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Frammento scultoreo su scisto raffigurante l’illuminazione del Buddha, Gandhara, periodo Kushana, II-III d.C. (Smithsonian, Freer Gallery of Art)

Immagini di illuminazione

Frammento scultoreo su arenaria rossiccia raffigurante uno stupa e un gruppo di devoti, da Bharhut, Madhya Pradesh, India, periodo Sunga (c. 100-80  a.C.).

 

La rappresentazione del divino

La rappresentazione delle figure divine è sempre stata una questione estremamente delicata. In fondo, rappresentare il divino in forma umana equivale a definirlo e costringerlo in un dato modello, in contraddizione con la nozione che abbiamo di Dio come essere infinito e onnipotente. Anche il quarto comandamento, contenuto nella Bibbia ebraica, così recita:

Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo e di ciò che è quaggiù sulla terra, né di ciò che è nelle acque sotto la terra. (Esodo 20:1-17)

Sebbene questo comandamento abbia dato adito a varie interpretazioni, sia il giudaismo sia l’Islam proibiscono la rappresentazione di Dio e di altre divinità in forma umana. Il cristianesimo si è a lungo affidato alle immagini di Dio, di Cristo e dei santi per educare il popolo, ma nonostante ciò, in diversi momenti della storia, queste immagini sono state distrutte, spesso in modo violento (la distruzione di immagini è detta ‘iconoclastia’). Anche le prime rappresentazioni del Buddha sembrano rifuggire da una sua raffigurazione in forma umana, per quanto gli studiosi stiano ancora discutendo sulle ragioni di questa scelta.

 

Il Buddha, l’illuminazione e l’albero della Bodhi

L’uomo destinato a essere conosciuto con l’appellativo dl Buddha era un principe indù di nome Siddhartha Gautama, nato nel V o VI secolo a.C. da una famiglia reale, a capo del clan dei Sakya, che viveva nell’odierno Nepal. All’età di circa 29 anni, il principe Siddhartha (chiamato anche Sakyamuni) uscì dalle mura ovattate della sua reggia e incontrò un anziano, un malato e un cadavere, figure nelle quali vide incarnati il dolore e la sofferenza della condizione umana. Incontrò anche un asceta, un uomo che aveva scelto di astenersi dai piaceri della vita per perseguire la conoscenza spirituale. Dopo questa esperienza, Siddhartha decise di abbandonare la lussuosa vita regale che aveva condotto fino ad allora per girovagare nelle campagne come un asceta, meditando e studiando. In sostanza, cercava di dare un significato al dolore e alla sofferenza del mondo e di liberarsi dal ciclo di rinascita e morte (samsara) che caratterizza la concezione induista del tempo (per saperne di più sull’induismo e sul buddhismo, leggere qui).

 

Uno dei momenti cruciali nella storia del principe Siddharta fu il conseguimento dell’illuminazione spirituale, ovvero quello stato di conoscenza infinita che da allora in poi lo rese riconoscibile a tutti come il Buddha, o ‘l’Illuminato’. Questo avvenne circa sei dopo la sua rinuncia alla vita di corte, mentre era assorto in meditazione sotto un albero di fico alle porte di un piccolo villaggio nell’odierno stato indiano del Bihar. Il fico sotto il quale raggiunse l’illuminazione divenne noto come ‘albero della bodhi’ (del ‘risveglio’ o dell’’illuminazione’) e il luogo in cui sedette in meditazione un importante tirtha, o luogo sacro, chiamato Bodh Gaya (Luogo del ‘Risvegliato’ o dell’’Illuminato’).

 

Particolare dell’illuminazione su una colonna di Prasenajit in arenaria rossastra, da Bharhut, Madhya Pradesh, India, periodo Sunga c. 100-80 a.C. (Indian Museum, Kolkata) (foto Anandajoti Bhikkhu, CC BY-SA 3.0).

 

Le prime immagini del Buddha a Bharhut

Alcune delle prime rappresentazioni del Buddha che raggiunge l’illuminazione apparvero come fregi scultorei all’esterno dei cosiddetti stupa, i monumenti sacri buddhisti che i monaci e le monache buddhisti costruivano nei loro complessi monastici (maggiori informazioni sugli stupa  qui).

 

Una di queste rappresentazioni proviene dallo stupa di Bharhut, nell’odierno stato indiano del Madhya Pradesh (a sinistra). Scolpita su arenaria rossiccia intorno all’80-100 a.C., compare su un pilastro del recinto (vedika) che un tempo cingeva lo stupa centrale e ritrae diverse figure inginocchiate o in piedi su una struttura architettonica che circonda un grande albero.

 

Luogo dell’illuminazione o momento dell’illuminazione?

L’iscrizione che accompagna la scena, incisa sul tetto della struttura architettonica, la identifica come “albero della bodhi del santo Sakyamuni” [1], cosa che ha portato alcuni studiosi a interpretare la scultura come una rappresentazione del luogo, o il tirtha, in cui avvenne l’illuminazione del Buddha, ovvero l’albero sotto il quale il principe Siddharta raggiunse l’illuminazione e il tempio che in seguito i devoti costruirono in questo sito sacro.

 

Alcune figure nella scena sono inginocchiate in preghiera davanti a un altare posto alla base dell’albero, sopra la cui cima volano esseri celestiali che sembrano gettare ghirlande di fiori sui rami, come a voler rafforzare la sacralità del luogo.

 

Sul lato destro del rilievo vediamo una colonna sormontata da un capitello a forma di elefante che, secondo gli studiosi, avvalora l’interpretazione della scena come luogo dell’illuminazione. La colonna ricorda infatti i pilastri con capitelli zoomorfi che l’imperatore Ashoka, uno dei primi sovrani buddhisti dell’India, fece erigere nei luoghi più significativi della vita del Buddha (sotto a sinistra).

