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Il Buddha dei nomadi

 

 

Su una delle mappe dell’impero mongolo che coprono intere pareti del Museo Gengis Khan cerco la posizione di Ulan Bator – la città dove mi trovo. Riconosco il nome in caratteri cirillici. Sposto lo sguardo intorno da questo altro centro del mondo, in alto c’è la Russia, in basso sta la Cina. Procedo a sinistra fino ai margini del planisfero, dove i paesi si deformano come un sipario tirato: all’angolo c’è lo stivale accartocciato dell’Italia. Questa diversa prospettiva geografica ancora aiuta a orientarsi in questo paese grande cinque volte come l’Italia, ma abitato da tre milioni di persone. Dalla Cina arrivò il buddhismo tibetano, che oggi è la religione della maggioranza dei mongoli. Dall’Unione sovietica arrivò il comunismo, e per ordine di Stalin, intorno al 1937, la distruzione di gran parte dei monasteri e degli oggetti sacri, ritenuti emblemi del sistema «feudale» governato dal clero.

 

Dopo il crollo dell’URSS, la spiritualità ha avuto una rinascita, i templi sono stati ricostruiti, le statue del Risvegliato sono tornate a svettare nella steppa. La capitale porta ancora i segni stratificati di queste vicende: il centro con la monumentale piazza Sükhbaatar e il monumento ai grandi imperatori, l’edilizia in stile sovietico dei palazzoni in periferia, ai margini qualche monastero. Quando cammino fino alla statua d’oro del Buddha ai confini settentrionali della città, la trovo circondata di edifici che la fanno sembrare piccola, in un parco decorato con statue di animali: uno scorcio in miniatura sulla mescolanza di elementi che compone la storia mongola.

 

 

In realtà l’intera città, a sua volta, non è che un piccolo tassello, un’eccezione, in cui si accalca la metà della popolazione mongola in cerca di un modello di benessere venuto da fuori. Il resto del paese è ancora simile a quello dei suoi indimenticati tempi gloriosi e severi: una distesa di steppa, taiga e deserto, dove i centri urbani si sfrangiano in campi tendati, e molti ancora vivono da nomadi. Le dottrine buddhiste si rivolsero a loro, dando luogo a un incontro con le tradizioni locali di ancora si possono trovare i segni. La prima che trovo è il Naadam, il festival nazionale che si celebra in tutte le ventuno province della Mongolia, dove atleti in costumi tradizionali si cimentano in lotta, tiro con l’arco e corse di cavalli. Nei giorni del mio passaggio a Ulan Bator, si celebra un Naadam buddhista, dove tra arcieri e cavalieri nomadi sfilano maschere e monaci, un corteo ibrido che manifesta il legame con un paese lontano: il Tibet.

 

È un legame ancora vivissimo e trafficato: salendo una collina al centro di Ulan Bator visito il grande monastero Gandan Tegcheling, parzialmente distrutto e poi ricostruito. Qui abitò il tredicesimo Dalai Lama, c’è un’università buddhista con corsi dedicati all’interiorità, e l’attuale Dalai Lama è venuto qui più volte a officiare rituali. Nel complesso di edifici oggi vivono oltre seicento monaci. Entro a contemplare l’imponente statua di Migjid Janraisig, alta 26 metri: è il bodhisattva della compassione (la versione mongola di Avalokitesvara), e sembra sfidare fieramente i pensieri negativi. Dal gigante di rame dorato scendono cascate di seta colorata, mentre la gente gira ai suoi piedi accendendo candele di burro e girando le ruote di preghiera.

 

 

Sulla porta di un altro edificio vedo una folla di visitatori. Entro e vedo molti giovani monaci seduti al centro di file di spettatori: i giovani novizi celebrano la conclusione della loro educazione. Indossano le vesti rosse e i berretti gialli dell’ordine della Gelugpa, seduti tra due file di bassi tavolini dove stanno i loro compagni di studio. Al centro c’è l’esaminatore, che avvia un dibattito: pone domande, batte le mani di striscio per spedirle ai difensori. Questi devono ribattere pronti. Sento una straniante familiarità: è una disputa dialettica, un esame filosofico.

