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Il Buddha delle montagne

Tempo di lettura: 14 minuti

 

 

 

Cammino tra le pagode immerse nel verde, quando compare la tunica zafferano di un monaco. Lo seguo al tempio, fino alla statua dorata del Buddha, che splende come nuova. Sono arrivato in Sezhuan, sotto la più alta delle quattro montagne sacre del buddhismo cinese, Emei Shan. Non è la prima volta che vengo in pellegrinaggio in un santuario come questo, e benché la mia conoscenza della tradizione buddhista sia limitata, stavolta il fatto stesso d’incamminarmi mi appare come un modo di coglierne un aspetto. «Il torrente che mormora è la lunga, vasta lingua del Buddha» – scrive il poeta e scrittore di viaggio Su Shi, che è nato qui vicino – «La montagna è il suo corpo immacolato». Qui il cammino stesso può essere una forma di meditazione, un tema in cui cultura cinese e buddhismo sono confluiti per duemila anni.

 

Rispetto a altri santuari malridotti che ho visitato in Asia, il fatto di essere in Cina si riconosce al momento d’incamminarmi per le scale che portano attraverso la vegetazione fitta fino agli oltre 3.000 metri della cima: dopo pochi passi c’è un bivio per prendere la funivia. È un’alternativa comprensibile ai 60.000 scalini, che però ho il pregiudizio di considerare segno di una pigrizia tipicamente locale. In realtà l’approccio ai monti dei cinesi non è tanto diverso da quello occidentale: ci sono funivie e cabinovie, e in molti si avventurano allegramente su vie ferrate e sentieri ripidissimi. Del resto, vie attrezzate sulle cenge dei monti si vedono già in dipinti del quattordicesimo secolo1K. Karlsson, A. von Przychowski, Longing for Nature. Reading Landscapes in Chinese Art, Hatje Cantz Verlag, Museum Rietberg Zürich 2020, p. 148.. In realtà, una riflessione su cammino, ecologia e turismo qui si è posta molto prima che in Occidente.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

Nel periodo Ming (1368-1644) c’erano agenzie che aiutavano a organizzare i viaggi, e presso le montagne sacre si lamentava che alberi e rocce fossero ormai pieni di graffiti2K. Karlsson, A. von Przychowski, Longing for Nature cit., pp. 147, 149, 154.. Si trattava non solo di santuari taoisti e buddhisti, ma anche di angoli remoti di natura in cui sfuggire agli affanni del mondo urbano, per dedicarsi all’arte, allo studio, alle camminate, dove membri del clero, amministratori pubblici, mercanti e artisti trovavano strutture per accoglierli. Si riconobbe il valore del puro vagabondare (you). Il pittore Xiao Yuncong, nel 1656, scrisse accanto a una scena di paesaggio dipinta su pergamena: «Sempre viandante, sconosciuto – sono contento con quel che ho. Non sono immortale, Buddha o studioso confuciano. Il tempo passa, siedo sulla mia roccia pescando, o medito per trovare saggezza»3Ivi, p. 170.. Un altro pittore, Guo Xi, già nell’undicesimo secolo, scrive che «la gente naturalmente aborre essere legata e intrappolata nel frastuono del mondo polveroso, e brama vagare lieta tra rocce e torrenti»4L’alto messaggio della foresta e dei ruscelli, cit. in K. Karlsson e A. von Przychowski, Longing for Nature, cit., p. 23..

 

Una differenza rispetto all’Europa è nel rapporto con la storia. Centri storici e siti religiosi sono laccati a nuovo, spesso sembrano finti come parchi a tema. Eppure è un modo di tenere vive le strutture che da noi diventano pezzi da museo. Dietro la conservazione e il restauro di tradizione europea si trovano idee moderne, altrettanto poco neutrali che quelle qui in voga. Quando gli archeologi francesi scoprirono le rovine di Angkor Wat in Cambogia, decisero di lasciare l’intreccio di radici e rami che nei secoli aveva inghiottito templi e teste di Buddha per conservare quell’aspetto pittoresco che ce le rende oggi riconoscibili. «Un palazzo va diroccato per farne un oggetto d’interesse», scriveva Diderot nel Settecento, spingendo quell’idea al paradosso5Su Angkor Wat e Diderot vedi M. D’Eramo, Il selfie del mondo, Feltrinelli, Milano 2020, p. 110.. I cinesi sono immuni al fascino del rovinismo, hanno un diverso modo di amministrare spazio e tempo: un antico tempio e un antico negozio devono restare funzionali, vanno conservati, restaurati o ricostruiti, in modo da ravvivare l’immagine dell’originaria prosperità, anche se tutto intorno l’ambiente urbano si trasforma in un ciclo frenetico di distruzione e ricostruzione.

