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Pilastro di Ashoka, c. 279-232 a.C., Vaishali, IndiaCredit: Rajeev Kumar, CC: BY-SA 2.5

I pilastri di Ashoka

Tempo di lettura: 6 minuti

Un re buddhista

Che succede quando un potente sovrano adotta una nuova religione che è in contraddizione con il modello di vita in cui è nato? E se questo cambiamento avviene durante il periodo di massimo splendore del suo regno, proprio quando le cose stanno andando per il verso giusto? E poi, come si fa a trasmettere la notizia in un’ampia regione geografica con migliaia di abitanti?

Il re Ashoka, che con ogni probabilità si convertì presto al buddhismo, decise di risolvere questi problemi erigendo dei pilastri che svettavano nel cielo per circa 15 metri.

I pilastri furono innalzati in tutta la regione di Magadha, nel nord dell’India, che si era affermata come centro del primo impero indiano, la dinastia dei Maurya (322-185 a.C.).  Oltre al messaggio della compassione buddhista, su questi pilastri erano riportati anche i meriti del re Ashoka.

Terzo imperatore della dinastia Maurya, Ashoka (si pronuncia Ashoke), che regnò dal 279 a.C. al 232 a.C. circa, fu il primo sovrano ad accettare il buddhismo nonché il primo grande mecenate dell’arte buddhista.[1] Ashoka si convertì improvvisamente al buddhismo dopo aver assistito alla carneficina causata dalla conquista del villaggio di Kalinga. Adottò gli insegnamenti del Buddha detti le Quattro Nobili Verità, ovvero il Dharma (la legge):

La vita è sofferenza (sofferenza=rinascita)

la causa della sofferenza è il desiderio

la causa del desiderio deve essere superata

quando il desiderio viene superato, non c’è più sofferenza (sofferenza=rinascita).

Chi comprende appieno le Quattro Nobili Verità è in grado di raggiungere l’Illuminazione, ponendo fine al samsara, il ciclo infinito di nascite e rinascite. Ashoka si impegnò anche a seguire le Sei Perfezioni Cardinali (le Paramita), codici di condotta introdotti dopo la morte del Buddha che davano istruzioni ai praticanti buddhisti affinché seguissero una pratica incentrata sulla compassione. Ashoka non impose a tutti gli abitanti del suo regno di diventare buddhisti e il buddhismo non divenne la religione di stato, ma grazie al sostegno del sovrano si diffuse ampiamente e con rapidità.

I pilastri

Pilastro della capitale di Ashoka a Vaishali, Bihar, India, 250 a.C. circa (foto: mself, CC BY-SA 2.5)

Uno dei primi progetti artistici di Ashoka prevedeva di erigere i pilastri che ancora oggi sono sparsi nell’antico territorio dell’impero mauryano. I pilastri hanno un’altezza che varia dai 12 ai 15 metri. Sono ricavati da due diversi tipi di pietra: uno per il fusto e l’altro per il capitello. Il fusto era quasi sempre ottenuto da un unico blocco. I lavoratori tagliavano e trascinavano la pietra dalle cave di Mathura e Chunar, situate nella parte settentrionale dell’India entro i confini dell’impero di Ashoka. Ogni pilastro pesa circa 50 tonnellate. Solo 19 dei pilastri originali si sono conservati e molti sono ridotti in frammenti. Il primo pilastro fu scoperto nel XVI secolo.

Loto e leone

L’aspetto fisico dei pilastri illustra la dottrina buddhista. La maggior parte dei pilastri era sormontata da sculture di animali. Ogni pilastro inoltre è sormontato da un fiore di loto capovolto, che è il simbolo più diffuso del buddhismo (un fiore di loto sorge dall’acqua fangosa e fiorisce incontaminato sulla superficie: il loto è pertanto un simbolo della pratica spirituale, che permette di affrontare le difficoltà della vita quotidiana e il ciclo infinito di nascite e rinascite, e di raggiungere l’Illuminazione, ovvero il sapere che conduce alla liberazione dal samsara, grazie alla pratica delle Quattro Nobili Verità). Questo fiore e gli animali che lo sormontano formano il capitello, la parte superiore della colonna. La maggior parte delle colonne è sormontata da un leone o da un toro in posizione seduta o eretta. Il Buddha apparteneva al clan degli Shakya, i leoni. Il leone, in molte culture, indica anche dignità regale o posizione di comando. Gli animali sono sempre a tutto tondo e scolpiti in un unico pezzo di pietra.

