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Arrancando in città con Paolo Cognetti e Laki: una chiacchierata su buddhismo, sofferenza, spiritualità e anarchia

Tempo di lettura: 11 minuti

«Buongiorno Paolo, va bene vederci giovedì 20 febbraio? Dimmi tu dove.»
«Se vuoi andiamo sulla Montagnetta di San Siro che è un posto molto bello. Io non medito ma quando sono lì ci vado vicino… Ci possiamo vedere a QT8, c’è la fermata della metro rossa. Da lì facciamo una bella passeggiata.»
 
Parte da qui il mio incontro on lo scrittore Paolo Cognetti, al chioschetto fuori dalla metro rossa di Milano.
 
È mattina, Paolo è puntuale e ad accompagnarlo c’è il cane Laki. Prende un caffè e ci incamminiamo verso la montagnetta, quella della vecchia canzone Luci a San Siro di Vecchioni che a un certo punto fa:
 
«Milano mia, portami via
Fa tanto freddo e schifo e non ne posso più
Facciamo un cambio, prenditi pure quel po’ di soldi
Quel po’ di celebrità
Ma dammi indietro la mia seicento
I miei vent’anni ed una ragazza che tu sai
Milano scusa, stavo scherzando».
 
Paolo Cognetti, a rivederlo dopo quell’intervista recente alle Iene che ci aveva sorpreso un po’ tutti, sembra ora sereno, con malinconia. Anche Laki, l’amico cane. Mi dico che a Milano, dopotutto, stare sereno con malinconia è il primo diritto per uno scrittore, e per un cane.

Laki


 
Il nostro incontro non ha domande scritte, volevo solo chiacchierare con lui, perché è buddhista e perché a un certo punto poco tempo fa ha rivelato la sua sofferenza, che è un tema altrettanto buddhista.
 
Inizia a raccontarmi della Montagnetta di San Siro. Non ci ero mai stata. Sembra un parchetto milanese rialzato, è costruita su delle macerie, mi dice, ed è straordinariamente piena di scoiattoli, e vuota di persone.
 
Il posto sembra un buon compromesso tra montagna e città. Paolo ora ha scelto di fermarsi a Milano e di lasciare per un po’ di tempo la montagna. Ha cambiato casa, sono successe cose in questo ultimo anno ma mantiene abitudini molto poco metropolitane, che mi sorprendono alla fine della chiacchierata.
 
Mi parla di buddhismo, del suo rapporto con Chandra Candiani, di sofferenza, di come e se ha trovato delle risposte, della sua spiritualità e di come sta ora e cosa farà tra un po’. E poi di libri, di scrittura e della diagnosi di disturbo bipolare, con la totale difficoltà nel trovare le origini della sua sofferenza. Il confine tra psicofarmaci, alcol e intossicazione mentale. La lotta con la rabbia e il controllo delle emozioni…
 
«Lo scrittore è un esploratore della vita. Forse quella cosa la racconterò in un racconto o in un romanzo, ma era talmente urgente che ho voluto raccontarla subito, a caldo.»
 
Emerge dalle sue parole la resistenza contro la modernizzazione forzata e la perdita degli spazi liberi che ha intrapreso anche a Milano. Il rapporto con la montagna e la natura come antidoto alla società consumistica. Il rifiuto delle comodità come scelta di vita consapevole. L’anarchia come ricerca di modi alternativi di vivere senza autorità e un gran desiderio di comunità rispettose e non oppressive.
 
L’anarchia per Cognetti è una bellissima idea per stare insieme, vivere insieme, lavorare insieme senza autorità, senza potere, senza subire il potere degli altri e senza applicare il proprio potere sugli altri. E poi mi svela le sue piccole pratiche insurrezionaliste metropolitane…
 
E poi il bisogno di raccontare e di verità. Il ruolo dello scrittore come esploratore della vita. La necessità di condividere esperienze personali anche difficili. Il racconto della propria sofferenza come gesto di onestà e coraggio.
 
«Siamo obbligati ad apparire sani, forti e colmi di gioia. Io però sono uno scrittore: per me è tempo di alzare il velo della colpa che nasconde il dolore.»

