Idee

Katsushika Hokusai, «Hokusai manga haya shinan», vol. 2, British Museum, CC BY-NC-SA 4.0

Il filo del ragno

Tempo di lettura: 4 minuti

Kumo no ito[1]

Una mattina nel Suo paradiso il Buddha Misericordioso[2] passeggiava tutto solo lungo le rive di un laghetto coperto di fiori di loto. I fiori erano bianchi come perle, e i loro calici dagli stami dorati emanavano una deliziosa, soave, fragranza.

Il Buddha si fermò sul bordo del laghetto e gettò uno sguardo dove le foglie di loto si diradavano; proprio là, nel fondo, c’era la valle infernale. Attraverso l’acqua limpida e tersa come cristallo di rocca si poteva chiaramente e dettagliatamente scorgere, come attraverso una lente, il paesaggio desolato, irto di monti aguzzi come spilli e solcato dal fiume infernale[3].

Lo sguardo del Buddha si soffermò su di un uomo di nome Kandata, che si contorceva laggiù insieme agli altri dannati. Questo Kandata era stato davvero un gran furfante, aveva ucciso, bruciato case e commesso molti altri misfatti. Però, una volta, aveva compiuto anche una buona azione. Ecco come era successo. Un giorno, quest’uomo, mentre camminava nel folto di un bosco aveva notato sul sentiero un piccolo ragno. Stava per schiacciarlo, quando improvvisamente cambiò idea: Oh, no! aveva pensato, questo insetto per piccolo che sia è pur sempre un essere vivente. Togliergli, senza alcuna ragione, la vita sarebbe una cosa cattiva ed ingiusta. Così, evitò di calpestarlo e lo salvò.

Il Buddha mentre guardava la valle dei dannati si ricordò di come Kandata avesse salvato quel piccolo insetto e pensò, per ricompensarlo per quella buona azione, di trarlo fuori dalle pene dell’inferno.

Per caso vide, li vicino, sopra una foglia di loto color giada, un ragno del paradiso che tesseva la sua tela con un bel filo d’argento. Preso quel filo, e attraverso un varco tra i fiori di loto bianchi come perle, lo lasciò cadere giù, verso il fondo dell’inferno dove Kandata, insieme agli altri dannati, espiava le sue colpe, talvolta sommerso, talvolta galleggiando, in uno stagno di sangue.
Laggiù il buio era fittissimo e solo di tanto in tanto i dannati potevano intravedere un chiarore indistinto come se qualcosa stesse emergendo dalle tenebre.

Ma che terrore! … Che paura!… erano le terribili montagne dalle vette aguzze come aghi che rilucevano nel buio. Tutt’intorno era silenzio di tomba; gli unici suoni che talvolta si percepivano erano i flebili sospiri dei dannati. Ormai, Kandata, un tempo grande e spavaldo furfante, come tutti gli altri uomini caduti in quell’inferno, fiaccati dalle diverse torture cui erano stati sottoposti, non aveva nemmeno la forza di singhiozzare, e annaspava come una rana che sta per morire, soffocato nel sangue dello stagno.

Ma ecco improvvisamente cosa accadde…

Inavvertitamente Kandata alzò la testa per scrutare la volta infernale. Nelle tenebre immobili e silenziose, da un punto lontano lontano scendeva, luccicando debolmente come se temesse d’essere visto da qualcuno, l’argenteo filo di ragno.

Ma guarda! Scendendo… non si allungava proprio verso di lui?

Quando Kandata lo vide, per la gioia, non seppe trattenersi dal battere le mani. Se avesse afferrato la corda e si fosse arrampicato sarebbe sicuramente fuggito dall’inferno; anzi se tutto fosse andato bene forse sarebbe addirittura entrato in paradiso. Così non sarebbe più stato costretto ad arrampicarsi sulle montagne aguzze come aghi e a stare immerso nel sangue.

Facendo queste considerazioni Kandata afferrò velocemente con le due mani il tenue filo di ragno e, con tutte le proprie forze, cominciò ad arrampicarsi. Un tempo era stato un grande ladro ed in questo genere di cose era abile ed esperto. La distanza fra l’inferno ed il paradiso era però enorme, di molte migliaia di chilometri, e la salita nonostante l’impazienza di Kandata di lasciare quel luogo era tutt’altro che priva di difficoltà.

