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Il Daoismo e la Via della Vita

Tempo di lettura: 3 minuti

Introduzione

Il Daoismo, insieme allo Shintoismo e al buddhismo esoterico, rappresenta una delle grandi tradizioni religiose e filosofiche dell’Asia orientale, incentrata sul rispetto per la vita universale e sull’armonia con i ritmi della natura. In questa visione il mistero della vita, il sogno della longevità e la ricerca dell’immortalità si intrecciano profondamente, delineando non solo una cosmologia, ma anche un ideale di esistenza centrato sulla coltivazione dell’energia vitale.

L’Idea della Vita e la Visione Cosmica

Lo storico delle religioni Umehara Takeshi (1925-2019) in un suo ben noto studio sul demoniaco[1] giunse alla conclusione che una corrente predominante di pensiero nella religiosità giapponese fosse quella permeata dall’Idea della Vita (Inochi no Shisō), che si sarebbe manifestata soprattutto nello Shintoismo e nel buddhismo esoterico (Shingon Mikkyō). Naturalmente, pur nel rispetto per la vita universale che avvicina e unisce queste due religioni, esistono molte differenze tra lo Shintoismo e il Mikkyō. Il primo ha un concetto elementarmente politeistico del mondo naturale (shizen sūhai), l’altro postula un Dio universale nel quale si fondono i vari mondi cosmici (uchiushin sūhai). Lo Shintoismo avverte innumerevoli forze vive nelle cose, invece lo Shingon Mikkyō ha unificato gli atomi d’energia divina nella forma di Dainichi Nyorai (il Signore della Grande Luce, il Sole), personificazione dell’Assoluto (in sans.: Mahā Vairocana), il Buddha supremo, primordiale, cosmico che conterrebbe in sé tutti gli altri Buddha e tutti i fenomeni dell’universo. Quel Buddha trascendente sarebbe il simbolo della vita universale che perennemente rinasce e fluisce.

Letteralmente dao significa via, sentiero, o cammino; in seguito acquistò il significato di via seguita dalla natura nel suo continuo divenire, cioè di principio immanente nelle cose

A quell’Idea della Vita, possiamo aggiungere anche una delle più importanti teorie mistiche dei Padri del Daoismo: l’uomo per conservare e accrescere la propria vitalità deve adottare un regime conforme ai ritmi della vita universale.

Il Dao: Via, Legge, Principio

Per quanto riguarda la parola Dao (in giap.: dō), si tratta d’un termine antichissimo, impiegato a lungo da filosofi e religiosi d’ogni tendenza e quindi in molteplici sensi. Letteralmente dao significa via, sentiero, o cammino; in seguito acquistò il significato di via seguita dalla natura nel suo continuo divenire, cioè di principio immanente nelle cose; i confuciani gli dettero il senso di legge morale, via della virtù, via dei dettami del Cielo. Per i buddhisti fu l’equivalente di Legge (Dharma; in cin.: Fa); per i daoisti ebbe piuttosto il valore di Principio primo da cui si evolve l’universo, di supremo potere creativo che vivifica la natura, e suggerì il mistero che si cela oltre le innumerevoli apparenze del mondo.

Fin dagli inizi i daoisti indagarono sulla natura dell’universo da due opposti punti di vista: il primo fu quello relativo all’esplorazione della materia, l’altro invece rivolse la sua attenzione al mondo dello spirito. Apparentemente si trattò di cose completamente diverse, strette però fra di loro da legami d’ogni genere. Natura e sfera psichica sarebbero stati soltanto due aspetti di quel Principio primo dal quale ogni cosa avrebbe preso e prende origine. I maestri cinesi del Daoismo di ogni epoca hanno cercato di risolvere il mistero della vita, per ottenere il potere sugli elementi e l’elisir dell’eterna giovinezza che li avrebbe liberati dal decadimento fisico e mentale.

Nell’antica Cina, accanto a un Daoismo, chiamato in modo piuttosto semplicistico filosofico, strutturato poi in una autentica religione, andò sviluppandosi anche una forma di culto più popolare, basato sulle tecniche magiche, sull’occultismo e sull’alchimia (in cin.: lian jin; giap.: renkin, cioè raffinare/sublimare/ trasmutare l’oro, oppure lian dan; giap.: rentan, cioè: raffinare/sublimare/trasmutare il cinabro). Con il passare del tempo, nel Daoismo non filosofico confluirono vari culti, ad esempio quello delle montagne, cui man mano si affiancarono riti spiritici e divinatori. In Cina l’alchimia si divise in esterna (waidan) e interna (neidan). La prima operò attraverso la trasmutazione di sostanze chimiche per ottenere una droga capace di garantire l’immortalità; l’altra mirò allo sviluppo di un’anima immortale, di un doppione eterico, a partire dalla sublimazione dalle tre forze che si ritenne costituissero i fondamenti della vita: l’essenza (jing), l’energia vitale (qi), e lo spirito (shen). In Occidente, quei tre elementi costitutivi sono stati spesso erroneamente considerati come entità separate, ma nel pensiero classico della medicina tradizionale cinese sarebbero solo aspetti di un’unica realtà: sarebbero stadi diversi di uno spettro vibrazionale che va dall’elemento più etereo (shen), a quello più materiale (jing). Ma di tutto questo parleremo nel proseguo della nostra trattazione. Procederemo per gradi cercando di fornire qualche cenno sulle dottrine che furono alla base di tutte le pratiche dell’alchimia cinese.


[1] Umehara Takeshi, Jigoku no Shisō, L’Idea dell’Inferno, Chūō korōnsha, Tōkyō, 1978. Cfr. Silvio Calzolari, Alcune considerazioni sul concetto di Mononoke in Giappone durante l’epoca Heian Atti AISTUGIA; vol.III,1979, Firenze 1978,pp. 51-69.

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