Un’intervista senza copione, una chiacchierata schietta su come si tenti di comprendere anche la sofferenza e dove si va a cercare la pace.
 


Sei di nuovo in partenza?
 
«Sì, sì. A maggio torno in Nepal, perché vorrei fare un documentario su uno sherpa che divide la sua vita tra Italia e Nepal. È un personaggio già presente in Fiore mio, l’uomo che lavora su nel rifugio. Mi piacerebbe raccontare questa storia di migrazione molto particolare. È una persona che, pur sembrando semplice, parla di cose molto concrete, non gli interessa astrarre o filosofeggiare. C’è un aspetto del buddhismo che si riduce alle piccole cose quotidiane, alla materia, al mondo che abbiamo intorno e anche alla pulizia mentale, volendo.
Trovo interessante tutta la letteratura sul buddhismo, ma per me non è fondamentale. È un po’ come leggere di montagna: bello stare in poltrona e leggere, ma se non ci vai, non la vivi. Sarebbe come leggere di ginnastica stando sul divano, o di musica senza ascoltarla. Quando vai lì, senti che parlare di buddhismo è superfluo: lo pratichi in ogni momento.
Questo personaggio ha sorpreso tutti, anche me. Alla fine del film, ho chiesto a ognuno di esprimere un desiderio sulla propria vita. Erano tutti personaggi particolari e hanno detto desideri vari, nessuno ha chiesto di diventare milionario o di comprarsi una macchina nuova. Ma lui è stato l’unico a dire: “Io non voglio niente”. Chi conosce il buddhismo sa cosa significa: parliamo delle quattro Nobili Verità e del superamento del desiderio.»
 
 
A proposito delle quattro Nobili Verità. La sofferenza. Ci hai detto che il 2024 è stato un anno un po’ strano per te. Tanti hanno parlato di te.
 
«Sto ancora cercando di capire questa sofferenza. Mi ci sono avvicinato per la prima volta attraverso la psicanalisi e la psichiatria. Devo dire che, a parte la diagnosi di disturbo bipolare, che è stata interessante perché mi ha dato un riferimento, non ho trovato le origini di questa sofferenza. Sento che devo cercarmele da solo. Neanche nella psicanalisi ho trovato grande soddisfazione.
Poi c’è l’aspetto dei farmaci. Nel buddhismo si dice di non intossicarsi. Mi chiedevo quanto l’alcol sia considerato un’intossicazione e quanto lo siano gli psicofarmaci. Il confine non è netto. Dipende da quanto una sostanza ti modifica, ti fa perdere il controllo o la coscienza di te. Io ho sentito che i farmaci che prendevo toccavano troppo in profondità. Dal punto di vista fisico, ho avuto cambiamenti sorprendenti: caldo e freddo, fame, sete, sonno, sessualità. Sentivo che prendevo qualcosa di troppo invasivo. Con l’alcol, per esempio, non sento la stessa cosa. Ora è da tanto tempo che tengo sotto controllo il mio consumo di alcol, sigarette e caffè.
Forse anche per questo mi sono deciso a dichiararmi buddhista: sento che lì posso trovare delle risposte, e le sto cercando.»
 
Pratichi la meditazione? Qualsiasi cosa voglia dire per te meditazione.
 
«Ho provato a praticarla in modo convenzionale, in una sala con un insegnante, ma faccio fatica a stare fermo. Forse dovrei proprio fare meditazione per questo, ma in realtà credo che la meditazione camminata mi si addica di più. Per me meditare è camminare in montagna, ma anche in città, spesso con un po’ di musica nelle orecchie per non sentire troppe voci. Sono molto attento alle voci delle persone, quindi a volte ho bisogno di escluderle. Credo di sapere cosa significhi meditare per me: è camminare per ore e ore da solo con Laki e lasciare che il ritmo del cammino, del cuore, del respiro, del paesaggio mi pervada.»
 