 

Un’altra traccia dell’antichità che si rigenera è il buddhismo. Dopo le violenze antireligiose della Rivoluzione culturale, il governo cinese ha lentamente allentato il controllo e l’intolleranza, e oggi ci sono circa duecentocinquanta milioni di buddhisti in Cina. Le dottrine buddhiste, qui come altrove, possono porre un argine ideale allo sfruttamento indiscriminato del territorio e degli altri esseri viventi. Ma il buddhismo, in questo senso, può voler dire molte cose.

 

Sulla cima di Emei Shan c’è il primo tempio buddhista costruito in Cina, del primo secolo dopo Cristo. Mentre avanzo nella foschia compare la statua d’oro di Pǔxián, con i suoi tanti volti che vedono ovunque. È uno dei bodhisattva, figure consacrate a insegnare la via della salvezza agli altri esseri senzienti. Tra le prerogative di Pǔxián, secondo il Gaṇḍavyūha-sūtra, c’è il «mettere fine alla sofferenza di tutte le esistenze inferiori, stabilire la felicità di tutti gli esseri, praticare una condotta che porti beneficio a tutti gli esseri». Questa dottrina discendeva dalla rivelazione del mendicante Śakyamuni, che parlava il linguaggio di ogni essere senziente e predicava un «amore universale». Gli insegnamenti si presentano al pellegrino insieme a visioni magiche del Buddha, il cui corpo contiene in ogni poro oceani di mondi, e a dottrine metafisiche di vertiginosa complessità, che si moltiplicano in una fitta tradizione sapienziale e filosofica. Ma prima delle ramificazioni dottrinali, la dottrina originale di Buddha Śakyamuni offre una critica del senso comune e della sofferenza di ogni individuo che si può riportare a una semplice tesi di fondo: tutto è impermanente.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

L’insostanzialità del sé individuale, insieme all’idea della liberazione di ogni forma di vita dal dolore, porta molti a vedere nel buddhismo una cura dell’egoismo individuale, un antidoto all’ideologia del profitto e dello sfruttamento insensibile che domina la civiltà contemporanea, quindi anche la base di un’etica ecologica. Il buddhismo sottolineerebbe l’interdipendenza di tutti gli esseri viventi e inviterebbe a curarsi della sofferenza animale. Questa proposta ha caratterizzato il buddhismo contemporaneo, da Thích Nhât Hanh al Dalai Lama Tenzin Gyatso ai teorici occidentali dell’eco-buddhismo o buddhismo verde6Vedi per esempio J. Dunne, D. Goleman (a cura di), Ecology, Ethics, and Interdependence: The Dalai Lama in Conversation with Leading Thinkers on Climate Change, Simon and Schuster, New York 2018; David R. Loy, Ecodharma. Insegnamenti buddhisti per affrontare la crisi ecologica, Ubiliber, Roma 2022.. In effetti la «vacuità» (Śūnyatā) del sé e dei fenomeni oggettivi, insegnata dal buddhismo, nega la priorità dell’individuo con i suoi desideri. Il riconoscersi come «non-sé» (anatta), meri episodi di un processo infinito che si condensa in successive esistenze (nel ciclo del samsara), inviterebbe ciascuno a considerare le emozioni degli altri individui come altrettanto valide delle proprie: poiché nulla appartiene a un io che non persiste7Era la tesi ripresa dal filosofo americano D. Parfit, Ragioni e persone, Il Saggiatore, Milano 1989..

