiver. E non ultimo il diritto a un’alfabetizzazione sul tema del lutto e sulla morte che porti a una nuova postura emotiva collettiva».

Insomma, un progetto che punta a creare quel villaggio di cui anche le persone più fragili e i loro caregiver hanno bisogno, soprattutto in un periodo che porta con sé difficoltà economiche, sociali ed emotive. Sperando che diventi una realtà consolidata in tutti i comuni italiani.

Il progetto InVITA è sostenuto dall’8xmille dell’Unione Buddhista Italiana.

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