le
anime
dei morti
riposano nei ricci
di castagna, non vogliono
essere disturbate e pungono
gli intrusi che tentano
di risvegliarle.
lasciateci
in pace
Se provate a chiedere ad un bambino quali alberi conosce, quali nomi di alberi vi farà un suo piccolo elenco e probabilmente spunterà il nome del castagno. E questo nonostante il castagno non faccia parte degli alberi del giardino della scuola e non è nemmeno un albero che si possa incontrare facilmente nei parchi cittadini: l’acero, l’olmo, il faggio, l’ippocastano, il ciliegio, il pino, il noce, il pioppo, ad esempio, sono alberi ben più frequenti e diffusi. Eppure il castagno viene sempre fuori: grazie alle sue foglie, ma ancor più ai ricci e ai frutti. Sebbene i tempi d’oro dei venditori di caldarroste siano tramontati – da bambino ne ricordo uno in ogni angolo di strada, nella Bergamo dove andavo a passeggiare di domenica, e poi da ragazzo, a Milano e a Torino o a Firenze – è certo che da bambini gli alberi che ti possono nutrire con frutti gustosi sono particolarmente apprezzati, probabilmente più di altri. E questo potrebbe oltremodo suggerire qualcosa della natura umana…
Molti sono i boschi di castagno che resistono sui rilievi alpini e appenninici, piantati spesso dai monaci che andavano a edificare i propri luoghi lassù, nei boschi, nelle selve, distanti dai centri urbani, o dagli abitanti delle comunità alte, che capirono ben presto l’utilità della castanicoltura. Ma dove si trovano i grandi castagni ultrasecolari? E quanto possono vivere i castagni? Cercheremo di imbastire qualche risposta.

Prima di tutti i castagni più annosi del mondo possono superare i duemila anni di età. Certe stime ipotizzano addirittura i tremila anni, come avviene per i “castanodonti” come mi diverto a chiamarli, presenti nei fertilissimi terreni tremolanti sui versanti medi dell’Etna. Nella seconda metà dell’Ottocento un flusso di turisti europei ha iniziato a visitare le zone dell’entroterra catanese per ammirare quei maestosi alberi che diverse pubblicazioni internazionali mostravano nei disegni e nelle incisioni di Pierre Eugene Grandsire e Hubert Clerget, eseguite partendo dalle fotografie di Paul Berthier, inviato a documentare gli scenari e la distruzione causata dalle eruzioni del vulcano siciliano avvenuta nel 1865. Nerissimi scheletri arborei panciuti e goticheggianti, colti nella loro maestosa grandiosità, di fronte ai quali o tra i cui tronchi si miniaturizzavano signorotti locali, o meglio contadini, signorinelle coi cestini e dai piedi nudi, pastori con qualche animale: in queste chine venivano sussurrati i confini di un mondo arcaico, così come ad esempio sui monti del Libano, nelle Indie orientali, sulle isole Canarie, o ovviamente oltreoceano, archeologia sociale di realtà rimaste intatte o pittoresche, come piacevano ai viaggiatori continentali provenienti dalle capitali.
I grandi alberi delle province, superstiti di un mondo che nel corso dei secoli era stato modellato dalle attività umane, sono ancora tra noi, e dopo un minimo abbandono dovuto alle dinamiche di due guerre mondiali e alle necessità della ricostruzione, la diffusione di idee nuove quali l’ecologia e il protezionismo ambientale, li hanno visti diventare protagonisti di un modo nuovo di considerare la stessa presenza dell’uomo nel mondo, passando da quella visione generale schematizzata nell’uomo al centro del creato, e dunque di tutte le creature e gli ecosistemi del pianeta, il preferito della divinità, alla visione del circolo dove tutte le specie sono equiparate, uomo compreso. La nascita dei primi parchi nazionali, in Italia dal 1922 in poi, la crescente popolarità dell’azione di WWF, Lipu, Pro Natura, Pro Arbora, Legambiente, Lega contro la caccia, Greenpeace e le prime leggi sul protezionismo di alberi annosi e monumentali, avvenuta tra gli anni Settanta del XX e i primi del XXI secolo, addirittura partiti politici ambientalisti, hanno portato all’attuale situazione: oltre 4200 alberi protetti in tutta Italia, decine di parchi nazionali e regionali e provinciali e speciali a difesa di biomi, specie ed ecosistemi.

Se dunque focalizziamo sul nostro Google Maps l’Etna o, per la precisione, i comuni confinanti di Sant’Alfio e Mascali, vedremo a poche centinaia di metri il Castagno detto dei Cento Cavalli e il Castagno detto della Nave o di Sant’Agata. Il primo è un ensemble di tre castagni giganteschi, di quel che resta dei loro legni consunti, sostenuti dalla medesima antica radice, probabilmente ben più vecchia degli alberi visibili, poiché ai castagni può capitare quel che accade agli ulivi, ovvero che i tronchi scompaiano e le radici non muoiano, e così l’albero ricomincia a crescere, a irrobustire, a occupare spazio nel mondo. Alcune stime parlano di una radice vecchia 3600 anni, dei tronchi di duemila dalle dimensioni ragguardevoli, con circonferenza pari a 10, 23 e 23.6 metri. Gibbosità solitaria è invece il castagno di Sant’Agata, visibile da una strada che conduce a Mascali, oltre un cancello: bimillenario, 22 metri la circonferenza del tronco.
La prima volta che li vidi, vent’anni fa, l’area sembrava una via di mezzo tra un paese spopolato e abitato distrattamente da coloro che erano rimasti. L’ultima volta che ci sono tornato, tre anni fa, le case sono state ristrutturate, le tavole informatiche che accompagnano il grande albero, anzitutto il Cento Cavalli, sono state rifatte, addirittura un edificio in legno per poterlo ammirare dall’alto, e d’intorno un bar dei Cento Cavalli, diverse taverne ristoranti e alberghi dei Cento Cavalli; un tempo era un corpo stanco, presente nel suo paesaggio in attesa di un crollo finale, oggi appare invece un potente richiamo, un emblema, un simbolo, di fatti ci sono viaggiatori da tante parti del globo e dello Stivale che vengono a salutarlo. Il mondo cambia pur restando sempre lo stesso.
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