 

D’altra parte, tale dottrina metafisica non implica senz’altro una sensibilità e un’etica ambientali come quelle teorizzate in base a filosofie in cui il soggetto e il vivente restano centrali. Il nirvana sembra togliere ogni naturale sensatezza all’esistenza individuale, con i suoi desideri e conflitti, e farla deflagrare in una luminosità pacifica e indistinta. Secondo alcune interpretazioni, tuttavia, il buddhismo insegnerebbe ad amare ogni forma di vita in cui si presenta il vuoto fondamentale, inteso come un vuoto potenziale da cui sgorga tutto (lo sostiene per esempio David Loy in Ecodharma)8D. Loy, Ecodharma, cit., p. 27, commenta così la formula del Sutra del cuore (testo di grande importanza anche per il buddhismo cinese) secondo cui «la forma non è altro che vacuità, la vacuità non è altro che la forma»: «Sì, dal lato di Śhunyata (vacuità), non c’è meglio o peggio, ma questo non nega il fatto che il vuoto sia forma. Ciò che chiamiamo vuoto – il potenziale illimitato che può assumere qualsiasi forma, a seconda delle condizioni – ha assunto fattezze straordinarie e l’incredibile bellezza di questa rete di vita, di cui siamo parte integrante, e che dovrebbe essere custodita e protetta». Cfr. Ivi, pp. 67-89.. Se il Buddha si riconosce identico a tutto, come potrebbe non provare compassione per ogni ente? Per il buddhista resta un nodo da sciogliere: come amare la vita individuale se l’esperienza ordinaria si rivela una costruzione illusoria? E quale amore, quale umano sentimento può esservi per gli altri viventi se ogni bruciante attaccamento dev’essere spento? Siamo esseri naturali, venuti al mondo in un intreccio di legami affetti e interdipendenze, inclini al possesso che assicura un più stabile benessere; lo sguardo impassibile del Buddha ci sfida a sradicare tutto questo e coltivare una vita diversa.

 

*

 

Lascio in vetta queste difficili questioni e torno in pianura. Arrivo a Leshan, alla confluenza fluviale dove sta la più grande statua di pietra dell’Illuminato, costruita nell’ottavo secolo. Il corpo seduto di Maitreya, il Buddha del futuro, è scavato nella roccia rossa. I suoi capelli si fondono con la vegetazione. Secondo un detto locale, «il Buddha è la montagna e la montagna è Buddha». Sembra che si riferisca alla forma del monte che somiglia a un uomo sdraiato, ma il senso dell’analogia è più profondo. Come in molte altre statue scavate che ho osservato in Asia, dallo Sri Lanka al Pakistan, la figura del Buddha che raggiunge l’illuminazione sembra fondersi con la pietra. A Leshan lo sfondo verde ricorda l’albero della Bodhi sotto cui Śakyamuni raggiunge il nirvana.

 

Immagine: Ariel Stein CC BY-SA 2.5

 

Ritrovo la mia ipotesi che il piacere del vagabondaggio tra i monti possa coincidere con un’esperienza di meditazione. In Cina venne a studiare il monaco giapponese Dōgen (1200-1253), fondatore del buddhismo zen, il quale sostenne che montagne e acque manifestano la dottrina del Buddha. Le montagne «camminano», «scorrono», contrariamente alle apparenze, e questo sollecita il pellegrino a considerare il proprio camminare come manifestazione di una verità profonda, che oltrepassa l’ordinaria «percezione limitata», a riconoscere la propria esistenza in quella convergenza di quiete e movimento: allora «le montagne diventano i buddha»9Il testo di Dōgen è tradotto e commentato in S. Okumura, Il sūtra delle montagne e delle acque, Casadeilibri, Milano 2022. Cf. M. Abe, «Dōgen on Buddha Nature», The Eastern Buddhist, 1971 (4/1), pp. 28–71..