Thich Nhat Hanh ci ha insegnato la meditazione camminata. Mi è venuto in mente lui e mi è venuta subito in mente la guerra, ci sono dei collegamenti importanti. Ecco, sempre in un’intervista dicevi che ti avvicini al buddhismo anche perché è l’unica religione che non ha mai fatto una guerra santa. Siamo ora bombardati da immagini di guerra e male. Questo potrebbe aver agito sul tuo malessere?
 
«Chandra mi ripete spesso che siamo nel Kali Yuga, l’epoca buia. Questa guerra vicina-lontana è un senso di violenza che respiriamo. Forse proprio per questo lei è andata a vivere nel bosco: non ne poteva più della città. È un’epoca violenta. Senti rabbia nelle persone, per motivi vari: la crisi economica, il desiderio di possedere, di conquistare, di guadagnare popolarità, di mostrarsi. Io sono dentro questo mondo, anche se mi sembra di starne fuori. Quando vado in giro e faccio lo scrittore, so cosa significa la popolarità, la gratificazione dell’essere riconosciuti. Qualcuno mi dice: “Bravo”. È successo anche stamattina in biblioteca.
Devo stare molto attento a questa parte di me, perché mi riguarda. Non mi interessa comprarmi la macchina o le scarpe, ma l’autostima, il nutrire l’ego attraverso lo sguardo degli altri, sì.»
 
Mi è sembrato di capire che anche il tema dell’anarchia sia centrale per te. Hai frequentato gruppi anarchici? Li frequenti ancora? Come vivi e pratichi questa anarchia, anche solo mentale?
 
«Sì, be’, prima di tutto bisogna sgomberare il campo dalle idee sbagliate sull’anarchia, che viene spesso confusa con disordine, caos, “liberi tutti” o “spacchiamo tutto”. L’anarchia, invece, è un’idea bellissima: riuscire a stare insieme, vivere e lavorare senza autorità, senza potere, senza subire il potere degli altri e senza applicare il proprio sugli altri. Tutti, prima o poi, l’abbiamo sperimentata. Magari in un gruppo di amici, in un bel gruppo di lavoro, nella nostra famiglia.
L’anarchia si può realizzare in piccolo ed è fondata su una grande stima per l’essere umano. Se non credessi che l’essere umano possa essere capace di questo, dovrei arrendermi all’idea che ci voglia un capo, un dittatore, un sistema di regole rigido. Invece, c’è una grande fiducia di fondo nell’idea che l’essere umano possa vivere naturalmente in pace con gli altri. Se lo dici a Milano, o in Occidente oggi, sembra una follia. Ma se ti fai un giro in altri luoghi del mondo, scopri che l’anarchia esiste senza nemmeno chiamarsi così.
Ormai da tanti anni frequento e lavoro con gruppi che cercano di costruire l’anarchia nel quotidiano. Non è semplice: emergono sempre problemi legati alle personalità, ai conflitti, alle relazioni tra le persone. Ma con fiducia e pazienza si riescono a superare. Si può anche provare a praticare l’anarchia giorno per giorno, nel proprio piccolo. Certo, viviamo sotto regole e autorità e non possiamo evitarlo completamente, ma io, per esempio, posso cercare di non essere autoritario nella mia relazione di coppia, o con Laki. Mi piace portarlo in luoghi dove posso togliergli il guinzaglio: lui è molto più tranquillo senza. È un esempio di anarchia applicata.
 
Vedi, parlo di lui e viene qui [ride].
 
L’anarchia è come il buddhismo: puoi praticarla tutti i giorni senza proclamarlo ai quattro venti, senza fare grandi discorsi, ma semplicemente comportandoti da anarchico. A volte le persone lo notano e ti fanno delle domande. Finché non ti chiedono nulla, puoi anche non dire niente.»
 
Nel tuo film Fiore mio sembra che tu voglia raccontare una comunità che sta provando alternative. Intervisti persone e mostri possibilità diverse. Tu che vieni da Milano, pensi che sia possibile realizzare una comunità così in città, rispettosa e rispettata, o è un contesto troppo inquinato dall’essere metropolitano?
 
