Setacciando il paesaggio per individuare cascate da visitare mi sono reso conto che ve ne sono molte più di quel che credessi, decisamente di più. E alcune oltremodo relativamente prossime alla valle in cui abito, come quella che mi sto recando a documentare che si trova a 50 minuti da casa, sui rilievi superiori del comune di Perosa Argentina, in provincia di Torino.
La strada asfaltata circumnaviga Pinerolo e si allunga in val Chisone, risale i tornanti e conduce ad un parcheggio in una borgata soprana, Borgata Rio Agrevo, dove ci si ferma; qui si possono seguire comodamente le indicazioni per un sentiero che risale lentamente e gradatamente nel bosco circostante, ancora spoglio mentre lo attraverso. Castagni e frassini, anzitutto, ceppaie e mucchietti di semi appesi ancora ai rami, quindi ciliegi selvatici dal tronco nerastro segnato da circonferenze sovrapposte, e qualche sporadica betulla. Isolati pini neri e pini silvestri (i primi hanno tronchi neri e bianchi, i secondi la parte aerea aranciata), con le fronde verdognole che abbondano soprattutto sulla montagna che ho di fronte, in mezzo alla quale si apre come una ferita pulsante lo squarcio della cascata, visibile in lontananza sin dal parcheggio, e osservabile nella sua interezza mentre si segue il sentiero, girandoci attorno.

Siamo a circa 800 metri di altitudine.
Qualcuno ha spaccato legna, appoggiando il naso al vivo portato alla luce si sente quel tipico profumo del legno che da bambino raccoglievo nella falegnameria di mio padre. Dove è pulito il bosco è regolato da una serie di muriccioli in pietra a secco, segno di cura e mantenimento. Il percorso esegue una parabola, riabbassandosi per superare un rio, quindi risollevandosi per arrivare alla base della cascata, che ora ci sovrasta rumorosamente. E avviciniamoci, passo dopo passo, facendo attenzione a dove si mettono i piedi, tra una roccia e l’altra, e abbandonando le ultime fronde sfrondate che ancora mi separano da una visuale completa, diretta, immediata.
Eccola qui dunque, La Pissa o Cascata della Pissa, la lingua che si spezza quattro o cinque volte prima di raggiungere il fondo di una pozza, dove le acque si placano e ricominciano a ruscellare verso il basso, verso la pianura che sta laggiù, oltre la borgata, alla base della valle. La cascata è segnalata nelle mappe fin dal 1772, il Rio Agrevo, al tempo chiamato al femminile, la Greve, raccoglie le acque di due valloni e qui produce un salto di 68 metri, niente male, costante di stagione in stagione; evidentemente piogge intense hanno in passato provocato inondazioni, recentemente ad esempio nell’ottobre del 2016.

Vorrei portarmi via i profumi. Ad esempio, i legni appena tagliati e accatastati a lato del sentiero sterrato, l’odore dell’acqua che si nebulizza. La luce oggi è insolita: dove piomba sembra immobilizzare gli alberi, ciascuno a suo modo sembrerebbe monumentale. E poi c’è questa nuvola nera proprio sopra le cime da cui decade il getto, mentre la valle è illuminata da un sole di giugno. C’è qualcosa di drammatico nell’aria, nei colori, nelle rocce che si scuriscono mentre le lingue d’acqua risplendono. Guardando la levigazione delle rocce viene in mente il dorso di un immenso animale preistorico a riposo, addormentatosi qui migliaia, decine di migliaia di anni orsono. Chissà che cosa starà sognando…
Non sono un pittore ma se lo fossi questo sarebbe un luogo ideale per dipingere, tantissimi dettagli, pace, nessuno in visita nei giorni feriali. Eppure da quel che mi hanno raccontato queste rocce erano meta, alcuni decenni fa, di molti provetti scalatori che amavano questa tana rugginosa per l’esercizio.
La cascata sarebbe perfetta per meditare. All’alba o al tramonto, anzitutto. Luogo da tornare a visitare col bosco in ombra e una temperatura più mite. Le fotografie che scatto sono un minimo tentativo di portarmela via con me.

Rileggendo gli articoli di questa serie, Il Buddha delle cascate, che ho composto in precedenza, mi sconcerta il fatto di non aver ancora citato uno dei cicli pittorici più belli mai realizzati e dedicato alle cascate. Ne fu artefice, tra i primissimi e con una sensibilità che potremmo ben definire contemporanea, Hokusai Katsushika (1760-1849), l’incisore e pittore noto per le sue plurime vedute del Monte Fuji, tra le quali non è possibile non ricordare La grande onda al largo di Kanagawa, ma al contempo autore del ciclo Shokoku taki meguri, tradotto nella nostra lingua con Cascate famose in varie province o Viaggio tra le cascate di diverse province, realizzato nel biennio 1833-34. Hokusai, seguace del buddismo della scuola Nichiren, amava le manifestazioni della natura e credeva, come molti giapponesi, che in ogni espressione della natura albergassero divinità e spiriti. Le otto cascate dipinte manifestano uno stile diverso l’una dalle altre, vi predomina un blu di Prussia, che era un colore al tempo alla moda poiché importato da poco dall’Europa. Alcune di queste cascate sono considerate anche oggi, quasi due secoli dopo, tra le cascate più amate dai viaggiatori e dai giapponesi. Ad ogni modo credo che Hokusai avrebbe amato la cascata che oggi siamo andati ad ammirare.
- La cascata del Serpente: ottava meditazione
- Il respiro della cascata della Pissa: settima meditazione
- La discreta cascata della Spissula: sesta meditazione
- Acqua Bianca e caldaie del Sesia: quinta meditazione
- Val di Rabbi: quarta meditazione
- La cascata della Frua: seconda meditazione
- La cascata di Isollaz: prima meditazione




