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Il signore del filo di paglia: un racconto popolare giapponese

Tempo di lettura: 10 minuti

Tra le tante fiabe che popolano il ricco patrimonio narrativo giapponese, Il signore dello stelo di paglia (Warashibe chōja[1]) occupa un posto speciale. Racconto di trasformazioni inattese e di fortuna conquistata attraverso la virtù della perseveranza, questa storia riflette una visione del mondo in cui il corso della vita può mutare radicalmente grazie alla saggezza, alla gentilezza e a una fiducia incondizionata nel fluire degli eventi. Come i primi germogli che, con l’arrivo della primavera, rompono la dura crosta dell’inverno per rivelare una nuova vita, il cammino del protagonista – che da un umile stelo di paglia giunge alla ricchezza – invita a riconoscere la forza nascosta nei piccoli inizi e a considerare ogni incontro come un’occasione preziosa.

Warashibe Chōja

C’era una volta un giovane che non aveva una fissa dimora e  che girava di villaggio in villaggio e di fattoria in fattoria, aiutando le persone nei lavori agricoli [2]. Era un bravo ragazzo che viveva lavorando duramente e che accettava come compenso  tutto ciò che gli veniva offerto. Dormiva dove capitava; talvolta nei  ricoveri dei templi e nei romitori campestri. Una notte si fermò nel tempio di Hasedera [3]. Prima di addormentarsi, come suo solito, rivolse una preghiera a Kannon [4]: «Oh, grande Kannon! Tutti i giorni lavoro duramente. Non ho una casa. Ti prego, per questa notte, di concedermi ospitalità nel tuo tempio. E, magari, domani fammi anche trovare un buon lavoro!».[5]

Quella notte il bodhisattva Kannon rispose alla sua preghiera. Nel sonno gli apparve circonfuso di luce e gli disse: «Sei un giovane ammirevole! Sebbene povero non ti sei mai lamentato del tuo destino e hai sempre aiutato tutti, ricevendo in cambio ben poche monete. Voglio ricompensarti, rendendo la tua vita felice! Domani mattina, quando lascerai il mio tempio, se porterai sempre con te la prima cosa che toccherai con mano, stai certo che avrai  una grande fortuna! Ricordati però di dirigerti sempre verso ovest»[6].

Dette quelle parole, l’Essere celeste scomparve.

Il giorno dopo, fuori dal grande portone del tempio, il giovane inciampò in una pietra, perse l’equilbrio e cadde. Quando, dolorante si rialzò, si trovò con un un filo di paglia in mano.

«Mah,» disse sospirando «chissà che non sia proprio  questo filo di paglia a portarmi fortuna. Ma  come lo potrà fare?».

Perplesso, riprese il suo cammino dirigendosi, come gli aveva consigliato il bodhisattva Kannon a ovest.

All’improvviso, un grosso tafano cominciò a ronzargli intorno al viso. Sia pur infastidito, il giovane non lo uccise. Lo catturò e, dopo averlo legato ad una estremità del filo di paglia, riprese il suo peregrinare. Il tafano, cercando di scappare, faceva ruotare la lunga paglietta come fosse una trottola. Dopo un po’ di tempo, durante il  viaggio, il nostro giovane vide un carro trainato da buoi che veniva verso di lui; era accompagnato da un lungo corteo. Quel convoglio veniva da Kyōtō e si stava dirigendo verso il tempio di Hasedera. Sul carro c’era una donna [7] con un bimbo in braccio.  Quando il corteo gli si avvicinò, all’improvviso, il bimbo iniziò a piangere e niente sembrava riuscisse a farlo smettere. Ma poi, vedendo il filo di paglia che volteggiava come una trottola, smise di piangere e sorrise. Allora, la donna si rivolse al giovane viandante chiedendogli se potesse avere quell’improvvisato giocattolo. Il nostro giovanotto glielo regalò ben contento di rendere felice un bambino. In cambio, come ringraziamento, ebbe tre grandi e succosi mandarini [8] avvolti in una candida carta bianca.

«Beh,»  disse  tra sé e sé «tre grossi mandarini in cambio di un tafano non è poi tanto male!»  E  allegro per quell’inaspettato dono, dopo aver ringraziato Kannon, riprese il suo cammino.

Poco dopo, incontrò una giovane donna dall’aria smarrita ed angosciata. Le persone del suo seguito si erano perse chissà dove e lei non sapeva a chi chiedere aiuto. La giovane gli disse con un filo di voce: «Ho una terribile sete! Fa tanto caldo e mi sento svenire. Ti prego aiutami! Se puoi dammi un po’ d’acqua!».

Il bravo giovane rispose che purtroppo non aveva acqua ma solo tre mandarini che gli erano stati da poco donati. Poi, impietosito, senza pensarci due volte, glieli offrì. La donna li mangiò e subito riacquistò forza ed energia.