 

Diverso è il modo in cui l’arte plastica monumentale ha dato rilievo alla figura umana in molti luoghi a occidente: sul monte Rushmore, in South Dakota, il mormone Gutzon Borglum volle scavare i volti dei quattro presidenti americani che sembrano voler uscire dalla pietra. Sfidò così le concezioni degli sciamani Dakota, che videro in quel gesto una profanazione umana della montagna spirituale10Su questo paragone vedi S. Schama, Landscape and Memory, Vintage New York 1995, pp. 408-410.. Una simile pretesa di grandezza umana si trova in colossi antichi e moderni, come la gigantesca statua di Lenin a Volgograd, che spicca su un piedistallo, pronta a incamminarsi nel mondo per assumerne il governo. Meditare sul buddhismo cambia il rapporto tra la forma individuale e la natura da cui emerge, invita a sentire la propria evanescenza nella corrente dell’essere.

 

Questi pensieri mi avvicinano al Tibet.

 

*

 

È l’agosto del 2006 quando arrivo per la prima volta a Lhasa. Da lontano spicca, sulla collina, il maestoso palazzo del Potala, residenza originaria del Dalai Lama oggi in esilio. La città è divisa in due: nella parte cinese ci sono ristoranti e negozi, di fronte ai quali la mattina i dipendenti schierati, lavoratori della Cina popolare, svolgono danze propiziatorie con disciplina marziale. Nel centro storico, cammino tra pellegrini che avanzano strisciando proni verso i luoghi sacri, poggiandosi alle mani fasciate. La povertà è un tratto comune alle storie recenti dei due popoli, ma oggi sono soprattutto i tibetani a patirla. Giro per la città con Shien, che è cinese, e un ingegnere francese, Fabrice, che per un anno ha lasciato il lavoro e sta facendo un giro del mondo prima di tornare alla vita stanziale. La miseria dei tibetani ci colpisce, il buddhismo ci attrae.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

Ancora oggi, nonostante la spiritualità di Lhasa sia in gran parte ridotta a un involucro vuoto, non si può restare impassibili. Capisco come mai studiosi come Giuseppe Tucci, che arrivò qui negli anni Trenta a esplorare e trafugare manufatti, hanno esperito uno stupore che è poi diventato adesione al buddhismo. Mi chiedo se e come questo microcosmo interiore, questo mondo onirico, comunichi con la natura. Rimango ore nell’aria spessa e carica di fumo dello Jokhang, il più sacro dei templi tibetani, pieno di monaci che pregano e praticano l’arte della controversia dottrinale, e pellegrini che s’aggirano sperduti per le sale rosse. Finisco inevitabilmente ai piedi dell’enorme statua dorata del Buddha costruita mille e cinquecento anni fa. I miei sensi sono accesi, a tratti oppressi dalle immagini, che aggirano ogni filtro razionale.

 

Lo stesso vale per un altro luogo che visiteremo qualche giorno dopo, il Kumbum di Gyantse. Si trova in una valle sulla via per l’Everest. È un mandala tridimensionale, una piramide di pagode in cui si cammina tra nicchie disposte lungo il perimetro dei piani, incontrando continuamente gli occhi degli spiriti dipinti. Lo stesso edificio a forma di pagoda a più livelli ha degli occhi, è una montagna animata che riproduce, su un altro piano di consapevolezza, la montagna che spicca sullo sfondo della valle. È un vero e proprio percorso iniziatico, una riproduzione dell’esperienza di morte e rinascita, che spaventa e riconcilia, una polarità di emozioni che si riflette negli sguardi degli spiriti dipinti. Quando moriremo, insegna il Bardo Todol, vedremo queste immagini, le figure furiose e quelle pacifiche: dovremo saper scegliere quali seguire.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

Dopo diversi giorni di viaggio arriviamo a un passo desolato dove hanno piantato una porta vuota, costruita sull’asfalto della strada. Segnala l’ingresso all’area del Chomolungma. Si chiama così la montagna, la «Grande madre», che i britannici, con la solita boria, ribattezzarono col nome dell’agrimensore sir Everest. Mi affaccio e vedo la punta di pietra che svetta su tutte le altre. Il suo profilo traccia un limite alla sensatezza umana, o indica una soglia da oltrepassare. M’investe come un tuono visibile mentre un vento violentissimo mi gela le lacrime, e un tibetano vestito di stracci insiste per vendermi una collana.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