Kandata salì e salì, e ancora salì e salì, ma ad un certo momento sfinito dallo sforzo dovette fermarsi per riprendere fiato, e guardò giù, verso il basso, verso il baratro. Lo stagno di sangue era scomparso nel profondo delle tenebre e anche il vago luccichio delle montagne aguzze come aghi era ormai lontano sotto i suoi piedi. Se avesse continuato ad arrampicarsi in quel modo sarebbe sicuramente uscito dall’inferno.

Kandata, a questo pensiero, non seppe trattenere una esclamazione d’esultanza: Bene! Bene!, gridò, e per la prima volta da chissà quanto tempo rise allegramente. Ma ad un tratto si accorse che, nella parte inferiore del filo di ragno, innumerevoli dannati, come una interminabile processione di formiche, stavano salendo su, sempre più su.

Kandata ne fu sorpreso e spaventato, e per un po’ di tempo rimase come uno stupido con la bocca spalancata, sbattendo le palpebre per lo stupore. Come era possibile che quel sottilissimo filo di ragno che sembrava spezzarsi ad ogni momento potesse reggere il peso di tutti quei dannati?

Kandata terrorizzato pensò che se per caso il filo si fosse rotto sarebbe di nuovo precipitato a capofitto nel baratro infernale. Che terrore! Che disperazione! Intanto centinaia, migliaia, di dannati salivano dall’oscuro lago di sangue arrampicandosi lungo il filo di ragno che brillava tenuemente nelle tenebre. Bisognava fare subito qualcosa per evitare che il filo si rompesse!

Allora Kandata cominciò a gridare: Ehi, voi dannati! Dico a voi! A chi avete chiesto il permesso di salire? Questo filo è solo mio! Presto scendete! Scendete!

Proprio in quel momento il filo che fino ad allora non si era rotto, con un forte rumore secco, si ruppe proprio dove Kandata era aggrappato.

Quel malvagio in un baleno, senza avere il tempo nemmeno di gridare, girando vorticosamente nell’aria come una trottola, precipitò come un sasso, a capofitto, giù verso il fondo oscuro. Lassù, in alto, nel cielo infernale senza luna e senza stelle, rimase sospeso quel tenue filo di ragno spezzato che continuava a brillare di una pallida luce argentata.

Il Buddha Misericordioso, dalle rive del laghetto del paradiso, aveva seguito con attenzione tutta la scena, e vide Kandata precipitare come un sasso nel profondo dello stagno di sangue. Per un attimo sembrò rattristarsi in volto, ma poi riprese a camminare lungo le rive del lago.

Kandata, dal cuore spietato ed egoista, aveva cercato di impedire agli altri di raggiungere la salvezza; era stato, perciò, giustamente punito e ricacciato nel profondo dell’inferno.

Le piante di loto del laghetto del paradiso imperturbabili non avevano prestato la benché minima attenzione alla vicenda; i fiori bianchi come perle ondeggiavano intorno ai piedi del Buddha, e i loro calici dagli stami dorati emanavano una deliziosa, soave fragranza. Era quasi mezzogiorno…


[1] Il racconto Il filo del ragno fu scritto nel 1918 dallo scrittore giapponese Ryūnosuke Akutagawa (1892-1927) per la rivista «Akai Tori» («Uccello Rosso») una pubblicazione dedicata ai ragazzi che fu pubblicata a Tōkyō, dal 1918 al 1936. Akutagawa è l’autore del racconto Rashōmon da cui fu tratto l’omonimo film di Akira Kurosawa (1910-1998). Si crede che Akutagawa si sia ispirato per la novella Il filo del ragno ad un capitolo dei Fratelli Karamazov (vol.7:3) di Dostoevskij (vedi Ryūnosuke Akutagawa sakuhinshu, Shōwa Shuppansha, Tōkyō 1962).

[2] Akira Kurosawa si riferisce al Buddha Shakyāmuni, il Buddha storico, l’Illuminato. I fedeli buddhisti cinesi e giapponesi preferiscono questo nome all’altro di Gautama (o Gotama) Buddha.

[3] Il fiume Sanzu, una specie di Stige dell’inferno buddhista.

Idee

  • Akutagawa Ryūnosuke (Tokyo, 1892-1927), scrittore e poeta giapponese, è l'autore del racconto Rashōmon da cui è tratto l'omonimo film di Akira Kurosawa.

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