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L'attacco di Mara, Gandhara, III sec. d.C., Ethnologisches Museum Berlin

Il Buddha greco

 

 

La storia dell’incontro tra la cosiddetta cultura occidentale e l’Oriente è, più che mai la storia di un viaggio, antico come il mondo e mai terminato. È la storia prima di tutto di un incontro, tra il mondo greco, con la sua filosofia e i suoi costumi, e il contesto culturale indiano, in particolare quello buddhista. Da questo incontro è nata una specifica «civiltà», che va sotto il nome di Gandhara o di Buddhismo greco, che per oltre ottocento anni ha plasmato le menti e lo spirito di diversi popoli grazie a una mescolanza originale di culture che anticipa molte delle caratteristiche della moderna globalizzazione e a questa assomiglia nella complessità e nelle dinamiche. In questa luce va letta l’importante scoperta storica in Pakistan della missione archeologica italiana condotta dall’Università di Venezia Ca’ Foscari e dall’Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, che ha eseguito gli ultimi scavi del 2021 a Barikot nella valle dello Swat. Gli archeologi hanno rinvenuto il più antico monumento religioso buddhista di sempre, risalente al III secolo a.C. Una scoperta senza precedenti che getta nuova luce sull’organizzazione architettonica e la vita nell’antica città pachistana, sui ‘legami’ tra i sovrani greci dell’epoca e il Buddhismo. Ma parla anche dell’espansione di questa religione in tutta la regione. La scoperta di un grande monumento religioso fondato in età indo-greca rivela l’esistenza di un grande ed antico centro di culto e di pellegrinaggio. La presenza del Buddhismo in età così antica in questa regione è di enorme importanza non solo dal punto di vista storico ma anche per le sue conseguenze.

 

Il Buddhismo greco

Un’altra prova tangibile di questo antico incontro è rappresentata dalle Grotte di Karla, un sito archeologico a sud-est di Mumbai: sebbene in quest’area si trovino altri complessi buddhisti di grotte, la Grande Chaitya, o sala di preghiera, di Karla è unica: qui, per secoli, i monaci si sono riuniti intorno a una reliquia del Buddha. Sulle colonne, iscrizioni in alfabeto brahmi riportano scarse informazioni sui nomi dei donatori che contribuirono alla costruzione. In sei casi, però è sottolineato con chiarezza che il donatore era uno yavana, cioè un greco. Alessandro Magno nel 327 a.C. giunge nella regione di Tassila (o Taxila) nella provincia del Punjab. L’impero di Alessandro è il primo esempio di una globalizzazione che si estende geograficamente dalla Grecia fino all’area che è che poi diventerà l’impero Seleucide, che si estendeva dalla Turchia all’Afghanistan, al Pakistan, all’Iran e fino ai confini con l’Himalaya.

 

In quest’area per oltre ottocento anni si svilupperà quel dialogo fecondo tra la cultura greca e quella indiana chiamato Buddhismo greco o Gandhāra (gr. Γανδαρίς), dalla denominazione antica della regione pianeggiante che si estende ai confini nord-occidentali dell’India e ha come centro principale la città di Pēshawār. In realtà all’arrivo di Alessandro Magno, il Buddhismo si era già diffuso nella parte nord-occidentale del subcontinente indiano e aveva continuato ad attrarre nuovi fedeli. Ashoka, il più grande degli imperatori della dinastia Maurya, è famoso per la sua instancabile opera di diffusione, per aver costuito monasteri, stupa e per aver inviato monaci, di cui alcuni erano greci, a predicare la dottrina buddhista presso tutte le popolazioni vicine. Asoka aveva inoltre commissionato decine di monumentali iscrizioni che enunciavano i precetti etici del buddhismo. Alcune di queste erano scritte in un greco elegante e sofisticato, segno che più di qualche ellenico era coinvolto nel progetto di proselitismo dell’imperatore.