Il giorno dopo siamo al campo base, a 5.200 metri. Per arrivare qui abbiamo percorso la nuova Friendship Highway, come la chiama il governo cinese, che nel 2006 è ancora incompiuta e, dopo aver tagliato una regione di rocce brune, monasteri isolati e laghi cobalto, finisce in una pista sassosa. Quando sarà pronta servirà a riversare qui decine di migliaia di turisti con i loro bus. Da Lhasa si potrà arrivare in uno o due giorni. Nel 2015 ci verranno 50.000 persone. Nel 2019, la Cina chiuderà il campo ai turisti perché pieno di immondizia, e lo riserverà agli alpinisti autorizzati alla scalata. Per ora c’è un hotel cinese in costruzione, ventoso come una spelonca e già fatiscente, e delle tende. Nella notte insonne mi visita un pensiero angoscioso: se non sono un pellegrino, né uno sportivo o un esploratore, che ci faccio qui?

 

Per arrivare a un punto panoramico io e Fabrice prendiamo delle slitte trainate da cavalli e improvvisiamo una ridicola gara. Giunti in cima smontiamo, e nella rovina di pietra notiamo un mucchio di rifiuti. Alzando gli occhi ecco la cima, che sbuca brevemente dalle nuvole. Per contemplare quel riflesso di ghiaccio dobbiamo tenere il collo piegato all’indietro, e insieme all’altitudine questo ci stordisce. Ci sdraiamo su due massi lisci e restiamo a guardare, tra la terra e il cielo, nel vento che vortica e il freddo che ci invade, ridotti a una striscia di sensazione appiattita, gli occhi incendiati di luce, la pelle già bruciata. Ricordo il nesso che sussiste in molte lingue umane tra anima e soffio, vento: psyche, ruah, animus, spiritus. E l’atman indiano risuona nella parola tedesca Atem: respiro.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

Non abbiamo intenzione di scalare la montagna, ma ci accorgiamo che molte persone arrivano in gruppo per fare l’ascesa. Nel maggio 2019, l’alpinista Nirmal Purja farà una foto della fila di oltre cento persone sul crinale che conduce alla vetta. La gente era bloccata in quel passaggio stretto, con precipizi di oltre 3.000 metri su ogni lato. Tra carenza d’ossigeno e principi di congelamento, litigavano su chi dovesse passare per primo, e ogni incidente avrebbe comportato l’impossibilità di un’azione di salvataggio. Altre guide hanno riferito di insulti lanciati a scalatori inesperti, e della furia di chi, dopo una grossa spesa e due mesi di preparazione, pretendeva di salire in fretta fino in cima. Quel mese morirono undici persone. Da allora, le autorità stanno cercando di ridurre il traffico di turisti e alpinisti, che accorrono per riprodurre l’impresa in tempo da record11Per le testimonianze riportate: https://www.theguardian.com/world/2020/jun/06/everyone-is-in-that-fine-line-between-death-and-life-inside-everests-deadliest-queue..

 

Non trovo la pace che cercavo. Sono potuto arrivare a contemplare questo luogo, che si solleva sulla realtà mondana, perché a valle ho un lavoro e un sentimento di mancanza. Più netta e solida della mia mi appare la motivazione di chi sta qui per lavorare, come gli sherpa o gli impiegati dell’hotel. Da turista, cliente di questa comunità, fatico a cogliere quel puro piacere estetico che da qualche secolo è stato sostituito a quello spirituale. L’energia performativa che circonda il campo base galleggia come olio sui ghiacci circostanti, e non riesco a trovare un equilibrio tra questi due luoghi e le potenze che rappresentano: il tetto del mondo e l’accampamento di chi si attrezza per andarlo a calpestare e guardare in basso. Dopo oltre un mese in Cina, sono ancora diviso tra due fonti diversissime di ebrezza. Da una parte c’è la forza plasmatrice della civiltà, che circonda i monti, li assaggia con lo sguardo, li dipinge, li incornicia, ne fa un tesoro estetico da gustare in comodità, un esemplare da venire a visitare andando e tornando da casa. Dall’altra parte c’è l’immane roccia, capace di ammutolire col suo linguaggio senza lingua, di minacciare e ridimensionare, di ispirare un’ebbrezza caotica, di promettere un annullamento benefico, la distruzione delle illusioni coltivate in città.