 

Ho già assistito a queste dispute rituali in monasteri buddhisti del Ladakh e del Tibet. Sembrano contese recitate: lo sfidante solleva una gamba come un lanciatore di baseball, poi batte una mano – il metodo – sull’altra – la saggezza. Lo studente può rispondere che l’argomento è soddisfacente, o respingerlo. La struttura di questo esame somiglia a quella che si trova fin dal medioevo nelle università europee. Le risposte sono spesso corali, ripetitive, il tutto sembra ridursi a cerimonia – come accade pure, talvolta, da noi – e in effetti intorno ci sono famiglie in abiti buoni che stanno sedute, e girano pentole di zuppe preparate per i lama anziani: la promozione non sembra essere in dubbio. Eppure la matrice dialettica è vistosa, e autentica: ho visto monaci tibetani esercitarsi in coppia al di fuori di queste cerimonie. Non stupisce che la logica buddhista abbia una tradizione secolare ricchissima, in cui i gradi della conoscenza e le forme del ragionamento sono esaminate in dettaglio, in modo parallelo a quanto avveniva nella logica europea.

 

 

Del resto, lo stesso Sakyamuni lasciò un’eredità di sottili argomentazioni che nasceva da una critica delle argomentazioni tradizionali, come quelle di un rispondente che risponde al maestro. L’obiettivo della sua critica era la religione induista del suo tempo: se il panteismo dei brahmani è intriso di ritualità e metafisica, l’ascetismo radicale gli appare una pratica eccessiva. Ciò a cui vuole indurre i discepoli è la comprensione dell’esperienza, che il Buddha propone usando gli stessi termini della tradizione e rovesciandone spesso i significati. Vuole mostrare che i monaci brahmani credevano di sapere cose che non capivano davvero: in un discorso paragona la loro convinzione dell’unità tra anima individuale e Dio a quella di chi ami una bella donna che non ha mai visto, senza sapere chi sia e dove viva.

 

La sua dottrina etica si raggiunge anche mediante una raffinata indagine del linguaggio e dei suoi inganni. Sostiene che nulla è permanente, e che il tentativo di immobilizzare il processo dell’esistenza in «cose», abbinate ai nomi, è associato a una «sete» inestinguibile, alla frustrazione. Indica un cammino di liberazione da questa visione falsa, il cui primo passo è la «retta visione» del contenuto dell’esperienza, cui consegue la graduale eliminazione delle cause di sofferenza. Si presenta come un medico – il chirurgo che rimuove la freccia dalla ferita – il cui scopo è la guarigione: invita a valutare le sue parole in base all’efficacia, senza avvolgersi in inutili difficoltà: «le mie parole sono come un serpente: se le afferrate nel modo sbagliato possono farvi male». Il nirvana non è uno stato mistico di annullamento della coscienza, ma al contrario è la sola piena coscienza delle cose «così come sono».

 

Per questo esercizio di pensiero critico e scettico, lo studioso Robert Gombrich, nel suo Il pensiero del Buddha, lo paragona a un antico filosofo greco. Ripenso a questo paragone tra quei remoti contemporanei greci e indiani del V secolo a.C. quando, leggendo un articolo dopo il mio viaggio, scopro che la lingua mongola del XVII secolo usava la parola nom per indicare la dottrina buddhista: nom, dal greco nomos, «legge», traduceva il sanscrito dharma, secondo un uso che il siriaco aveva ripreso dal greco, il turco dal siriaco, il mongolo dal turco. I significati e le tecniche di ragionamento viaggiano e cambiano veste, come ho fatto io, professore di filosofia, che arrivo qui in un monastero nella steppa e trovo una cerimonia con discussione filosofica, simile a una seduta di laurea.

 

 

Il buddhismo dei mongoli non è soltanto quello di studenti che approfondiscono i manoscritti tibetani. Nelle case non mancano piccoli altari per le offerte, come mi racconta Ikhbayar, un amico di Ulan Bator. Ma le case, lo sappiamo, qui sono un’invenzione recente: i riti propiziatori devono potersi celebrare anche all’aperto. Questa usanza precede l’arrivo del buddhismo. Arrivo all’estremità occidentale della Mongolia, vicino al triplice confine con Cina e Russia, e salgo a contemplare i cinque monti più alti del paese, il massiccio di Tavan Bogd. Sul cammino ripido s’incontrano pascoli di yak, isolati cavalieri, e teschi di ariete. Sopra il passo, che domina sul ghiacciaio all’orizzonte, trovo un altare di pietre ricoperto di nastri colorati. Un padre insegna ai due figli a girare intorno al monumento e gettare semi in segno di offerta. È un ovoo, letteralmente un «cumulo di pietre», che può servire all’orientamento del viandante, ma è anche un altare di tradizione sciamanica, legato alla venerazione di Tengri, il dio-cielo. Dev’essere questa l’origine della credenza nel fatto che se il pellegrino vede scoperte le cime, quasi sempre coperte di nebbia, dovrà prendere questo come un buon augurio. Eppure, gli stessi mucchi di pietre li ho visti in terre buddhiste dell’area himalayana – in Ladakh, in Tibet, in Nepal – e anche in Mongolia, coperti di bandierine degli stessi colori azzurri, ma recanti preghiere buddhiste che il vento disperde per l’aria. È il segno di un incontro spirituale tra diverse tradizioni, su cui non smette di riflettere chi viaggia in queste terre.

