Dal 14 al 18 maggio 2026 Ubiliber sarà al Salone Internazionale del Libro di Torino, Stand T42 | Pad Oval.
In vista del Salone, pubblichiamo una serie di estratti dalle novità che troverete allo stand e in libreria: è un invito a scoprire questi libri in anteprima, prima di sfogliarli e incontrarli da vicino.
Tra questi c’è Il lungo viaggio del buddhismo di Donald S. Lopez Jr., nella traduzione di Andrea Libero Carbone: un’opera ampia, rigorosa e sorprendente, che racconta la storia del buddhismo non come una linea retta, ma come una rete di percorsi, incontri, testi, immagini, reliquie, traduzioni e comunità.
Il brano che proponiamo qui è un esempio brillante della visuale proposta da Lopez: il buddhismo non «si diffonde» come un’idea astratta, ma compie un viaggio attraverso persone e cose: monaci, mercanti, scritture, stūpa, pellegrinaggi, racconti. Una storia millenaria fatta di movimento, assenze, tracce e trasmissioni.
Nel lungo periodo in cui offrì il suo insegnamento (tradizionalmente si dice che sia durato quarantacinque anni), il Buddha attraversò molte regioni di quelli che oggi sono l’India nordorientale e il Nepal meridionale, fermandosi a trascorrere i mesi delle piogge monsoniche in varie città (e, in un caso, in un paradiso sulla cima di una montagna). Quando i primi sessanta monaci che aveva ordinato raggiunsero l’illuminazione, diede loro una famosa investitura: «Andate e fate il bene di molti, la felicità di molti, per compassione verso il mondo, per il benessere, il vantaggio e la felicità degli dèi e degli esseri umani. Che nessuno vada nella stessa direzione di un altro». E si direbbe che i monaci abbiano fatto come diceva, andando per il mondo a piedi, e più tardi a cavallo, a dorso di cammello, sulle navi e oggi sugli aerei di linea. Una volta date queste istruzioni ai suoi monaci, il Buddha si mise a sua volta in cammino e convertì con successo, in massa, un migliaio di uomini che portavano i capelli annodati, adepti di un culto del fuoco.
Parallelamente, avvenne ogni sorta di viaggio soprannaturale. Si dice che di notte, mentre i suoi monaci dormivano, il Buddha si servisse del suo «corpo fatto di mente» per raggiungere le più remote regioni dell’India e insegnare il dharma. Nel tempo si diffusero storie di viaggi magici del Buddha in terre lontane, dove spesso lasciava le sue impronte nella roccia a segnalare il passaggio. A proposito di queste impronte, si narra che il Buddha abbia detto: «In futuro gli esseri intelligenti vedranno le scritture e comprenderanno. Quelli meno intelligenti si chiederanno se nel mondo sia apparso il Buddha. Per eliminare i loro dubbi ho inciso le mie impronte sulla pietra». Deve aver capito che la maggior parte di noi ha un’intelligenza limitata, perché le sue impronte abbondano in tutto il mondo buddhista, ben oltre i confini dell’India settentrionale, e si raccontano storie di come le abbia lasciate qua e là, delle benedizioni che ne derivano per chi le vede, e di come ricordino che il Buddha è andato via, e sono quindi motivo di tristezza, ma anche che un tempo è venuto, motivo di gioia. Il dominio del dharma del Buddha è stato ulteriormente esteso, stavolta nel tempo, con la composizione dei jātaka, racconti incentrati sulle vite precedenti del Buddha, che si sono succedute in regioni e mondi ben al di là delle strade percorse dal Buddha storico e dai suoi primi discepoli.
Non si dovrebbe parlare quindi di una «diffusione del buddhismo». Un termine astratto come «buddhismo» non è in grado di viaggiare. A viaggiare sono le persone e le cose: nel caso del buddhismo, il più delle volte si tratta di monaci e mercanti, e di ciò che portano nella loro mente e sulle loro spalle: testi, reliquie e immagini. Di molti viaggiatori, esaltati come santi ed eroi nelle terre in cui hanno portato il dharma, conosciamo anche i nomi: i loro viaggi hanno trasformato il paesaggio dell’Asia, fondando monasteri, in molti dei quali si trovava anche uno stūpa, la più onnipresente delle forme architettoniche asiatiche (chiamato pagoda nell’Asia orientale), che a quanto si dice conteneva una reliquia del Buddha.
Ora, a dispetto di tutto ciò, cercare di scrivere sul buddhismo vuol dire però confrontarsi con l’assenza. Lo storico vede l’assenza del fondatore; il cronista vede l’assenza della data; il filosofo vede l’assenza del sé; lo storico dell’arte vede l’assenza del Buddha sotto l’albero della Bodhi. Ebbene, ogni pronunciamento sull’assenza del tempo avviene nel tempo. Se comprendiamo quei tempi, potremo capire meglio quei pronunciamenti e chi li ha formulati. Il buddhismo non è senza inizio, non è sorto dal nulla. Quali sono allora le nostre fonti, dato che non abbiamo una storia, per comprendere quei tempi? Il buddhismo è nato in India e lì è fiorito, o almeno sopravvissuto, per quasi duemila anni. Eppure, non abbiamo nessuna storia del buddhismo scritta da buddhisti in India, la terra dove il Buddha è nato e morto. Abbiamo storie scritte in Sri Lanka, in Cina e in Tibet e in altre terre buddhiste, storie fortemente mitizzate. Sono narrazioni che non si presentano come storie locali, ma come storie del buddhismo tout court, che spesso iniziano con la vita del Buddha, con le sue vite precedenti o addirittura con la genesi del mondo. Riferiscono gli eventi che hanno portato all’arrivo del dharma nella nuova terra, un arrivo talvolta preannunciato dal Buddha, o in occasione di una sua passata visita (di cui sono prova le impronte che ha lasciato nella roccia) o attraverso una profezia. Non sono, insomma, una storia del buddhismo dello Sri Lanka o del buddhismo cinese o del buddhismo tibetano, ma storie della trasmissione del vero dharma in luoghi lontani. Ne consegue che la storia del buddhismo in India va dedotta da altre fonti: dalle scritture sacre, dagli scavi, dalle iscrizioni e dai racconti di pellegrini stranieri.
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