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Il Buddhismo «Hīnayāna»

Tempo di lettura: 3 minuti

«Hīnayāna» è un termine dispregiativo impiegato nell’ambito del discorso polemico buddhista. Manca di realtà storica, non essendo mai esistita un’istituzione o un gruppo religioso nella storia del buddhismo che possano a ragione essere designati come «hīnayāna» (A cura di Bhikkhunī Dhammadinnā).

 

L’aggettivo hīna sta per ciò che è «misero», «odioso»,  «inferiore». L’espressione «piccolo veicolo» non è una traduzione del termine indiano hīnayāna bensì un’interpretazione eufemistica della sua resa cinese xiao cheng 小乘, letteralmente «piccolo veicolo».

La principale funzione del termine hīnayāna è di designare coloro che non hanno adottato il cammino del bodhisattva, ovvero coloro che non indirizzano la coltivazione di qualità e pratiche spirituali al divenire un Buddha in futuro. L’uso del termine hīna­yāna ha origine nella polemica Mahā­yāna, che ha in par­ticolare la funzione di strategia di difesa contro la perenne accusa che le scritture Mahāyāna non siano resoconti autentici degli insegnamenti del Buddha (Anālayo, 2014).

Un passaggio importante per la diffusione del termine hīna-yāna in Occidente pare sia stato segnato dalla seduta del Parlamento Mondiale delle Religioni tenutasi a Chicago nel 1893. Riunitosi nell’ambito della Fiera Colombiana organizzata per celebrare il quattrocen­tesimo anniversario del viaggio di Colombo verso il Nuovo Mondo, il Parlamento Mondiale delle Religioni fu la prima occasione in Occidente in cui i rappresentanti delle religioni di tutto il mondo si riunirono in veste ufficiale. Il contrasto tra l’hīna­yāna e la propria tradizione di appartenenza che affermato dai delegati giapponesi nel corso del Parlamento Mondiale delle Religioni, ebbe un forte impatto sulla ricezione del buddhismo negli Stati Uniti d’America e nell’Occidente in generale (Harding, 2008).

Dalla prospettiva dei delegati giapponesi, era naturale che la tradizione Theravāda fosse identificata come l’incarnazione vivente dell’hīnayāna, con­suetudine che continuò e ancòra continua in scritti contemporanei (per un recente esempio nella ricer­ca correlata alla mindfulness si veda Anālayo, 2021, p. 2636). Un aspetto problematico di questa consuetudine è il fatto che l’ideale del bodhisattva è parte integrante anche delle tradizioni Theravāda, attestato in iscrizioni e in testi, ed evidente nell’esperienza vissuta dei Theravāda contemporanei (Anālayo, 2014, p. 22). Ciò rende fuorviante riferirsi ai Theravāda in generale come hīnayāna: l’impiego di questo ter­mine designa coloro i quali non aspirano alla buddhità; tuttavia alcuni Theravāda aspirano alla buddhità e si impegnano in pratiche dirette a questo scopo. La differenza tra i Theravāda e i seguaci del Mahāyāna è considerevolmente più sfumata di quel­lo che il termine hīnayāna suggerisce: il cammino da bodhisattva è un’opzione praticabile per i Theravāda, sebbene non la sola, mentre è considerata una scelta superiore e al tempo stesso la norma per i seguaci del Mahāyāna.

Neppure il buddhismo antico, il periodo dello sviluppo del pensiero e della pratica buddhista che corrisponde all’incirca ai primi due secoli dopo la scomparsa del Buddha, può essere designato come hīnayāna, poiché in questa fase l’ideale del bodhisattva non era ancora venuto in essere. L’idea che il Buddha storico Gotama/Gautama si sia intenzionalmente preparato alla mèta di diventare un Buddha nel corso di una serie di vite passate è chiaramente un elemento tardo, sebbene abbia finito per diventare una credenza condivisa di tutte le tradizioni buddhiste (Anālayo, 2010). Dato che il buddhismo antico non conosce ancòra la distinzione tra discepoli che si dedicano o no alla futura buddhità, non ha alcun senso utilizzare il termine hīna­yāna in riferimento a questo periodo, perché il termine si basa proprio su questa distinzione.

In sintesi, l’impiego del termine hīnayāna si accorda solo ai dibattiti della rappresentazione polemica Mahāyāna. Al di fuori di questo contesto il suo uso è di fatto privo di significato, semplicemente perché è una costruzione dogmatica e non un’identità sociale, poiché non c’è mai stata un’istitu­zione o un’or­ganizzazione hīnayāna quale realtà storica (Silk, 2002, p. 367 e Skilling, 2013, p. 76). Per questa ragione nell’im­piegare il termine hīnayāna è necessario guar­darsi dal­lo scambiare argomentazioni pole­miche per desi­­gnazioni accurate di fatti storici.

 

Riferimenti bibliografici

Anālayo, Bh. (2010). The genesis of the bodhisattva ideal. Hamburg University Press.

Anālayo, Bh. (2014). The Hīnayāna fallacy. Journal of the Oxford Centre for Buddhist Studies, 6, 9–31.

Anālayo, Bh. (2021). Relating equanimity to mindfulness. Mindfulness, 12(11), 2635–2644.

Harding, J. S. (2008). Mahāyāna phoenix: Japan’s Buddhists at the 1893 World’s Parliament of Religions. Peter Lang.

Silk, J. A. (2002). What, if anything, is Mahāyāna Buddhism? Problems of definitions and classifications. Numen, 49, 355–405.

Skilling, P. (2013). Vaidalya, Mahāyāna, and Bodhisatva in India: An essay towards historical understanding. In Bh. Ñāṇatusita (a cura di), The Bodhisattva ideal, essays on the emergence of Mahāyāna (pp. 69–162). Buddhist Publication Society.

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  • È un monaco buddhista della tradizione Theravāda. Nato in Germania nel 1962, ha ricevuto l’ordinazione monastica nello Sri Lanka nel 1995. Con le sue oltre quattrocento pubblicazioni è uno dei massimi studiosi del buddhismo antico. È stato professore di studi buddhisti all’Università di Amburgo, ed è uno dei fondatori dell’Āgama Research Group (Dharma Drum Institute of Liberal Arts, Taiwan) e membro del Numata Center for Buddhist Studies presso l’Università di Amburgo. Attualmente risiede presso il Barre Center for Buddhist Studies a Barre, Massachusetts (Stati Uniti). Insegna meditazione da molti anni. Bhikkhu Anālayo trascorre la maggior parte del suo tempo in un solitario silenzioso ritiro.

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