 

Ritrovo gli ovoo nel deserto del Gobi, dove già Marco Polo, che passò di qui, segnalò la presenza di «idoli», cioè idolatri. Di che si trattava? Prima del buddhismo, c’era già una visione animista della natura che poteva concretizzarsi nella costruzione di statue e piccoli altari. Ne trovo una nella gola della Yolyn Am, dove si segue un corso d’acqua tra pareti strettissime. Mi fermo a contemplare il mucchio di pietre piramidale, mentre su un sasso vicino al sentiero noto un pika, un piccolo mammifero peloso e sferoidale, con orecchie tonde e muso da coniglio. In alto sulla roccia ripidissima stanno in equilibrio degli stambecchi, che giocano a scontrarsi con i palchi. Arriva un gruppo di mongoli, attendo di vederli onorare le pietre: si mettono a fare dei selfie.

 

Di certo il buddhismo è penetrato fino a questo luogo sconfinato, passando ai piedi delle dune di sabbia quasi liquida di Khongoryn Eis, o alle rupi di roccia rossa di Bayanzag. Nel labirinto di gole scopro l’ingresso di un piccolo complesso di templi e altari, con la residenza di qualche monaco e di una famiglia che lavora per loro. Alcuni scalini collegano tra loro padiglioni e stupa che svettano sulle rocce circostanti. Ci sono un paio di fuoristrada parcheggiati. Una donna mi dà il benvenuto e mi offre dei semi per le offerte. Questo piccolo sito isolato, al riparo dagli elementi e dalle ortodossie, è una mescolanza di simboli: c’è un Buddha bambino dorato tra fiori scarlatti di loto, ma anche un vecchio sapiente scolpito nel legno che ricorda gli immortali cinesi; c’è un Buddha di pietra in meditazione, che contempla il tappeto rosso del deserto, e un cono di rocce e stracci colorati che sa di animismo sciamanico. Quando scendo mi invitano a entrare nel tempietto. Un monaco sta ricevendo una coppia di pellegrini, seduto sotto una statua verde di Tara, dea della misericordia. Sto a guardare il culto ridotto all’ossatura popolare: il mantra minimo, l’oracolo, il consiglio, l’offerta. Fuori c’è l’incertezza disorientante del deserto. Un uomo accende decine di candele e la tenda di scalda. Decido di restare ancora un po’ con i pellegrini.

 

 

L’antica capitale Karakorum fu edificata nel XIII secolo in una valle dove Gengis Khan pochi anni prima aveva stabilito un campo di tende. Oggi di quella città leggendaria, nei pressi dell’anonima e spenta cittadina di Kharkorin, non restano che poche pietre sparse nell’erba, e un museo, dove si legge il documento che il Khan giunto al confine dell’Europa fece arrivare al papa della chiesa di Roma, chiedendogli di riverirlo o subirne l’ira. Nei pressi del sito si trovano i resti restaurati del primo monastero costruito in Mongolia nel 1586, Erdene Zuu. Il luogo è oggi soprattutto un monumento a cielo aperto: non esiste più il campo di gher dove vivevano centinaia di monaci; dei circa cento templi originari, dopo la distruzione ordinata da Stalin, non ne restano che tre, risalenti al XV secolo. Ma in questi si possono ancora ammirare statue intatte di divinità protettrici e bodhisattva, maschere tsam e tangka, tutti oggetti sacri messi in salvo dagli abitanti della zona. Ci sono poi intere pareti dipinte, opere straordinarie da cui si può ricostruire, in una compresenza immaginaria di scene, la vita quotidiana e spirituale dei mongoli dell’epoca.