Pilastro di Ashoka a Lumbini, in Nepal, il luogo di nascita del Buddha (foto: Charlie Phillips, CC: BY 2.0)

Gli editti

Su alcuni pilastri erano incisi degli editti (proclami).  Questi editti sono stati tradotti negli anni ’30 del XIX secolo. A partire dal XVII secolo, sono stati ritrovati in tutto 150 editti di Ashoka incisi nella pietra e sulle pareti delle grotte, oltre che sui pilastri, destinati a delimitare il suo regno, che si estendeva in tutta l’India settentrionale e a sud, oltre all’altopiano centrale del Deccan e alle aree oggi conosciute come Nepal, Pakistan, Bangladesh e Afghanistan. Le lapidi e i pilastri venivano collocati lungo le rotte commerciali e nelle città di confine, dove gli editti potevano essere letti dal maggior numero di persone possibile. Venivano anche eretti in luoghi di pellegrinaggio come Bodh Gaya, il luogo dell’Illuminazione di Buddha, Sarnath, il luogo del suo primo sermone e Sanchi, dove si trova il Mahastupa, il Grande Stupa di Sanchi (uno stupa è un tumulo funerario per una persona illustre. Alla morte del Buddha, dopo la cremazione, le sue ceneri vennero suddivise e sepolte in diversi stupa. Questi stupa divennero luoghi di pellegrinaggio per i praticanti buddhisti).

Su alcuni pilastri sono state apposte anche delle iscrizioni dedicatorie, che permettono di datarli con certezza e indicano Ashoka come patrono. La scrittura utilizzata è il Brahmi, la lingua da cui si sono sviluppate tutte le lingue indiane. Alcuni editti ritrovati nella regione occidentale dell’India sono scritti in una lingua strettamente correlata al sanscrito e un pilastro in Afghanistan è iscritto sia in aramaico che in greco, a dimostrazione del desiderio di Ashoka di raggiungere le diverse culture del suo regno. Alcune iscrizioni sono di argomento laico. Ashoka esprime rammarico per il massacro di Kalinga e assicura al popolo che ora ha in mente solo il loro benessere. Alcune celebrano le opere di bene compiute da Ashoka, sottolineando il suo desiderio di prendersi cura del suo popolo.

Il periodo

Pilastro di Ashoka su un rilievo del Mahastupa di Sanchi, porta nord (torana), III sec. a.C. (foto: Nandanupadhyay, CC: BY-SA 3.0)

I pilastri (e gli stupa) furono creati nel periodo della prima fase di sviluppo del buddhismo, datata approssimativamente dal VI secolo al I secolo a.C., in cui non furono realizzate immagini del Buddha. Il ricordo del Buddha storico e dei suoi insegnamenti era considerato sufficiente per sostenere i praticanti. Ma diversi simboli divennero popolari come sostituti delle sembianze umane del Buddha. Il loto, come già detto, è uno di questi. Il leone, tipicamente presente sui pilastri di Ashoka, è un altro. La ruota (cakra) è un simbolo sia del samsara, il cerchio infinito delle nascite e delle rinascite, sia del Dharma, le Quattro Nobili Verità.

Perché il pilastro?

Ci sono alcune ipotesi sul perché Ashoka abbia utilizzato il pilastro come veicolo per comunicare il suo messaggio buddhista. È molto probabile che degli artisti persiani siano giunti nell’impero in cerca di lavoro e abbiano portato con sé la forma del pilastro, che era comune nell’arte persiana. Ma è anche probabile che Ashoka abbia scelto il pilastro perché era già una forma d’arte indiana consolidata. Sia nel buddhismo che nell’induismo, il pilastro simboleggia l’axis mundi (l’asse su cui ruota il mondo).

I pilastri e gli editti rappresentano la prima testimonianza materiale della religione buddhista. Le iscrizioni attestano il credo buddhista di Ashoka e testimoniano il suo desiderio di diffondere il Dharma in tutto il suo regno. Gli editti non dicono nulla sugli aspetti filosofici del buddhismo e alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che questo dimostri una comprensione piuttosto semplice e ingenua del Dharma da parte di Ashoka. Ma, come osserva il Ven S. Dhammika, l’obiettivo di Ashoka non era di illustrare le verità del buddhismo, bensì di informare il popolo delle sue riforme e di incoraggiarlo a vivere una vita giusta. Gli editti, grazie alla loro collocazione strategica e alla loro formulazione del Dharma buddhista, contribuiscono a evidenziare il ruolo di Ashoka come leader tollerante.

L’editto n. 6 è un buon esempio:

Così parla l’Amato degli Dei: «Dodici anni dopo la mia incoronazione iniziai a far scrivere editti sul Dhamma per il benessere e la felicità del popolo e affinché, non trasgredendoli, crescessero nel Dhamma. Pensando: “Come si può garantire il benessere e la felicità del popolo?”. Dedico la mia attenzione ai miei parenti, a coloro che vivono lontano, in modo da condurli alla felicità e poi agisco di conseguenza. Faccio lo stesso per tutti i gruppi. Ho onorato tutte le religioni con vari riconoscimenti. Ma ritengo che la cosa migliore sia incontrare le persone singolarmente».

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