Tutto ciò che sorge è destinato a trasformarsi e a dissolversi. Da questa evidenza, che la termodinamica descrive nei termini dell’entropia, Drew M. Dalton trae una conclusione radicale: se ogni forma di vita è inevitabilmente destinata alla dissipazione e alla distruzione, la realtà stessa non è neutrale, ma ostile, e il bene consiste nel resistere a questo annichilimento.
Il confronto con il buddhismo è tanto immediato quanto problematico. L’impermanenza (anitya), la sofferenza (duḥkha) e l’originazione dipendente (pratītyasamutpāda) descrivono un mondo in cui nulla permane e ogni esistenza dipende da innumerevoli processi di trasformazione. Ma da questa condizione l’insegnamento del Buddha non ricava una condanna morale dell’universo. Riconoscere la sofferenza non significa attribuire alla realtà una natura malvagia: la sofferenza nasce piuttosto dal modo in cui ci aggrappiamo a ciò che, per sua natura, non può restare immutato. Ed è proprio su questo punto che il provocatorio pessimismo radicale di Dalton può essere interrogato da una prospettiva buddhista: la compassione è una forma di resistenza alla natura delle cose, oppure un modo di abitarne consapevolmente la precarietà?
La realtà non è come pensi. Non è il fondamento del nostro sereno fiorire. Non è una risorsa che si rinnova senza fine, né qualcosa che, se non fosse per il nostro continuo intervento e per i nostri consumi sconsiderati, continuerebbe a schiudersi in un avvenire armonioso. La verità è che la realtà non è per nulla benevola. Non diversamente da tutto ciò che esiste – stelle, microbi, petrolio, delfini, ombre, polvere e città – non siamo altro se non vasi destinati a finire senza sosta nel tempo in mille pezzi, finché non rimarrà più nulla da mandare in frantumi. Questo, secondo le conclusioni a cui gli scienziati sono giunti negli ultimi due secoli, è l’orrore silenzioso che scandisce l’esistenza.
La rivoluzione della termodinamica può sembrare un retaggio del passato – un capitolo chiuso della scienza ottocentesca – ma gli effetti di questa nuova consapevolezza hanno tuttora un effetto sulle nostre vite. Le ricadute metafisiche della rivoluzione copernicana hanno impiegato secoli per dispiegarsi appieno, e noi non abbiamo ancora compreso fino in fondo le conseguenze filosofiche ed esistenziali del decadimento entropico. Non siamo ancora riusciti a concepire la realtà per quello che è davvero. I filosofi, invece, continuano ad aggrapparsi a un’idea antica dell’Universo, secondo cui tutto cresce e si sviluppa senza soluzione di continuità. Secondo questa visione, l’esistenza è buona. La realtà è buona.
Ma che forma assumerebbero la nostra metafisica e la nostra etica, se scoprissimo che la realtà opera contro di noi?
A quanto pare, la vita prospera sulla Terra. Nella vastità del tempo evolutivo, sembra che gli esseri viventi si siano orientati verso una maggiore complessità, una maggiore diversità e una maggiore abbondanza. Dagli organismi unicellulari si sono sviluppate dense comunità batteriche. I trilobiti hanno sviluppato occhi composti con lenti cristalline di calcite. I cervelli animali si sono divisi in due emisferi, aprendo nuove frontiere del pensiero. Anche dopo le cinque estinzioni di massa che hanno travolto il pianeta, la vita è tornata più volte, ramificandosi in variazioni innumerevoli di forma e funzione, in un incessante dispiegamento di novità. A ben vedere, questa «creatività» della vita possiamo trovarla dappertutto: nelle erbacce che si fanno strada tra le crepe dei marciapiedi cittadini, nell’odore della terra bagnata quando spuntano i funghi, nei suoni emessi dai bambini che imparano a parlare.
Queste immagini della vita sul pianeta sembrano suggerire che in tutto questo mutamento vi sia una logica: l’Universo non è statico ma sempre in divenire, sempre in movimento verso nuovi ordini, nuove complessità, nuove forme di vita e di pensiero. Questa visione della realtà come qualcosa di generativo – che muta senza sosta a vantaggio dello sviluppo di tutte le sue produzioni – ha dominato la filosofia occidentale fin dai suoi inizi. È al cuore della nostra metafisica – la scienza speculativa che studia che cosa significa essere – delle nostre intuizioni etiche e dei nostri ideali estetici. Di fatto, da Platone in poi, i filosofi hanno generalmente convenuto che vivere bene significa accordarsi con l’ordine razionale del cosmo. «Vivi secondo natura», esorta Marco Aurelio nelle Meditazioni. Per questi pensatori, la natura è una guida etica per le nostre azioni ed è la stella polare dei nostri ideali estetici, perché incarna qualcosa di buono.