 

Gli artisti hanno reso questo uno dei monasteri più preziosi della Mongolia, e i turisti entrano e escono dalle sale colorate. Ma io continuo a preferire i monasteri più dimessi e isolati. Vicino a Erdene Zuu, visito il piccolo monastero di Shankh. Qui l’erba invade le scale e i leoni guardiani sembrano dormire per l’assenza di minacce. Convinco un monaco a aprirmi uno dei templi, dove si trovano altri tangka coloratissimi, simili a quelli di Erdene Zuu ma impolverati, che osservo mentre un giovane monaco assonnato mi sorveglia. Quando usciamo risento i sandali del monaco più anziano, che viene a chiudere il portone. Fin dall’inizio è impegnato in una telefonata, che non interrompe. Ho incontrato tanti monaci buddhisti, in Thailandia, Sri Lanka, India, Nepal, Cina, Cambogia, Laos, Myanmar: un tratto che li accomuna quasi tutti è l’uso del telefono cellulare, che nel nuovo millennio riempie le distanze e i silenzi della loro vita.

 

 

Uno degli oggetti che mi attrae a Shankh è il tipico tamburo circolare, solitamente laccato di rosso e giallo, sospeso con la pelle in verticale come un gong. Viene suonato raramente, e questo silenzio lo carica per me di mistero. Ecco un altro segno dell’incontro tra sciamanismo e buddhismo: la forma del tamburo ricorda quella del tamburo sciamanico, tanto che – come ricordava Mircea Eliade ne Lo sciamanismo e le tecniche dell’estasi – si è supposto un prestito culturale. Ma i tamburi esistevano prima di quell’incontro, sia in area indiana, sia in area mongola. Quel che prevale è la differenza, che i buddhisti spinsero fino a pretendere la distruzione delle superstizioni sciamaniche con i loro empi sacrifici animali. Per qualche tempo, cinque secoli fa, le due religioni convissero e si fronteggiarono. Ma la parola religione è nostra; si parlava di «legge», cioè «regola», oppure di «inchino». Si distinguevano non le dottrine ma i principi pratici, il gesto di chi s’inchina di fronte la lama, e chi di fronte allo sciamano.

 

In certi casi ci fu assimilazione, di cui c’è ancora traccia. La studiosa ungherese Ágnes Birtalan – con cui ne parlo alcuni mesi dopo – ha incontrato e intervistato diversi «sciamani neri», che ancora portano il nome di una classe di veggenti denigrata, e «sciamani gialli», che nel loro culto mescolano mantra buddhisti e pratiche divinatorie sciamaniche, come la lettura dei crani animali, indossando abiti gialli come i monaci della Gelugpa. Si tratta di individui ormai rarissimi, solitamente donne. Eppure quella mescolanza ancora si ritrova in forma meno vistosa nella vita dei mongoli, che non sempre badano alla rigorosa opposizione tra le dottrine sottolineata dai sacerdoti. Così il presente sfuma differenze di cui gli storici cercano di rintracciare le origini. Il termine tunguso saman è stato collegato etimologicamente al sanscrito samana, monaco: la parola sarebbe stata importata attraverso un suo calco in mandarino. Per Birtalan questa congettura è infondata: saman deriva da una radice tungusa che indica il sapere. Eppure, non tutti oggi distinguono tra saperi e sapienti. Nella Mongolia di oggi, mentre si forma un futuro incerto di ricostruzione spirituale, e molti giovani emigrano in Corea per lavorare con salari migliori o in Russia e Ungheria per studiare, s’incontrano diverse dottrine. Di fronte ai maestri che ne celebrano i riti, i nomadi ancora si fermano a inchinarsi. Poi riprendono la strada, e io con loro, affrontando il medesimo problema: orientarsi nell’immensità del mondo, riconciliarsi con la sua alterità e le sue incertezze.

 

 

Idee

  • Storico della filosofia (Università di Roma Tre), saggista e romanziere, nel 2023 Paolo Pecere è stato selezionato da «L'Espresso» tra i 10 professori emergenti di area umanistica. Tra i suoi saggi «La filosofia della natura in Kant» (2009) e «Dalla parte di Alice. La coscienza e l'immaginario» (2015), il manuale per i licei «Filosofia. La ricerca della conoscenza» (2018, con R. Chiaradonna) e «Il dio che danza. Viaggi, trance e trasformazioni» (2021). Ha pubblicato due romanzi, «La vita lontana» (2018) e «Risorgere» (2019). In uscita «Il senso della natura. Sette sentieri per la Terra».

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