 

Pilastro di Ashoka, c. 279-232 a.C., Vaishali, India (dove il Buddha tenne il suo ultimo sermone). Foto: Rajeev Kumar, CC: BY-SA 2.5).

 

In tale ottica, la scena raffigurata a Bharhut potrebbe essere la rappresentazione di un pellegrinaggio: i devoti inginocchiati potrebbero essere praticanti buddhisti giunti a Bodh Gaya come atto di devozione religiosa, per visitare il luogo in cui, secoli prima, il Buddha aveva raggiunto l’illuminazione.

 

Eppure, alcuni studiosi sostengono che essa non riproduca semplicemente il luogo (tirtha) dell’illuminazione del Buddha, ma il momento stesso dell’illuminazione, con tanto di rappresentazione aniconica, simbolica, del Buddha stesso.

 

Stando a questa seconda interpretazione, il Buddha non appare sotto sembianze umane, bensì in forma simbolica, come altare. Ciò che vediamo a Bharhut è dunque una rappresentazione dello stato informe del Buddha dopo il conseguimento dell’illuminazione spirituale. Alcuni credono infatti che l’iscrizione che fa da corredo all’immagine sia da tradursi come più come “illuminazione del santo Sakyamuni”[2] che come “albero della bodhi del santo Sakyamuni” – lettura, questa, che supporta la tesi secondo cui la scena debba essere intesa come una rappresentazione dell’evento, e non semplicemente del luogo, dell’illuminazione.

 

Altre immagini aniconiche del Buddha

Storia del re serpente Erapata, con Erapata che adora un trono vuoto, su colonna di Prasenajit in arenaria rossiccia, da Bharhut, Madhya Pradesh, India, periodo Sunga, c. 100-80 a.C. (Indian Museum, Kolkata) (foto: Anandajoti Bhikkhu, CC BY-SA 3.0).

 

Analogamente, gli studiosi ritengono che altri fregi scultorei rinvenuti in importanti stupa buddhisti dell’antichità come Bharhut raffigurino scene tratte dalla vita del Buddha, con quest’ultimo ritratto in forma aniconica – come un trono vuoto (in alto), una ruota indicante la creazione della Ruota della Legge o del Dharma da parte di costui (sotto a destra), impronte di piedi (sotto a sinistra) e in alcuni casi anche come uno stupa (v. foto in alto in questa pagina). Un terzo modo di interpretare la scena dell’illuminazione dello stupa di Bharhut e altre cosiddette rappresentazioni aniconiche del Buddha è quello di leggerle come trasposizioni figurative della dottrina o del credo buddhista.

 

A sinistra: Discesa dal Tavatimsa su colonna di Ajatachatru in arenaria rossiccia, da Bharhut, Madhya Pradesh, India, periodo Sunga, c. 100-80 circa a.C. A destra: Ruota della Legge su colonna di Prasenajit in arenaria rossiccia, da Bharhut, Madhya Pradesh, India, periodo Sunga, c. 100-80 a.C. (entrambe all’Indian Museum, Kolkata) (foto: Anandajoti Bhikkhu, CC BY-SA 3.0).

 

Immagini della forma corporea del Buddha

La tendenza a raffigurare il Buddha in forma aniconica proseguì fin dopo la fine del I secolo d.C., quando con l’avvento del buddhismo Mahayana si cominciarono a vedere un gran numero di immagini del Buddha ritratto in forma umana, o antropomorfa (sotto). Particolarmente diffuse nella regione del Gandhara (nell’odierno Pakistan) durante il periodo Kushana, queste nuove, iconiche, immagini del Buddha comprendevano anche rappresentazioni della sua illuminazione a Bodh Gaya (sotto) e inaugurarono una nuova fase dell’arte buddhista, in cui il significato che si voleva esprimere veniva trasmesso mediante la rappresentazione di particolari segni corporei (lakshana) e gesti delle mani (mudra) del Buddha. Nell’immagine antropomorfa dell’illuminazione qui in basso, l’artista raffigura il principe Siddhartha seduto su un trono, circondato dal demone Mara e dal suo esercito che tentano, invano, di impedirne l’illuminazione. Nel momento in cui questa infine avviene, il principe tende la mano destra verso il suolo nel gesto ( mudra, più precisamente  bhumisparshamudra) di chiamare la terra a testimoniare il suo risveglio spirituale. E così facendo diventa il Buddha.

 

Altre risorse

Sculture dello stupa di Bharhut nell’Indian Museum, Kolkata

Video di 3 min. su YouTube sullo stupa di Bharhut

Fotografie scattate a fine Ottocento nel sito degli scavi britannici dello stupa di Bharhut, British Library Collection 

Buddhismo presso la Freer Gallery of Art

Vidya Dehejia, “Aniconism and the Multivalence of Emblems, in Ars Orientalis vol. 21 (1991), pp. 45-66.

Susan L. Huntington, “Early Buddhist Art and the Theory of Aniconism”, in Art Journal vol. 49.4 (1990), pp. 401-408.

 

 

Idee

  • Cristin McKnight Sethi ha conseguito un master presso l'Università del Texas ad Austin e un dottorato presso l'Università della California a Berkeley. Le sue ricerche riguardano l'arte dell'Asia meridionale dal primo periodo moderno a quello contemporaneo, con particolare attenzione alla produzione e alla circolazione dei tessuti e dell'artigianato. Ha ricoperto incarichi curatoriali e di ricerca presso diversi musei, tra cui il Los Angeles County Museum of Art, il Philadelphia Museum of Art e il Museum of International Folk Art di Santa Fe, New Mexico. Attualmente è assistente alla cattedra di Storia dell'Arte presso la George Washington University.

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