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Buddha biography particolare. FOTO: MARK ALLON

I più antichi manoscritti buddhisti in gāndhārī nel Museo di Islamabad

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In un articolo che ho pubblicato sulla rivista TAASA Review poco più di vent’anni fa, intitolato Nuovi manoscritti buddhisti dall’antico Gandhāra (titolo originale New Buddhist Manuscripts from Ancient Gandhara, Allon 2003), ho esaminato alcune delle più importanti raccolte di manoscritti buddhisti in gāndhārī e in sanscrito, scoperte in Afghanistan e Pakistan a partire dai primi anni ’90 (si veda anche Allon 2008). Attraverso il commercio di antichità, queste opere sono entrate a far parte di collezioni pubbliche e private in Gran Bretagna, Europa, Nord America e Giappone. Da allora, in diversi paesi sono apparse altre collezioni contenenti questo genere di manoscritti, che rappresentano, per gli eredi dell’antico popolo del Gandhāra che li produssero, una perdita rilevante del loro patrimonio culturale.

I più antichi fra questi manoscritti sono rotoli di corteccia di betulla che racchiudono testi in lingua gāndhārī scritti in alfabeto kharoṣṭhī. Questi documenti, databili approssimativamente dal I secolo a.C. al III secolo d.C., rappresentano i più antichi manoscritti buddhisti e sud asiatici finora scoperti. Includono una grande diversità e tipologie di testi che sono d’inestimabile valore per lo studio dello sviluppo del pensiero e della pratica buddhista, per la storia del buddhismo nell’antico Gandhāra (Pakistan settentrionale e Afghanistan orientale) e più in generale in Asia, per la trasmissione del buddhismo nell’Asia centrale, Cina e per lo studio delle lingue e della letteratura buddhiste, inclusa la formazione del Canone.

Questi manoscritti forniscono esempi di testi che prima erano sconosciuti e una testimonianza molto precoce di testi noti in altre lingue. Sono anche di grande importanza per la ricerca storico-artistica, poiché gli storici dell’arte del Gandhāra non hanno avuto finora fonti testuali locali che illustrino le storie raffigurate nella produzione artistica di questa regione. Queste opere sono state giustamente definite come: i rotoli del Mar Morto del Buddhismo.

Buddha biography particolare. FOTO: MARK ALLON

Nel 2017 un piccolo gruppo internazionale di studiosi di gāndhārī tra cui Richard Salomon, Collett Cox e Joe Marino (Università di Washington, Seattle), Paul Harrison (Stanford University), Ian McCrabb e io stesso (Università di Sidney) siamo venuti a conoscenza di un’altra importante collezione di manoscritti buddhisti in lingua gāndhārī presente in Pakistan e destinata a lasciare il paese. Per diversi anni, abbiamo lavorato per far in modo che questa collezione rimanesse in Pakistan e il 26 dicembre 2022, con il supporto della Khyentse Foundation, è stata donata all’Islamabad Museum, che è sotto la giurisdizione del Dipartimento (federale) di archeologia e musei (Federal Department of Archaeology and Museums, DOAM) di Islamabad. Inoltre, anche due rotoli di questa collezione, che personalmente ho salvato dall’esser dispersi nel mercato antiquario di Londra e poi ho fatto conservare in modo professionale a Sidney, ora sono stati rimpatriati in Pakistan in base ad accordi con il DOAM (cfr. Boland 2021). Contemporaneamente, è stato stipulato un accordo tra il DOAM e l’Università di Sidney per la conservazione, la riproduzione, lo studio e la pubblicazione di questi manoscritti da parte dei membri del Gandhari Manuscript Project (GMP) dell’Università di Sidney, ossia un gruppo internazionale di studiosi competenti nella letteratura buddhista, le lingue, la storia, l’arte, l’archeologia e l’epigrafia dell’antico Gandhāra, nonché in discipline umanistiche digitali, in gestione e curatela dei musei. Per la definizione di quest’accordo USYD-DOAM, ho lavorato a stretto contatto con l’Alto Commissariato australiano a Islamabad e l’Alto Commissariato pakistano a Canberra.

La collezione del Museo di Islamabad è formata da una serie rotoli di corteccia di betulla e di frammenti contenenti testi buddhisti in lingua gāndhārī e in alfabeto kharoṣṭhī. Uno fa eccezione riportando un testo in gāndhārī su un lato e uno in sanscrito sull’altro. Sebbene la collezione debba ancora essere ancora completamente conservata, una stima approssimativa di 50-60 rotoli o frammenti di essi, la renderebbe la più grande raccolta di manoscritti gāndhārī nota fino ad oggi. Sulla base di uno studio preliminare della paleografia e della lingua di alcuni manoscritti selezionati e sui risultati della datazione rilevata da un’analisi al radiocarbonio di alcuni campioni testuali, è probabile che questi esemplari siano datati tra il I secolo a.C. e il II secolo d.C., anche se alcuni potrebbero non rientrare in questo arco temporale.