«Anche la montagna è inquinata. Frequento una montagna molto turistica, dove il sentire comune è spesso quello di lavorare e guadagnare, non così diverso da Milano. Direi che è fondamentale trovare persone simili a te. A volte lo senti subito, quando incontri qualcuno; altre volte serve tempo per conoscersi. E poi serve uno spazio dove sia possibile costruire qualcosa. Forse è per questo che preferisco la periferia al centro, sia che si tratti di città sia di montagna. Le periferie sono luoghi un po’ dimenticati.
 
A Milano faccio parte di un movimento che si oppone all’edilizia selvaggia, che imborghesisce sempre di più la città. Milano sta diventando sempre più costosa, si costruisce ovunque, le case costano sempre di più e i lavoratori poveri vengono spinti sempre più ai margini. Così, in alta montagna come in Piazza Accursio, trovo ancora spazi di libertà, di azione, di incontro, dove stare insieme senza essere troppo controllati o disturbati.»
 
Il tuo tema principale sembra essere la montagna, ma chi ti conosce sa che in realtà non è solo quello, almeno io ti ho letto così. Io non frequento la montagna e l’associo alla parola arrancare! Pensi sia una metafora?
 
«Sicuramente la via d’accesso alla montagna è la fatica. Se prendi una funivia o arrivi in cima in macchina, non ottieni dalla montagna ciò che ottieni camminando per ore, sudando, ansimando e trovando il tuo ritmo. Serve quel biglietto d’ingresso. Questo principio l’ho ritrovato nello yoga: oggi si pratica molto yoga, ma spesso come una semplice ginnastica. Se lo approfondisci, scopri che lo yoga è solo un passaggio, come il camminare in montagna. Ti accompagna verso la meditazione e ciò che viene dopo.
In città il corpo è mortificato, ci serve a poco. Andiamo in palestra per recuperare un rapporto con esso. In montagna, invece, il rapporto con il corpo è naturale: devi spaccare legna, accendere un fuoco, usare le mani. Quando sono in baita, la mattina la prima cosa che faccio è accendere il fuoco. Mi piace quel contatto con il legno, con la fiamma, con l’acqua che scorre. Sento che il mio corpo è fatto delle stesse cose e dialoga con questi elementi.
 
A novembre mi sono trasferito in una nuova casa a Milano. Non c’era la corrente. Ho pensato: «Sono stato in baita per anni senza elettricità, quasi quasi sto un po’ senza anche qui». Oggi, a febbraio, sono ancora senza corrente e gas. La sera accendo candele, carico il telefono in biblioteca, vivo con la luce naturale. Mi sveglio con la luce del giorno e mi addormento con il buio. È una piccola pratica insurrezionalista, ma la trovo di grande semplicità.»
 
E rispetto agli incontri in città, ti sei imposto un metodo?
 
«Dipende molto dalle giornate, perché tutto è così fluttuante: l’umore, l’energia che senti dentro, la tua apertura verso gli altri. Ci sono periodi ottimi. Mi è capitato la settimana scorsa, per esempio, di essere in giro con una persona che, dopo un po’, mi ha detto: “Ma com’è che tutti ti sorridono?”. Io non me n’ero accorto, ma quando me l’ha detto ho pensato: “Beh, oggi sto molto bene”. Probabilmente, stavo sorridendo anch’io a tutti, e loro mi rispondevano. Magari fossero sempre così le giornate! Certe volte, invece, non mi sorride nessuno.»
 
Il tuo lavoro continua a essere quello dello scrittore o ora ti sei dato alla regia?
 
«Mi sono dato anche alla regia, soprattutto per un motivo: lo scrittore è un lavoro molto solitario. Mi si addice, perché a me piace alzarmi la mattina, andare in biblioteca o al bar e mettermi a scrivere. Però passo molto tempo da solo e ogni tanto questa solitudine la soffro. Fare un documentario o un film significa lavorare con gli altri, ed è proprio bello farlo. Si vive una grande avventura. Quando abbiamo girato Fiore mio al rifugio o Sogni di Grande Nord in Alaska, era un viaggio condiviso con altri. Le mie troupe sono sempre molto piccole, sei o sette amici. Ho bisogno di quella dimensione.»
 
Stai scrivendo qualcosa? Puoi dirlo?
 