«Mi hai salvato!» esclamò la giovane che, come  segno di gratitudine,  gli  fece dono di un rotolo di seta intrecciata [9].

Il giovane, dopo aver ringraziato la donna, e dentro di sé Kannon, per quell’inaspettato e prezioso dono, continuò il suo cammino.

Dopo alcune ore, nel primo pomeriggio, arrivò a un incrocio dove vide arrivare un samurai a cavallo [10] seguito da alcuni attendenti. Mentre il samurai  si stava avvicinando, improvvisamente il cavallo stramazzò come morto in mezzo alla strada.  Il povero animale era esausto per il terribile caldo e stremato per la fatica e la sete.

Subito, il samurai si consultò con i suoi accompagnatori su cosa fare di quel povero animale che ormai era diventato un inutile peso.

Il nostro giovane interruppe il loro confabulare e propose uno scambio: «Onorevole samurai, invece di uccidere quel povero cavallo, volete scambiarlo con questo bel rotolo di preziosa seta intrecciata?».

Il samurai, dopo aver osservato la stoffa accettò lo scambio ben contento non solo di sbarazzarsi di un animale malandato e forse moribondo ma anche per aver avuto in cambio una tela che ritenne ben più preziosa. Così prese il fagotto di seta e gli lasciò il cavallo.

Il giovane si recò sulle sponde di un ruscello che scorreva li vicino, prese un po’ d’acqua e la dette da bere al cavallo. Poi rivolse una preghiera a Kannon perché aiutasse il povero animale.  Subito, il cavallo tornò vivo e vegeto. Era uno splendido esemplare!

Poi, dopo aver nuovamente ringraziato Kannon, il nostro giovane riprese il suo cammino verso ovest in compagnia del suo nuovo amico a quattro zampe.

Sul far della sera, il giovane  arrivò ad un villaggio e si  diresse verso una casa che sembrava appartenere ad un ricco possidente terriero.Nel cortile di quell’abitazione, vide un  uomo che pareva essere il proprietario insieme ad alcuni servitori. Dopo essersi avvicinato e presentato, gli chiese se, in cambio di lavoro, avesse potuto riposarsi, con il suo cavallo, nella stalla.

Il possidente terriero lo osservò ben bene  e, dopo aver ascoltato con interesse il racconto delle sue varie peripezie e dell’incontro con la giovane assetata e con il samurai che stava per uccidere il cavallo, gli fece una proposta:

«Devo partire per un lungo viaggio e avrei  proprio bisogno di un cavallo. Quindi sarei ben contento di poterlo comprare, ma, in questo momento, nell’imminenza della mia partenza, non ho più monete da spendere. Se mi presti la tua cavalcatura, sarei felice di ospitarti nella mia casa fino a quando non vi farò ritorno. Così avrai un luogo dove vivere». Poi, aggiunse: «Se vuoi ti darò una parte della mia risaia da coltivare; così avrai anche un lavoro. Non so quando tornerò dal viaggio, ma se non farò ritorno [11] questa mia proprietà sarà tua!».

Il giovane accettò la proposta e gli consegnò il cavallo. Così il possidente terriero potè partire per il suo  viaggio.

Ma il nostro giovane non si adagiò sugli allori; le parole del proprietario terriero lo ispirarono a lavorare ancor più duramente. Dopo molto tempo, il ricco possidente tornò a casa [12] e con meraviglia vide che il riso era cresciuto in abbondanza e che la la sua abitazione era pulitissima e ordinata. Impressionato chiamò il  giovane e gli disse: «Sei stato bravissimo ! Hai custodito la mia abitazione con amore e hai lavorato con passione! Sposa mia figlia [13]e rimani per sempre in questa casa!».

Il giovane fu ben felice di accettare. Sposò la figlia del ricco possidente e, in seguito, fu benedetto dalla nascita di figli adorabili. Nonostante tutto, continuò a lavorare duramente. Divenne molto ricco ma non si stancò mai di aiutare i bisognosi.  Le persone del vicinato lo chiamarono Warashibe chōja, ossia il Ricco possidente filo di paglia.

Qual è la morale di questa favola? Senz’altro fa capire che ogni buona azione sarà ricompensata. Ma il racconto insegna anche a dare valore a ogni cosa, anche la più insignificante come può essere un filo di paglia. Inoltre, spiega che ognuno di noi dà alle cose valori diversi a seconda delle necessità e dei bisogni. Per il bimbo, annoiato da un lungo viaggio,  e per il suo accompagnatore stanco di sentirlo piangere, un semplice filo di paglia  che girava come una trottola grazie a un tafano svolazzante fu un diversivo di grande importanza; la donna assetata  attribuì ai tre mandarini un gran valore perché le garantirono il necessario ristoro; così come, il valore che i samurai dettero a tre pezze di seta salvarono dalla morte il cavallo esausto e malandato.  Un altro grande insegnamento della fiaba è  che ciò di cui qualcuno non ha  bisogno può essere di aiuto agli altri.