L’ampia varietà di tipologie testuali fornisce un’ulteriore testimonianza della ricca cultura letteraria buddhista del Gandhāra. Alcuni hanno paralleli conservati in altre lingue, come la pāli, il sanscrito, il cinese e il tibetano, ma la maggior parte non sembra possedere dei testi corrispondenti. Molti sembrano essere composizioni locali, non testi tradotti in gāndhārī sulla base di opere composte altrove. Studi iniziali suggeriscono che la collezione conservi dei testi che vanno da una fase più antica della letteratura buddhista fino ad altri che sono probabilmente stati composti in un periodo più vicino alla data a cui sono riconducibili i manoscritti stessi.

Quelli rappresentativi della fase iniziale della letteratura buddhista sono una parte sostanziale di ciò che nella tradizione pāli è noto come il Capitolo degli Otto (Aṭṭhakavagga), una sezione del canonico Suttanipāta, e una porzione delle regole disciplinari dei monaci (Prātimokṣa): essi rappresentano i primi esempi di questi testi in lingua gāndhārī. Invece, esempi di opere di periodi successivi, la maggior parte delle quali prive di paralleli, sono i commentari e diversi testi in versi, tra cui uno che fa riferimento al famoso monaco Nāgasena, le cui discussioni con il re indo-greco Menandro sono raccolte nelle Domande del re Milinda (Milindapañha) in lingua pāli e cinese. Un altro testo descrive il periodo finale della vita del Buddha e la sua morte; vi è anche un’esposizione sulla rabbia, le sue conseguenze negative e i benefici che derivano dall’abbandono della stessa (Butcher 2020).

Rotolo non conservato, corteccia di betulla, circa 15 cm, Museo di Islamabad, Pakistan. Foto: Mark Allon.

Particolarmente interessante è un’altra biografia del Buddha in versi che non ha eguali in altre lingue e sembra essere una composizione locale Gandhāra (Salomon 2021). L’aspetto di tale biografia è in accordo con ciò che sappiamo dell’arte di questa regione, è particolarmente ricca di raffigurazioni di episodi della vita del Buddha. Tre versi che ritraggono il serpente nāga Kaḍa che incontra il bodhisattva (cioè il Buddha prima del suo risveglio) mostrano il carattere di questo testo:

Allora egli [il serpente nāga Kaḍa] vide il Buddha seduto, adorato dagli dèi … Poi si alzò dalla sua dimora, quell’eccellente nāga, con un cuore deliziato. Facendo un añjali [gesto di rispetto], lodò l’essere eccellente, il miglior essere umano. Non vuoi [?] essere un buddha supremo? (sulla base di Salomon 2021: 385-8).

Un’altra opera interessante (di cui io e Richard Salomon stiamo preparando la pubblicazione) che  probabilmente è anch’essa una composizione locale del Gandhāra, è un testo di lode in versi (stotra) che descrive l’equanimità del Buddha di fronte sia al piacere che al dolore. Di seguito la nostra traduzione provvisoria:

 E anche quando (la cortigiana) Āmrapāli visitò il Conquistatore [ossia il Buddha],

(e anche) i Licchavi con un’assemblea di molte centinaia di uomini, simili agli dèi,

e anche quando l’esercito mostruoso di Māra visitò (il Buddha)

‒ allo stesso modo la mente di colui che si è scrollato di dosso le passioni [cioè il Buddha] non fece fatto distinzioni.

La collezione di Islamabad conserva anche parti di diversi celebri testi Mahāyāna, come il Discorso sul re delle concentrazioni/meditazioni (Samādhirāja-sūtra) e il Discorso sulla meditazione dell’incontro diretto con i Buddha del presente (Pratyutpanna-saṃmukhāvasthita-buddha-samādhi-sūtra) (Harrison et al. 2018). Questi manoscritti forniscono le prime testimonianze indiane di questi testi che sarebbero diventati preminenti in Asia orientale e in Tibet, anticipando di molti secoli le prime traduzioni cinesi e tibetane. Altre opere Mahāyāna non hanno paralleli noti, come un trattato scolastico che potrebbe essere stato scritto dallo stesso scriba. Vi è anche un libro mastro monastico che elenca i doni attribuiti al re Kushan Vima Kadphises con il loro valore (Allon 2019). Si tratta del primo esempio noto di un documento amministrativo monastico ed è particolarmente significativo perché questo celebre re Kushan non fu mai rinomato prima come un sostenitore del buddhismo.

Sebbene siamo stati in grado di leggere alcuni dei manoscritti di questa collezione, la maggior parte deve ancora essere conservata e riprodotta. L’Islamabad Museum non dispone di un laboratorio di conservazione per dei manoscritti, pertanto il nostro primo compito è stato quello di costruirne uno. Una volta completato, inizierà la conservazione di queste opere. Questo lavoro altamente qualificato sarà guidato da consulenti con una vasta esperienza nella conservazione di manoscritti e di documenti antichi. Data la dimensione della collezione e la natura delicata della conservazione di tali antichi testi, il lavoro potrebbe richiedere anche un anno per essere completato e includere workshop per formare restauratori pakistani nella conservazione di queste opere, competenza attualmente carente in questo paese.