Oggi, nel XXI secolo, questa immagine dell’Universo orienta ancora il modo in cui pensiamo di dover vivere. Alimenta i nostri scrupoli morali di fronte al cosiddetto Antropocene, cioè l’idea che il nostro pianeta sia stato alterato in modo radicale dall’azione umana. Motiva i nostri tentativi di elaborare politiche ambientali «sostenibili» e nutre le nostre fantasie su un «ritorno alla natura». Pensiamo che tutto ciò che è andato storto si potrebbe rimettere a posto, se solo riuscissimo a trovare un modo di vivere attenendoci all’ordine dell’esistenza, puramente creativo e intrinsecamente benevolo.
Purtroppo, però, queste convinzioni e queste aspirazioni, così a lungo condivise, non sono più sostenibili. In realtà, le azioni più distruttive che abbiamo compiuto come specie – abbattere le foreste pluviali, provocare estinzioni su vasta scala, alterare la chimica degli oceani, lasciare in eredità sostanze chimiche eterne come fossero ordigni a scoppio ritardato, e così via – sono perfettamente coerenti con gli scopi ultimi dell’Universo.
La realtà, per come oggi la comprendiamo, non tende verso il fiorire dell’esistenza né verso un eterno divenire. Al contrario, i sistemi collassano, le cose si degradano, e il tempo tende irreversibilmente verso il disordine e l’annientamento finale. Più che qualcosa con cui accordarsi, l’Universo appare fondamentalmente ostile al nostro benessere.
Secondo le leggi della termodinamica, tutto ciò che esiste, esiste soltanto per consumare, distruggere e spegnersi, accelerando così lo scivolamento verso l’obliterazione cosmica. Per questa ragione, la rivoluzione termodinamica nel nostro modo di comprendere l’ordine e il funzionamento della realtà è qualcosa di più di uno sviluppo scientifico. Ed è anche qualcosa di più di una semplice revisione della nostra comprensione del flusso del calore, e la sua importanza va ben oltre la sua utilità per la progettazione di motori più efficienti. Scardina le nostre credenze condivise riguardo alla natura e al valore dell’esistenza, ed esige una nuova metafisica, nuovi e audaci princìpi etici e modelli estetici alternativi.
La rivoluzione termodinamica non è emersa da un singolo evento o da una singola scoperta. È nata da una ricerca lenta e faticosa sul funzionamento dei motori e del calore nel XVIII e nel XIX secolo. I primi semi furono gettati intorno al 1712, quando il predicatore battista e mercante di ferramenta Thomas Newcomen costruì un nuovo tipo di macchina: una macchina a vapore rumorosa e sbuffante, concepita per pompare l’acqua fuori dalle miniere di carbone allagate. Cinquant’anni più tardi, l’ingegnere scozzese James Watt ripensò il progetto di Newcomen, migliorandone decisamente l’efficienza. Il motore termico di Watt si diffuse poi rapidamente in Europa e oltre, nelle fabbriche, sulle navi e nelle locomotive. Eppure, il suo funzionamento restava misterioso: come poteva qualcosa di impalpabile come il calore trasformarsi in movimento meccanico? E perché questa conversione, per quanto il motore venisse perfezionato, sembrava avere un limite invalicabile?
Nel XIX secolo, il fisico e ingegnere militare francese Nicolas Léonard Sadi Carnot, il cosiddetto «padre della termodinamica», definì la prima delle leggi fondamentali che governano il flusso del calore, oggi annoverata come secondo principio della termodinamica. Grazie ai suoi contributi, lo studio dello scambio termico divenne un campo d’indagine scientifica a pieno titolo. La ricerca fu poi sistematizzata da Rudolf Clausius e da William Thomson, primo barone Kelvin, e infine completata da James Clerk Maxwell, Ludwig Boltzmann e J. Willard Gibbs.
Attraverso il loro lavoro instancabile, i metodi statistici necessari a misurare lo scambio termico furono chiariti e perfezionati. Nel XX secolo l’insieme completo delle leggi formali della termodinamica è stato infine stabilito. Da allora, ogni ramo delle scienze naturali ha preso a fondarsi su queste leggi per spiegare la trasformazione e il funzionamento dell’energia nelle sue varie forme e nei passaggi dall’una all’altra: meccanica, acustica, termica, chimica, elettrica, nucleare, elettromagnetica e radiante. Oggi queste leggi stanno in tutto e per tutto alla base del modo in cui diamo conto della realtà e servono a spiegare tutto, dall’origine della vita fino alla fine dell’Universo nel suo insieme. È questa costante applicazione della termodinamica all’intero campo delle scienze naturali che le ha conferito un carattere rivoluzionario nella nostra attuale concezione della realtà.