«Sì, sto scrivendo qualcosa, ma non lo dico. Non ha senso. Ho sempre qualcosa che sto scrivendo, altrimenti mi sento un po’ smarrito.»
 
Hai mai pensato di scrivere qualcosa di più legato al racconto dei koan buddhisti? Possono essere una sorta di click cognitivo, un paradosso che diventa una possibilità, un doppio salto mortale filosofico. Ti hanno mai ispirato?
 
«I miei racconti preferiti sono quelli di Carver, di Hemingway. Il racconto è decisamente la mia misura. Ho scritto solo un romanzo, Le otto montagne, ma per il resto ho sempre lavorato sulla forma breve, anche con raccolte di racconti collegati tra loro. È una forma a metà tra la poesia e il romanzo: il linguaggio è più denso, l’attenzione alla parola, alla frase e alla musicalità è maggiore. Ora scrivo racconti sempre più corti. Una volta erano di 15-20 pagine, ora mi piacciono racconti di due pagine. Un giorno, forse, arriverò a una sola frase.»
 
Ci sono letture che puoi consigliare, rispetto alla tua spiritualità?
 
«Mi piacciono moltissimo i fiumi. Trovo che possano dare grande ispirazione. C’è quel momento nella vita del Buddha in cui lui, vedendo il Gange, capisce cos’è il tempo: il passato, il presente, il futuro. Ho usato anch’io quell’immagine. Il mio libro preferito sui fiumi è In mezzo scorre il fiume di Norman Maclean. È un romanzo autobiografico che parla di buddhismo senza parlare di buddhismo. Lo consiglio a tutti. Poi amo molto gli autori di racconti come Raymond Carver. Se uno legge Cattedrale, uno dei suoi racconti più noti, si rende conto che è molto vicino a un racconto Zen.
Due consigli possono bastare.»
 
Paolo, io avrei finito con le domande, hai già raccontato tantissimo. C’è forse qualcosa che vuoi dirmi ancora?
 
«Forse una cosa di cui hai parlato spesso con Chandra, la vita animale. Nel buddhismo c’è un grande rispetto per ogni forma di vita, animale e vegetale, cosa che non ho trovato in altre religioni. Mi sono riletto con attenzione la Genesi, e ci sono ben due momenti, dopo la creazione e dopo il diluvio, in cui Dio dice all’uomo: “Questo è il mondo, io l’ho fatto per te. Mangia quello che vuoi, tu sei il padrone”. È molto chiaro. Ne ho discusso con preti che mi hanno detto: “No, non è così”. Ma c’è scritto così. La proprietà della natura è sancita. Invece, l’idea buddhista è di essere parte del vivente, fratelli con gli altri esseri.
 
Io vivo con un cane da dodici anni e mi ribello quando qualcuno mi chiede: “È il tuo cane?”. No, non è il mio cane, noi viviamo insieme. È il mio convivente. Ci conosciamo benissimo. So quanto lui mi capisce e mi osserva. C’è una comunicazione non verbale molto intensa, fatta di sguardi, di contatto fisico, di vicinanza. Sono diventato vegetariano più o meno da quando sto con Laki, perché mi è sembrato inaccettabile uccidere gli animali per mangiarli.
 
Poi, la rabbia, è un altro mio grande problema, oltre all’ego. Quest’anno mi sono arrabbiato in maniera esagerata. Il buddhismo considera la rabbia uno dei peggiori decadimenti del comportamento umano: quando ti arrabbi, perdi il controllo e l’equilibrio. Io mi arrabbio soprattutto quando qualcuno cerca di controllarmi o costringermi.
Quando mi hanno legato a un letto d’ospedale, è stata la prova più grande. Nessuno si è mai scusato. E questo continua a farmi arrabbiare. Devo farci pace. Sono un non violento, non ho mai fatto male a nessuno. Non c’era nessun motivo per legarmi.
A dicembre ho deciso di raccontare quello che ho vissuto. Forse lo racconterò in un romanzo o in un racconto, non lo so. Ma era urgente e ho voluto farlo subito. Fa parte del mio essere scrittore: esplorare la vita e poi raccontarla.»

Ascolta l’intervista integrale in questo podcast:

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