Nella prima fase di questo importante progetto sono inclusi anche il supporto per le strutture curatoriali per i manoscritti conservati nel Museo. Questa porzione del progetto è stata finanziata dalla Khyentse Foundation, dal Dhammachai International Research Institute (DIRI) e dal progetto Hidden Stories finanziato dalla Melon Foundation presso l’Università di Toronto, in Canada. Non appena completato lo studio iniziale e l’identificazione dei manoscritti conservati saranno pubblicati anche un catalogo e uno studio iniziale della collezione.

Il progetto di conservazione e sistemazione di questi manoscritti presso l’Islamabad Museum ha degli aspetti molto vantaggiosi per il Pakistan. Si crea un precedente per l’inversione dello scenario comune in cui tali materiali vengono portati fuori dal paese come parte del commercio di antichità e si costituisce una base per il rimpatrio in Pakistan di manoscritti che sono stati portati fuori dal paese. Infatti, lo spazio di conservazione che stiamo costruendo presso l’Islamabad Museum e la formazione di restauratori pakistani consentiranno a questo paese di conservare altri manoscritti antichi. Infine, la collezione costituirà un supporto per la formazione di studenti pakistani nelle lingue richieste per leggere, studiare e pubblicare queste opere. A tal fine, Jason Neelis (Wilfrid Laurier University, Canada), membro del progetto, e io stiamo lavorando con studiosi della Quaid-i-Azam University di Islamabad e della Punjab University di Lahore per stabilire programmi completi di insegnamento delle lingue gāndhārī e sanscrita presso le loro Università.

Museo di Islamabad, Pakistan.

La seconda fase del progetto, per la quale stiamo ancora cercando dei finanziamenti, comporterà la pubblicazione accademica di questi importanti manoscritti buddhisti e la loro messa a disposizione per un pubblico più vasto, in particolare attraverso la loro digitalizzazione e rendendoli accessibili alle comunità pakistane per le quali questi manoscritti rappresentano il loro patrimonio culturale. Ciò includerà la messa a disposizione di materiali selezionati in urdu e pashtu, le due lingue principali della regione. A questo scopo, abbiamo sviluppato una piattaforma e sofisticati strumenti per la pubblicazione digitale di questi manoscritti e altro materiale testuale, tra cui il recente lancio del Journal of Gandhāran Buddhist Texts completamente digitale e i cui articoli sono sottoposti a revisione accademica, con sede presso l’Università di Sidney (si vedano i link di seguito). Come discusso nel nostro recente articolo TAASA Review (Allon, McCrabb e Skinner 2023), abbiamo anche sviluppato strumenti digitali per lo studio dell’arte del Gandhāra e la valorizzazione delle esposizioni museali.

Oltre all’interesse degli studiosi, le comunità buddhiste in tutto il mondo hanno espresso grande attenzione per questi straordinari ritrovamenti di manoscritti, desiderando vederli conservati, pubblicati e resi disponibili al grande pubblico. Ciò è dimostrato dal finanziamento della prima fase del nostro Gandhari Manuscript Project da parte delle due fondazioni buddhiste già menzionate. Il loro sostegno riflette il riconoscimento dell’importanza di queste scoperte per la comprensione della storia del pensiero, della pratica e della letteratura buddhista, e in particolare perché forniscono le prime testimonianze dei testi che onorano.

Collegamenti

Riferimenti

Allon, Mark, 2003. ‘New Buddhist Manuscripts from Ancient Gandhāra.’ TAASA Review 11.4, pp. 8-10.

Allon, Mark, 2008. ‘Recent Discoveries of Buddhist Manuscripts from Afghanistan and Pakistan and their Significance.’ In Ken Parry, ed., Art, Architecture and Religion Along the Silk Roads. Silk Road Studies 12, pp. 153-178. Turnhout: Brepols.

Allon, Mark, 2019. ‘A Unique Gāndhārī Monastic Ledger Recording Gifts by Vima Kadphises (Studies in Gāndhārī Manucripts 2).’ Journal of the International Association of Buddhist Studies 42, pp. 1-46.

Allon, Mark, Ian McCrabb, and Michael Skinner, 2023. ‘Digital Engagement and Scholarship: The Case of the Year 5 Buddha Triad, a Gandharan Masterpiece.’TAASA Review 32.1, cover and pp. 22-23.

Boland, Michaela, 2021. ‘Academic Tussle as Ancient Relics from Black Market Brought into Country.’Sydney Morning Herald, 20 February 2021.

Butcher, Michael, 2020. The Emotionology of Anger in Early Buddhist Literature: Through the lens of a Gānhārī Verse Text. PhD dissertation. University of Washington.

Harrison, Paul, Timothy Lenz and Richard Salomon, 2018. ‘Fragments of a Gāndhārī Manuscript of the Pratyutpannabuddhasaṃmukhāvasthitasamādhisūtra (Studies in Gāndhārī Manuscripts 1)’ Journal of the International Association of Buddhist Studies 41, pp. 117-43.

Salomon, Richard, 2021. ‘New Biographies of the Buddha in Gāndhārī (Studies in Gāndhārī Manuscripts 3).’ Journal of the International Association of Buddhist Studies 44, pp. 355-401.

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