La prima di queste leggi è detta “principio di conservazione dell’energia”. Stabilisce che l’energia, sia essa sotto forma di movimento, materia o calore, può soltanto cambiare stato. In altre parole, non può essere né creata né distrutta. Ciò significa che la quantità complessiva di energia all’interno di un sistema rimane, in ultima analisi, costante, anche quando sembra diminuire a causa della dissipazione della materia, del rallentamento del movimento o del raffreddamento. In questi casi, l’energia ha semplicemente assunto una forma diversa. È da questo principio che Albert Einstein ricava la sua equazione sulla conversione della materia in energia: E = mc². Ed è grazie all’estensione di questa legge che possiamo prevedere la potenza di ogni «motore termico» esistente, dai motori relativamente piccoli che borbottano nelle nostre automobili fino alle stelle più grandi, che scintillano ad anni luce dalla Terra.
Il secondo principio stabilisce che l’energia all’interno di un dato sistema – sia esso complesso e materiale oppure semplice e radiante – si muove in modo tale da diventare col tempo meno organizzata e meno concentrata. Questa tendenza al disordine, detta entropia, significa che il flusso energetico di un qualunque sistema tende costantemente verso uno stato di equilibrio assoluto, in cui nessuna cosa possiede più o meno energia di un’altra. È il principio a cui ricorrono i fisici per spiegare perché, per riprendere le parole di William Butler Yeats, «le cose vanno in pezzi». Serve anche a spiegare le differenze materiali tra passato, presente e futuro, e ci aiuta a capire perché facciamo esperienza del tempo come di qualcosa che procede in una sola direzione, cioè verso la disgregazione, che è un altro modo di dire «redistribuzione dell’energia». Da qui nasce la nostra ragionevole aspettativa di vedere una tazza caduta da un tavolo infrangersi in pezzi più piccoli, mentre non ci aspetteremmo mai di vedere, per riprendere le parole di Stephen Hawking, «tazze rotte rimettersi insieme e saltare di nuovo dal pavimento sulla tavola». Il secondo principio della termodinamica garantisce che, a mano a mano che il tempo avanza, ogni cosa debba finire per «andare in pezzi», come la tazza da tè di Hawking, scindendosi in parti via via più piccole, fino a essere completamente rotta, senza che si possa ragionevolmente sperare di ripararla.
Il terzo principio della termodinamica conclude che, poiché l’entropia aumenta nel tempo, l’unico esito logicamente possibile di una dissipazione perpetua è uno stato in cui ciascuna cosa esistente possiede la quantità totale di energia più bassa possibile. Questo stato, detto «zero assoluto», è definito come una condizione in cui non può più verificarsi nessuno scambio di energia. L’espressione estrema dello zero assoluto è un sistema in cui non ci sono affatto forme complesse di energia, ma soltanto una distribuzione uniforme di radiazione di fondo a bassa intensità. In questo quasi-vuoto assoluto non si può più sostenere che esista nessuna «cosa», e viene annullata perfino la possibilità del mutamento. È questo il principio che permette ai fisici contemporanei di sostenere con certezza che, per quanto secondo il primo principio della termodinamica l’energia non si possa né creare né distruggere, può nondimeno «esaurirsi». Le cose che si trovano in questo stato non hanno di fatto nessuna potenza meccanica, non possono manifestare movimento o mutamento, e non sono in grado di mantenere neppure le condizioni minime dell’esistenza degli oggetti tangibili, cioè il legame chimico. Sulla base di questo principio, l’astrofisica contemporanea ha concluso che il remoto destino del nostro cosmo è uno stato in cui di fatto tutta l’energia si sarà esaurita, dissipata oppure dispersa in modo troppo sottile per conservare una qualche reale potenzialità: è quella che i cosmologi chiamano l’«era oscura».
A questi tre principi fondamentali se n’è aggiunto più tardi un quarto, oggi detto «principio zero». Stabilisce una definizione coerente della temperatura tra sistemi diversi, indipendentemente dalla loro posizione entropica relativa rispetto allo zero assoluto. La portata sostanziale della rivoluzione termodinamica, comunque, era già pienamente espressa nei primi tre principi. È a partire dall’estensione e dall’applicazione di queste scoperte fondamentali, infatti, che gli scienziati contemporanei hanno completamente ridefinito la nostra comprensione dell’origine, dell’ordine, del funzionamento e della fine di tutte le cose.
Sappiamo oramai che tutto ciò che siamo e tutto ciò che facciamo, anzi tutto ciò che qualunque cosa possa mai fare, è interamente definito e circoscritto dalla tendenza al decadimento entropico.
Secondo il fisico Carlo Rovelli, l’influenza di questi principi è stata a tal punto profonda che in qualche modo la storia degli sviluppi della scienza negli ultimi due secoli si potrebbe raccontare semplicemente come un’estensione della termodinamica a tutti i rami delle scienze naturali. Per questo, come Rovelli osserva in Sette brevi lezioni di fisica (2014), le leggi della termodinamica sono oggi riconosciute come il fondamento delle altre leggi impiegate in quei diversi ambiti. Così, come scrive il biochimico Addy Pross in What Is Life? (2012), gli stessi principi di base che in origine sono serviti a migliorare l’efficienza delle macchine a vapore oggi sono considerati il principio regolativo unitario di «tutti i sistemi materiali».