Riferimenti

La favola di Warashibe chōja è molto antica e conosce diverse varianti. Il nucleo della storia, così come la conosciamo, risale al XV o XVI secolo.  A parte le tradizioni orali, quella fiaba  entrò a far parte di un genere letterario conosciuto come kamishibai, ossia narrazione per immagini utilizzato dai monaci buddhisti per insegnare ai giovani i principi della loro fede e della condotta morale, oltre che la storia dei bonzi più famosi e dei templi. In seguito, il kamishibai divenne addirittura una forma di teatro di strada per le persone più semplici e i bambini. Per quelle rappresentazioni vennnero utilizzate delle grandi immagini colorate che illustravano gli episodi più significativi delle varie vicende narrate.

Per la nostra traduzione abbiamo seguito la versione del  drammaturgo Kinoshita Junji ( 1914-2006): Warashibe chōja: Nihon no minwa sen (Il ricco possidente filo di paglia: selezioni di fiabe giapponesi), Iwanami shōten bunko, Tokyo,1962. Ma abbiamo consultato anche la versione più breve e sintetica di Isogai Isamu  tratta da una tradizione orale narrata all’autore da Iwate Tadao, un anziano abitante della città di Kure,  nella Prefettura di Hiroshima. Vedi: Isogai Isamu, Warashibe chōja, sta in Aki no kuni mukashibanashi shū, (Raccolta di racconti popolari antichi), Oha Shoin,1934,pag.110. Inoltre, abbiamo tratto alcune varianti della fiaba dalla versione riportata da  Yanagida Kunio, da una sua opera dal titolo Nippon no mukashibanashi (Racconti popolari del Giappone), Mikuni Shōbo, Tōkyō, 1942, pp.40-41.

[1]  Chōja, o chōsha. Una persona di alto profilo sociale, anziana e molto ricca. In epoche antiche, con quel termine venivano chiamati i ricchi proprietari terrieri e, nel Buddhismo giapponese, i finanziatori o benefattori religiosi. Secondo Komatsu Kazuhiko (Setsuwa no uchū; ossia: il mondo dei racconti popolari), Jinbun shoin, Kyōtō, 1987, pag. 93), durante l’epoca di Edo (1603- 1868),  con la parola chōja veniva designato  il capo famiglia, ma anche e soprattutto il capo del clan e la persona più rappresentativa del villaggio.  Oggi, quel termine, piuttosto raro, è usato parlando di persone ricchissime e della lista dei maggiori contribuenti in Giappone (chōja banzuke).  La parola wara significa: paglia; mentre shibe ha un significato diverso da quello che abbiamo usato per tradurre il titolo; infatti, significa: cannuccia o stelo.

[2] I dettagli di questo famoso raconto popolare  sono cambiati nel corso del tempo, anche se la storia è rimasta  uguale.  Nei primi racconti, il giovane agricoltore girovago non ha nome; poi, fu chiamato in vari modi, come:  Daietsu no suke e, nelle raccolte di fiabe più recenti,  Yosaku. In alcune versioni del racconto il giovane fu descritto come un samurai. Invece, in altre, il protagonista della favola sarebbe stato un giovane onesto, ma infelice per la sua assoluta povertà, che un giorno si sarebbe recato nel tempio di Hasedera per chiedere l’aiuto di Kannon.

[3] Hasedera. Un famoso tempio buddhista della Scuola Buzan (Buzan-ha) dello Shingon. Si trova vicino a Sakurai, nella Prefettura di Nara. È conosciuto anche come il Tempio dei fiori per i suoi ciliegi e le  700 e più piante di ortensie e di peonie cinesi. Il tempio sorge in un luogo sacro che vanta antichissime origini. Pare infatti che sia stato eretto su un sacro edificio  fatto costruire, verso la fine del VII secolo,  per propiziare la guarigione dell’Imperatore Tenmu ( regnò dal 673 sino all’anno di morte, nel 686). Lo Hasedera, secondo la tradizione,  fu  edificato nel 727 per ordine dell’Imperatore Shōmu ( regnò dal 701 al 756). Più volte distrutto da incendi, la ricostruzione più recente è del XVII secolo. Il tempio è famoso per una meravigliosa  e lunga scalinata (composta da 399 gradini) coperta e per una grande statua in legno di canfora del bodhisattva Kannon dalle 11 facce (Jūichimen Kannon; sansc.: Ekāśamukha). Quella sacra effige, chiamata  popolarmente Hase Kannon, è alta quasi dieci metri. Si narra che quella statua sia miracolosa. Quel Kannon, di sesso maschile, esaudirebbe infatti i  desideri (se naturalmente buoni e onesti) di tutte le persone che lo  pregano con cuore sincero.  Secondo la leggenda, la statua sarebbe stata realizzata dal bonzo Tokudō (656 d.Cr.?-?). I racconti miracolosi relativi a quel Kannon sono raccolti nello Hasedera genki (Narrazioni sui miracoli dello Hasedera) e nello Hasedera reigenki (Narrazioni sugli straordinari miracoli dello Hasedera), composto da ben 52 racconti e storie leggendarie (vedi: Dykstra K. Yoshiko, Tales of The Compassionate Kannon: The Hasadera Kannon Genki, in: Monumenta Nipponica n.31/2, Sophia University, Chiyoda, Tokyo, 1976, pp. 113-143).