 

Pirrone e l’incontro tra Buddhismo e filosofia greca

La città di Tassila, citata anche n Canone Pali, è uno dei luoghi in cui i dotti greci che hanno accompagnato Alessandro nella sua spedizione. Qui, come riferiscono gli storici Strabone e Diogene Laerzio, i filosofi greci incontrano i monaci buddhisti, definiti «filosofi nudi» gimnosofisti, o sarmanes. Il Buddhismo potrebbe, dunque, aver avuto un’influenza diretta su un importante scuola filosofica greca, lo scetticismo. Il filosofo Pirrone di Elide (e altri come Onesicrito) aveva a lungo conversato con monaci e asceti e un aspetto interessante di questo incontro filosofico sta in alcune idee che Pirrone avrebbe riportato in Occidente:

  1. non è possibile fare affidamento sulla realtà fenomenica perché impermanente
  2. La confusione nasce dall’illusione della mente che percepisce come eterno qualcosa che non lo è.
  3. se i fenomeni non sono affidabili non è possibile formarsi alcuna opinione definitiva su questi stessi.
  4. sia Pirrone che Onesicrito sostengono che l’unica filosofia buona è quella che conduce alla felicità. Ma una vita felice è la diretta conseguenza dall’accettazione dell’inaffidabilità della realtà. Una prospettiva che richiama in modo evidente l’insegnamento del Buddha.

 

Eracle come Vajrapani, protettore del Buddha, II-III sec. a.C., British Museum, Credit: World Imaging – Own work, CC BY-SA 3.0

 

Il Buddha greco

La costante comunicazione tra India e Occidente antico prosegue fino al V secolo d.C., quando gli Unni conquistano quella parte di mondo medio orientale e di fatto spazzano via la presenza buddhista. È, infine, probabile che, oltre alle fortune commerciali di questa zona, uno dei motivi del perdurare di questa relazione secolare è da attribuire al fatto che le comunità indo greche del Gandhara tentarono a più riprese una forte espansione verso il mondo nordoccidentale indiano proprio a difesa della religione buddhista. Segni di questo incontro tra culture emergono soprattutto nell’arte figurativa: le due grandi state dei Buddha di Bamiyan, del VI secolo, distrutte dai talebani nel 2001, sono uno degli esempi più conosciuti. Inoltre, dopo secoli in cui il Buddha era rappresentato solo con simboli come impronte di piedi, un seggio vuoto o l’albero della bodhi, nell’ultima fase del Gandhara, iniziarono a comparire sue rappresentazioni antropomorfe. Queste prime immagini del Buddha mostrano chiari segni di influenza greca: ad esempio, le rappresentazioni delle divinità in piedi nel mondo orientale sono totalmente assenti. Tutte le divinità del mondo indiano sono o sedute o in forme di animale e rappresentano la forma meditativa classica. L’idea di un Buddha in piedi, vestito come un eroe greco, sono un tratto originale della cultura Gandhara. Lo stesso mantello indossato dal Buddha è ancora una forma di eredità del mantello greco. I capelli ricci del Buddha sono di fatto un’altra eredità del mondo mediterraneo ellenistico. Lo chignon che il Buddha ha sulla testa è un altro degli elementi che la cultura ellenistica inserisce all’interno dell’iconografia orientale.

 

È dunque evidente che l’arte greca incise profondamente sull’evoluzione dell’immagine del Buddha così come è ormai chiaro che tutte le testimonianze artistiche del Gandhara giunte sino a noi sono successive alla caduta dei regni greci. Il che sembra contraddire l’idea secondo cui le loro convenzioni furono concepite da artisti battriani o indo-greci. Alcuni studiosi hanno inoltre avanzato l’ipotesi che la scultura greca abbia influenzato l’evoluzione dell’immagine del Buddha in maniera meno diretta, e che abbia elementi iconografici portati in Asia centrale da mercanti parti o palmireni. Un’altra teoria sostiene che furono le idee e gli artisti greci giunti in Oriente lungo le trafficate rotte commerciali del Mar Rosso a mettere in contatto l’Alessandria dell’epoca romana con i porti dell’India occidentale. Resta il fatto che i modelli e l’iconografia dell’arte greca furono essenziali per l’evoluzione di un’immagine sempre più standardizzata del Buddha che ritroviamo poi in Asia centrale, Cina e Giappone.

