Dal 14 al 18 maggio 2026 Ubiliber sarà al Salone Internazionale del Libro di Torino, Stand T42 | Pad Oval.
In vista del Salone, pubblichiamo una serie di estratti dalle novità che troverete allo stand e in libreria: è un invito a scoprire questi libri in anteprima, prima di sfogliarli e incontrarli da vicino.
Tra questi c’è Il sentiero dell’eroe, un testo in cui Thich Nhat Hanh, che dà vita e respiro a visioni e spiritualità di un mondo che spesso non ci appartiene, fornendoci chiavi di lettura capaci di far risuonare fino a noi l’eco di un messaggio millenario. La sua esegesi però fa molto di più, ci invita a un incontro diretto con le parole del Buddha, ci chiama ad avvicinarci al testo senza filtri e a cogliere gli aspetti trasformativi che potrebbero rivoluzionare anche la nostra vita, perché nessuno è escluso.
A mano a mano che le idee dei sostenitori del Mahāyāna prendevano forma, cresceva la consapevolezza che, se questi insegnamenti profondi non si fossero radicati nella vita quotidiana del saṅgha monastico, non sarebbero stati efficaci o accettabili per la società. Ciò significava che gli insegnamenti del Mahāyāna non dovevano manifestarsi soltanto come un modo di pensare, ma dovevano anche costituire la pratica di un saṅgha che comprendeva monaci, monache e laici. Il buddhismo, insomma, non poteva essere presentato come un percorso spirituale riservato solo ai monaci e alle monache. Verso il 50 a.e.v., cominciarono ad apparire i sūtra del Mahāyāna, che crearono un contesto propizio e uno strumento adatto per trasmettere il pensiero del Mahāyāna. Nella storia della letteratura mahāyāna, i sūtra della Prajñāpāramitā furono i primi a comparire. Seguirono la raccolta dei Ratnakūṭa e l’Avataṃsaka. Nel II secolo e.v. nacque nella regione del Vidarbha (Berar), in India, un eminente e saggio studioso di buddhismo di nome Nāgārjuna. Fu un autore prolifico, e la sua opera più importante è il Prajñāpāramitāśāstra, un lungo commento ai sūtra della Prajñāpāramitā. In quest’opera, Nāgārjuna cita numerosi sūtra del Mahāyāna apparsi prima della sua nascita. Da una prospettiva storica, si potrebbe scegliere come punto di partenza il parinirvāṇa del Buddha, avvenuto 480 anni prima della nascita di Cristo. Circa due secoli dopo la nascita di Cristo nacque il maestro Nāgārjuna. Nel IV secolo e.v. apparvero due famosi maestri buddhisti, i fratelli Asaṅga e Vasubandhu, che sistematizzarono e svilupparono gli insegnamenti buddhisti sulla natura della coscienza.Storicamente, si può dividere la produzione dei sūtra del Mahāyāna in tre periodi: in primo luogo, vi sono quelli apparsi in un’epoca precedente a quella di Nāgārjuna, già citati nel Prajñāpāramitāśāstra; in secondo luogo, quelli apparsi nel periodo compreso tra la vita di Nāgārjuna e quella di Asaṅga e Vasubandhu; infine, i sūtra apparsi dopo l’epoca di Asaṅga e Vasubandhu, che costituiscono il terzo periodo della produzione mahāyāna.Secondo i sūtra del Mahāyāna, per essere degni discepoli del Buddha bisogna essere dei bodhisattva. Non è sufficiente essere uno śrāvaka o un pratyekabuddha, cioè chi realizza l’illuminazione senza bisogno dell’aiuto altrui e senza fondare un saṅgha. Le pratiche dei pratyekabuddha sono dette “i due veicoli” (yānadvaya). Il veicolo del bodhisattva (bodhisattvayāna) è il terzo veicolo, capace di trasportare più persone rispetto agli altri due.Per quanto riguarda il buddhismo delle origini, il termine bodhisattva si riferiva a una sola persona: Śākyamuni Buddha prima dell’illuminazione sotto l’albero della Bodhi. Con lo sviluppo del pensiero buddhista ci si chiese perché dovesse esistere un solo bodhisattva. Il Buddha aveva detto che «vi sono stati molti Buddha nel passato e nel presente», e tutti erano stati bodhisattva. Pertanto, l’idea di una pluralità di bodhisattva risultava ragionevole sia per gli hināyanisti sia per i mahāyanisti.Gli adepti del Mahāyana sostenevano che un autentico discepolo del Buddha dovesse coltivare l’aspirazione a essere un bodhisattva. Ecco allora che sia i monaci sia i laici, se coltivavano l’aspirazione a essere dei bodhisattva, dovevano essere considerati discendenti autentici del Buddha. Il buddhismo Mahāyāna sosteneva l’uguaglianza di tutti: non c’era alcuna discriminazione tra uomini e donne. Nel capitolo sette (“Meditazione sugli esseri viventi”) del Sūtra di Vimalakīrti, una dea è raffigurata come una straordinaria praticante del buddhismo Mahāyāna; nel quarto capitolo (“I bodhisattva”) un giovanissimo bodhisattva di nome Prabhāvyūha è presentato come uno dei pochi in grado di dialogare alla pari con il laico Vimalakīrti.
All’epoca in cui i sūtra del Mahāyāna avevano appena cominciato a circolare, gli anziani discepoli del Buddha, come Śāriputra, Mahāmaudgalyāyana, Subhūti e altri, erano considerati hināyanisti. Solo con l’apparizione del Saddharmapuṇḍarīka (Sūtra del Loto) si mostrò che essi non nutrivano alcun dubbio né rimpianto nel praticare l’aspirazione del Mahāyāna.Il modo in cui il Sūtra di Vimalakīrti critica la mentalità degli śrāvaka si spinge forse troppo oltre, fino a denigrare la via di pratica e realizzazione dei discepoli anziani del Buddha. In realtà, Śāriputra era il fidato fratello maggiore del saṅgha originario del Buddha, colui che aveva la responsabilità principale di insegnare e prendersi cura dei più giovani.Il Vimalakīrtinirdeśa non è un sūtra insegnato direttamente dal Buddha. Si tratta di un’opera redatta da vari buddhisti impegnati a trasmettere il buddhismo a un ampio pubblico, affinché tutti potessero beneficiare degli insegnamenti del Buddha e prendervi rifugio. Gli adepti del Mahāyana che composero il Vimalakīrtinirdeśa vollero mettere a confronto la formazione e la pratica dell’Hīnayāna con quelle del Mahāyāna: raffigurarono Śāriputra in meditazione seduta e Mahākāśyapa nel giro delle elemosine al fine di offrire un’immagine rappresentativa del modo di praticare dell’Hīnayāna, e crearono un contrasto presentando gli insegnamenti del Mahāyāna tramite le risposte e gli insegnamenti del bodhisattva laico Vimalakīrti. Lo scopo del sūtra era mostrare agli śrāvaka che il sentiero da loro seguito era ancora angusto. Il sentiero del Mahāyāna era il Grande sentiero, capace di condurre i praticanti all’illuminazione più alta, retta ed equanime. Non erano solo i laici a voler rinnovare il buddhismo; anche i monaci erano coinvolti in questo movimento e avevano un ruolo positivo da svolgere.
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