[4] Avalokiteśvara ( cin.: Guanyin; giap.: Kannon). Bodhisattva ( in giap.: bosatsu) associato al principio della compassione e figura popolare del pantheon del  Buddhismo Mahāyāna.  Adorato e invocato sia  in forma maschile che femminile, si ritiene che quell’Essere celeste salvi dai pericoli mortali, vegli su tutti gli esseri viventi e ascolti le loro grida di sofferenza ed angoscia. Inoltre, donerebbe  prosperità, curerebbe le malattie, garantirebbe una vita lunga e felice, aiuterebbe le donne a rimanere incinte, le proteggerebbe durante il parto e si prenderebbe cura dei nascituri. Nel tempio di Hasedera (vedi nota precedente) è venerata una particolare immagine di Kannon dalle undici teste che si narra sia in grado di percepire tutte le invocazioni e le grida di aiuto provenienti da ogni direzione dello spazio.

[5] Secondo una versione di questa leggenda, il giovane avrebbe pregato Kannon per più giorni. Il padre degli studi sul folklore giapponese Yanagita Kunio ( 1875-1962), trascrivendo la fiaba di warashibe chōja, riportò questa versione: «il giovane pregò con grande fervore, giorno e  notte e notte e giorno, per giorni  e giorni…» (vedi: Yanagita Kunio, Nippon no mukashibanashi, Mikuni Shōbo, Tōkyō, 1942, pag.40). Ma il numero dei giorni può variare a seconda delle diverse tradizioni. Secondo alcuni racconti i giorni furono sette, per altri quattordici o ventuno. Secondo una di quelle versioni, l’apparizione di Kannon sarebbe avvenuta nella notte del ventunesimo giorno  (vedi: Reader Ian, Esben Andreassen, Finn Stefanssen, Japanese Religions: Past and Present, University of Hawai’i Press, Honolulu, 1993, pp.61-62).

[6] Dirigersi verso ovest.  Secondo le tradizioni del Buddhismo Mahāyāna, a ovest, ossia nella direzione del tramonto, sorgerebbe  la Pura Terra del Buddha Amithāba ( in giapp.: Amida), di cui Kannon sarebbe la forza agente. In quella Pura Terra gli esseri senzienti avrebbero potuto rinascere un’ultima volta prima di raggiungere l’Illuminazione. Secondo una variante della fiaba, Kannon avrebbe invece suggerito al giovane di dirigersi verso est.

[7] Secondo una variante, il carro sarebbe stato proveniente dallo Hasedera. Inoltre, in alcune  versioni, invece della madre con il figlio,  il bimbo è accompagnato da un nobiluomo o da un precettore. In altre varianti, il bimbo non avrebbe pianto e, dopo aver sollevato la tende del palanchino e visto il tafano che volteggiava sul filo di paglia, avrebbe chiesto al suo accompagnatore di fargli avere quell’improvvisato giocattolo.

[8] Mikan; mandarino giapponesi senza semi. In realtà, quel frutto non è un vero e proprio mandarino, perché ha un sapore piuttosto diverso. È un tipo di arancia originaria del sud del Giappone. È prodotto principalmente nelle Prefetture di Wakayama  ed Ehime.

[9] Secondo una variante della favola, la donna gli avrebbe donato ben tre rotoli di stoffa di seta.

[10] Secondo una variante della favola, il nostro giovane avrebbe incontrato non uno, ma  due samurai.

[11] Secondo alcune versioni della favola, il ricco possidente avrebbe detto al nostro giovane che la sua propietà sarebe stata sua se non fosse tornato entro tre o cinque anni.

[12] Secondo altre versioni della favola, il ricco possidente  non sarebbe mai  tornato dal suo viaggio e, automaticamente, il nostro giovane sarebbe diventato il legale possessore della casa e dei terreni.

[13] Secondo una variante della favola, la figlia del ricco possidente sarebbe stata propria la giovane assetata che il nostro giovane avrebbe incontrato lungo la strada.

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