 

Apollo

È la figura del dio Apollo a fornire una probabile ispirazione agli artisti del Gandhara che iniziano a raffigurare il Buddha in forma umana[1]. Un’influenza fondamentale non soltanto dal punto di vista iconografico ma anche dal punto di vista religioso. Apollo è la divinità con capacità profetiche ma, soprattutto, sceglie di tornare e ritornare tra gli uomini per salvare il più ampio numero di esseri umani dalla sofferenza. Apollo era considerato infatti il Dio della medicina, invocato proprio quando si verificavano episodi di malattia. Non è un caso che il Buddha stesso venga chiamato più volte «medico» e che la sua predicazione sia una predicazione che segue la prescrizione medica. È probabile che Apollo, come dio della medicina, si sia sovrapposto nella cultura ellenistico orientale a questa capacità di guarigione attribuita al Buddha. Apollo è importante anche per un altro motivo all’interno del contesto culturale greco-buddhista perché era considerato la divinità protetta dagli iperborei, cioè le popolazioni «che vivono a nord». Il contatto tra la cultura iperborea, di carattere sciamanico, e la cultura greca avviene molto prima di Alessandro e porta in sé questo tipo di idea di una divinità salvatrice, medica che poi ritroviamo fortemente all’interno dello sviluppo soprattutto del Buddhismo Mahayana. Dal punto di vista iconografico, ad esempio, una delle divinità protettrici del buddhismo tibetano, Vajrapani è sovrapponibile a Ercole, entrambi vestiti con una pelle di leone, con in pungo uno scettro a forma di lampo.

 

Il titano greco Atlante sostiene un monumento buddhista, Hadda, Afghanistan, I sec. d.C.

 

Sciamanesimo e Buddhismo

Ad Apollo è legata anche la figura di Abaris, leggendario sciamano, indovino, taumaturgo e sacerdote proprio del dio iperboreo. In questo personaggio mitologico si connettono Grecia arcaica, Siberia Orientale, Mongolia, Cina e Tibet. Abaris[2], peraltro, assume un ruolo che va ben oltre la sua persona, tanto da far pensare più a un nome collettivo, a un personaggio archetipico che raccoglie in sé lo spirito di un intero popolo, quello degli Ávari. Questi erano arcieri e sciamani della Mongolia, chiamati appunto Iperborei, e vivevano agli estremi confini orientali dell’Europa. Dalla remota landa iperborea Abaris viene chiamato in Grecia come sciamano purificatore e ambasciatore per contrastare la peste e questo eroe mongolo viene impugnando una freccia d’oro. La freccia d’oro è lo strumento della sua estasi e concentrazione sciamanica nel segno di Apollo, il dio presso il quale andò a prestare opera. Ma la figura di Abaris si rivela ancora più significativa quando entra in contatto con Pitagora. È proprio Abaris a riconoscere Pitagora come incarnazione di Apollo, e a consegnargli la freccia d’oro come segno di questo riconoscimento. Questo è il gesto che sigilla una connessione tra spiriti e tradizioni sapienziali occidentali e orientali agli albori della nostra civiltà, perché la freccia, oltre che diventare poi oggetto rituale per il Buddhismo tibetano, era simbolo sacro per le popolazioni iperboree. Il riconoscimento della reincarnazione di Apollo come pratica sciamanica entra nell’immaginario del Buddhismo delle steppe e richiama in modo evidente le procedure di riconoscimento dei Lama reincarnati.