 

In cerca di un accordo tra queste potenze, con Shien e Fabrice facciamo ancora una tappa prima di tornare a Lhasa, dove ci aspetta un volo per scendere dal Tibet. Andiamo al lago Namtso, enorme vasca di luce che sta su una spianata a quasi 5.000 metri di altitudine, circondato da un cerchio di monti innevati. Ci sono alcune auto e pulmini nello sterrato dell’accampamento. L’aria sottile induce sonno e insonnia, eccitazione e svuotamento. Di notte, intorno alla tenda, branchi di randagi abbaiano come impazziti. Dormiamo, o piuttosto vegliamo, su una branda dura e stretta, in cui dobbiamo sistemarci l’uno con il capo accanto ai piedi dell’altra, sotto coperte di yak piene di polvere e parassiti.  Qualcosa in noi si dilata fino a rompere le fibre dell’abitudine e del controllo razionale. Al mattino, Shien dice che ha mal di testa ed è disorientata. Da un paio di giorni è sfinita, silenziosa. Mentre saliamo sulla rupe, che si alza come un altare sulla riva del lago, a un certo punto mi dà un violento ceffone. Ci fermiamo. Con lei e Fabrice cerchiamo di chiarirci e ricomporci. Infine riprendiamo a salire tenendoci tutti per mano.

 

Immagine: Paolo Pecere

 

Giunti in cima, restiamo in silenzio ad ascoltare il vento, mentre la luce colora la linea delle vette. Là in fondo, ancora invisibile, c’è il monte Kailash, la casa di Shiva. Intorno a quel luogo mitico c’è il percorso di un kora: i pellegrini indiani e tibetani girano strisciando sulla pancia. È il più sacro dei pellegrinaggi, intorno alla vetta suprema e archetipa in cui le differenze che percepiamo scompaiono, e desidero andarci in futuro. Ma forse basta contemplare ogni montagna per intuire l’essenziale. Cosa si prova a scomparire tra i monti?

 

Per la scrittrice scozzese Nan Shepherd, autrice de La montagna vivente, è un’esperienza di pienezza: «È dunque quando il corpo è adattato alla sua massima potenzialità e regolato su una profonda armonia, che s’intensifica fino a diventare qualcosa di simile a uno stato di trance, che io mi avvicino di più a scoprire che cosa sia essere». Lo stato di cui parla è un’uscita da sé, «fuori dal corpo e nella montagna», che porta a un’altra identità con quest’ultima: «Sono una manifestazione della sua vita globale, così come lo è la sassifraga stellata o la pernice bianco-alata». Ma lo sguardo del soggetto, l’energia dei sensi, non scompare, anzi amplifica le forme, in un processo di «conoscenza dell’altro» che «amplia le rocce, i fiori, gli uccelli. L’oggetto che si vuole conoscere cresce con la conoscenza». Non cresce fuori di me, dove svanirei estatico, ma «dentro di me. Sono. Conoscere l’Essere. È questa l’ultima grazia accordata dalla montagna»12N. Shepherd, La montagna vivente, Ponte alle grazie, Roma 2018, pp. 173-174.. D’altra parte, il pellegrino buddhista trova in questa interiorità l’esperienza della vacuità di ogni cosa, in cui il sé esplode in una luce più vasta, infinita e senza centro. E dunque, è pienezza o vacuità? È tutto o nulla?

 

I monti bianchi all’improvviso s’infiammano, si alza un cerchio di fuoco intorno al nostro mondo. «O monaci, tutto brucia», risento le parole del Buddha nel sermone del fuoco. Ma noi tre pellegrini non sappiamo ancora se questa fiamma ci porti a spegnere il desiderio, o lo faccia avvampare in nuove dimensioni. Siamo commossi e impegnati tra questi fuochi di pensiero, cercando un accordo di pace sulla frontiera spirituale tra Oriente e Occidente. Fabrice sussurra che questo è il posto più bello che abbia mai visto. Shien mi stringe la mano in silenzio. Il vento che ci scorre dentro non è diverso dal nostro respiro.

 

Idee

  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). Il suo ultimo libro è "Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra" (Sellerio 2024).

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