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Ikkyu all'inferno: Scheletri
Ikkyu all'inferno: Scheletri

Ikkyū all’inferno: Scheletri (1692)

Tempo di lettura: 3 minuti

«Ikkyū è il mio erede legittimo, ma ha modi selvaggi» disse il maestro zen Kasō  nel XIV secolo. E per chi conosce il suo successore designato, quella dichiarazione sembra  un eufemismo. Nel Periodo Tokugawa si diffusero innumerevoli leggende su Ikkyū, ed è quindi difficile distinguere la verità dall’invenzione. Figlio illegittimo dell’imperatore Go-Komatsu, Ikkyū venne abbandonato nel tempio di Ankoku-ji quando era ancora bambino e si avvicinò presto alle correnti più austere del pensiero buddhista. A ventun anni, afflitto dal dolore per la morte del suo primo grande maestro, remò fino al centro del lago Biwa con l’intenzione di annegarsi, ma fu fermato dal fantasma di sua madre. Anni dopo, alla deriva su una barca in un altro lago, udì il richiamo di un corvo e raggiunse l’illuminazione.

Estremista iconoclasta, Ikkyū assunse il nome di Nuvola Folle (Kyōun), compose versi in cui si mescolano riferimenti scritturali e contenuti scatologici, e rifiutò la comodità degli edifici principali del suo monastero per vivere in una capanna a cui diede il nome di Eremo dell’Asino Cieco. Tuttavia, è famoso soprattutto per il suo amore incondizionato per il vino e per le donne, tanto che nelle opere d’arte, viene spesso raffigurato accanto alla cortigiana dell’inferno, Jigoku Dayū, il cui nome gioca con le parole «dayū», il rango più alto delle lavoratrici del sesso nel periodo Edo, e « jigoku», quello più basso, nonché il regno degli inferi.  Secondo una leggenda raccolta nel volume Tutti i documenti dell’illuminazione ubriaca del nostro paese di Santo Kyōden (Honchō Suibodai Zenden, 1809), Jigoku Dayū iniziò il suo cammino di crescita spirituale dopo aver incontrato Ikkyū nel bordello in cui lavorava. I loro ritratti mostrano spesso il monaco con un sorriso inquietante che solleva un teschio sopra la testa della donna.


Meglio rifiutare le ipocrisie dei falsi
devoti che sottomettersi al pensiero
fossilizzato della convenzione.

La sua fama di «santo peccatore», almeno nell’immaginario popolare, ha oscurato le doti artistiche di Ikkyū come suonatore di shakuhachi (flauto di bambù), calligrafo, pittore a inchiostro e scrittore, che emergono invece nell’opera Scheletri (Gaikotsu, ca. 1457), in cui si mescolano poesia e prosa. Arrivata fino a noi in edizioni stampate che potrebbero replicare un suo manoscritto perduto, descrive le visioni di scheletri animati avute da Ikkyū durante una visita a un tempio abbandonato. Le illustrazioni testimoniano il suo umorismo sardonico e giocoso: scheletri che danzano, suonano tamburi, bevono sakè e fanno sesso. Anche nei versi emerge l’irriverenza caratteristica del monaco:

Se una pietra
Basta a ricordare
I morti,
Allora la lapide
Sarebbe più utile come latrina.

Ikkyū visse durante il periodo Muromachi, quando i legami strettissimi tra lo shogunato Ashikaga e i templi di Kyōto portarono alla formazione di una classe monastica agiata, ben lontana dall’ideale ascetico del sangha a cui Ikkyū si dedicava. Come è già stato evidenziato da diversi studiosi, la vita del monaco coincise con un periodo quasi ininterrotto di conflitto  — tra cui la devastante guerra Ōnin — che ridusse Kyōto in rovina, tra scene orribili di violenza e disordini. Per questo, anche se le illustrazioni diano un tono vivace e divertito alle pagine di Scheletri, i testi sono malinconici, densi di riflessioni cupe. In molte delle sue poesie si fa riferimento al Monte Toribe, vero e proprio memento mori per gli abitanti di Kyoto, con i suoi fumi scuri che si levavano verso il cielo ogni volta che avvenivano delle cremazioni. «Quando il respiro si ferma e la pelle del corpo si spezza, non c’è più forma, né alto né basso», scrive Ikkyū, per mettere in guardia i lettori sulla fugacità dell’esistenza e sulla natura illusoria di tutte le cose. Lo stesso concetto viene ripetuto in alcune versioni della storia di Jigoku Dayū, in cui la donna rimane sconvolta nel vedere le ombre spettrali di Ikkyū e di un gruppo di cortigiane che stanno ballando dietro un paravento, come se la loro carne fosse improvvisamente svanita per preannunciare la morte che attende tutti noi.

Col passare del tempo, Ikkyū divenne sempre più disilluso rispetto alle autorità monastiche, così corrotte e mondane. In quest’ottica, le sue eccentricità assumono un significato diverso: meglio rifiutare le ipocrisie dei falsi devoti che sottomettersi al pensiero fossilizzato della convenzione. Con lo pseudonimo Nuvola Folle non voleva esprimere una sincera autovalutazione, ma, come spiega la studiosa di letteratura giapponese Sonja Arntzen, era «un modo per indicare la sua sanità soprannaturale» all’interno di un’istituzione malata sempre più distante dai valori che pretendeva di rappresentare. Nel 1447, disperato per gli intrighi e le rivalità nel suo monastero di origine, Ikkyū si ritirò in montagna con l’intenzione di lasciarsi morire di fame. Questa volta non fu salvato dalla madre defunta, ma da un cugino in vita, un lontano parente che nel frattempo era salito sul Trono del Crisantemo. La leggenda narra che questo cugino inviò un emissario a supplicare Ikkyū di desistere per il bene dell’anima della nazione — si potrebbe supporre, sovrapponendo corpo dell’individuo  e corpo politico, che l’imperatore intendesse anche per il bene della sua stessa anima.

Idee

  • Erica X Eisen collabora con The Washington Post, The Guardian, The Baffler, n+1, The Boston Review, AGNI e altri giornali. Ha conseguito una laurea in Storia dell'Arte e dell'Architettura presso l'Università di Harvard con specializzazione sull'arte giapponese e un master in Storia dell'Arte Buddhista e Conservazione presso il Courtauld Institute of Art. È redattrice per Hypocrite Reader. I suoi interventi sono consultabili su www.ericaxeisen.com.

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