 

Abaris e lo sciamanesimo iperboreo sono inoltre contemporanei alle Upanishad così come la prima poesia didattica greca e i profeti ebraici le cui opere sono state conservate da Amos. Vi è una curiosa somiglianza fra Amos il poeta greco Esiodo: Esiodo e Amos erano pastori e accedevano alla sapienza profetica quando erano ispirati e in contemplazione. Esiodo inoltre racconta che le muse gli concessero la memoria dei miti sulla formazione del cosmo, una volta immerso nella solitudine nei pascoli. Le somiglianze con il racconto del risveglio del Buddha sono sorprendenti, così come risalta la comparsa dell’occhio divino capace di accedere alla saggezza e guarire il mondo. Ancora oggi i cantori del popolo dei Kirghisi che abita le vaste steppe iperboree ancora raccontano: «Io posso cantare qualsiasi canzone, dato che Dio ha impiantato il suo dono nel mio cuore. Egli mi dona la parola sulla lingua, senza che io debba cercarla. Io non ho imparato alcuna delle mia canzoni. Tutto sgorga dal mio animo». Un altro esempio di questo incontro con le culture orientali sciamaniche dell’Asia centrale lo rivela una recente scoperta archeologica: si tratta del Mongolo di Taranto[3] realizzato nel V-IV secolo a.C. su un vaso di ceramica protolucana, proveniente dalla Magna Grecia e ora ospitata all’Università di Heidelberg. Il dipinto raffigura una specie di Gran Khan, il re dei Mongoli, con la barba aguzza, gli zigomi tipici delle genti delle steppe e gli occhi a mandorla. Quel ritratto su vaso è una prova inconfutabile che tra la Magna Grecia e l’estremo Nord Est dell’Europa e l’Asia, sussistevano relazioni non solo commerciali, ma anche culturali e, soprattutto spirituali. Il Mongolo di Taranto sarebbe, per così dire, l’anello evolutivo, la prova di un rapporto profondo che univa le tradizioni mediterranee con lo sciamanesimo iperboreo e le regioni del cosiddetto buddhismo greco.

 

L’incontro col cristianesimo

L’incontro tra buddhismo e cristianesimo è più recente. Nel periodo che va dal 1600 fino al 1800 i gesuiti compiono viaggi in oriente tentando di ricostruire un ponte soprattutto con la cultura dell’estremo oriente. Troviamo varie citazioni storiografiche riguardo al Buddhismo e la sua presenza anche tra le figure dei santi del Cristianesimo. Ci sono infatti due figure, Barlaam e Iosafat, citate nel Martirologio Romano di origine bizantina che di fatto raccontano la vita del Buddha e la vita di un bodhisattva. La storia, di cui si sono perse le origini, narra del figlio di un re orientale che parte alla ricerca della verità. Dopo alcuni anni di ascesi torna e porta il suo messaggio di salvezza dalla sofferenza e il regno del padre riesce a salvarsi dalle invasioni delle altre culture religiose. Questa è esattamente la trasposizione della vita del Buddha. Iosafat, non a caso è la bizantinizzazione della parola bodhisattva buddhista (che diventa bodhisaf e poi Iosafat in greco e poi in latino). Barlaam è un’altra trasposizione della parola buddha-bodhisattva e quindi di fatto si sta parlando della stessa identica persona.

 

In conclusione, la continua e particolare mescolanza di aspetti culturali, sociali, politici e religiosi di questa parte di mondo dimostra quanto la distinzione tra Oriente e Occidente sia inadeguata e approssimativa. I segni lasciati da questi popoli ci dicono che la nostra storia è stata caratterizzata più dalla comunanza e dalla condivisione che dalla lontananza e la separazione. Il Buddhismo Gandhara ne è la prova. E apre una porta su come il Buddhismo può influenzare oggi e nel futuro la nostra civiltà. Le radici di questa trasformazione sono davanti a noi. È già accaduto. E accadrà ancora.

 

 

 

 

 

 

[1] Ne parla compiutamente il grecista Angelo Tonelli in Attraverso oltre. Della conoscenza, della solidarietà, dell’azione, Moretti & Vitali, Bergamo 2019.

[2] Lo nota Peter Kingsley in uno studio provocatorio e fondamentale a lui dedicato: A Story Waiting to Pierce You: Mongolia, Tibet and the Destiny of the Western World, Golden Sufi Center Publishing, Point Reyes, CA, 2010.

[3] Sul Mongolo di Taranto si veda Angelo Tonelli, Attraverso Oltre, cit.

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