La termodinamica è a tal punto indiscussa che Einstein la considera «l’unica teoria fisica di portata universale riguardo a cui sono convinto che, entro il campo di applicabilità dei suoi concetti fondamentali, non verrà mai rovesciata». Per lo scienziato, le leggi della termodinamica sono il «saldo e definitivo fondamento di tutta la fisica, anzi dell’intera scienza della natura».
Grazie ai principi della termodinamica, gli astrofisici contemporanei hanno potuto ricostruire in via ipotetica la nascita del nostro cosmo, avvenuta circa 13,7 miliardi di anni fa, e rendere conto, sempre in via ipotetica, del collasso finale dell’Universo all’estremo limite del tempo. Su una scala molto più ridotta, biochimici e biofisici si sono richiamati alle leggi della termodinamica per spiegare in che modo la vita organica è emersa originariamente dalla materia inorganica e perché tutti gli esseri viventi devono morire.
Non abbiamo mai avuto un quadro della realtà più completo di quello che abbiamo oggi. Sappiamo oramai che tutto ciò che siamo e tutto ciò che facciamo, anzi tutto ciò che qualunque cosa possa mai fare, è interamente definito e circoscritto dalla tendenza al decadimento entropico. Le leggi della termodinamica abbracciano l’intera realtà, dal principio alla fine, dall’alto al basso, nella sua origine, nel suo ordine e nel suo funzionamento. Esistiamo soltanto in virtù dello scambio termico, e operiamo interamente al servizio del decadimento entropico della realtà prescritto da questo scambio.
I filosofi hanno mostrato una certa lentezza nel prendere le misure della rivoluzione termodinamica. È possibile che questo ritardo sia dovuto al fatto che la filosofia contemporanea non si accontenta più di lasciarsi guidare dai metodi e dalle scoperte delle scienze matematiche e fisiche.
In passato, la metafisica filosofica e le scienze della natura ruotavano l’una intorno all’altra come compagni di un’elaborata contraddanza: ciascuna si appoggiava all’altra ora sospingendola ora trattenendola, mentre entrambe cercavano di tenere il passo con il ritmo della realtà. Fin dai tempi di Pitagora, tradizionalmente riconosciuto come l’inventore della parola «filosofia», le scienze naturali e matematiche furono elette a guide legittime di questa danza complessa. Di qui l’esortazione di Platone, secondo cui chi voleva studiare la vera forma dell’essere nella sua Accademia doveva prima familiarizzarsi con la matematica e con la sua applicazione pratica nelle scienze della natura. Pare infatti che sul portale d’ingresso dell’Accademia fosse inciso: «Non entri chi non conosce la geometria».
L’idea che la speculazione filosofica dovesse lasciarsi guidare dall’indagine matematica e scientifica della realtà materiale governò la metafisica per i successivi due millenni, con poche eccezioni. Negli ultimi due secoli, però, tra lo studio matematico e scientifico del mondo naturale e la metafisica filosofica si è prodotta una frattura. Vi sono, certo, alcune eccezioni degne di nota a questa tendenza generale: filosofi che si sono sforzati seriamente di tenersi al passo con il lavoro delle scienze della natura e di ricavare da questo rapporto nuove tesi metafisiche.
Prendiamo Friedrich Nietzsche, uno dei primi pensatori del XIX secolo a vedere nell’emergente rivoluzione termodinamica la via verso una nuova visione del cosmo. Quel che vide non era né bene né male, ma semplicemente un «mostro di forza, senza principio e senza fine, una salda, bronzea massa di forza, che non diviene né più grande né più piccola, che non si consuma ma soltanto si trasforma» [F. Nietzsche, Nachlass 1885, frammento 38[12], trad. S. Giametta, in Opere di Friedrich Nietzsche, Vol. VII, t. 3 Frammenti postumi 1884-1885, Adelphi edizioni, Milano 1975, p. 292-3 (NdT)]. Sembra però che Nietzsche abbia trascurato il secondo e il terzo principio della termodinamica, che sfumano, o addirittura annullano, le ragioni del suo ottimismo riguardo all’infinita potenza creativa della realtà. Lo stesso non si può dire del suo contemporaneo Philipp Mainländer, che si basa su tutti e tre i principi della termodinamica per fondare metafisicamente una nuova filosofia pessimistica. Nell’inevitabilità del decadimento e della distruzione, Mainländer vede una nuova base per la rassegnazione morale e per il quietismo che dominavano allora gli ambienti intellettuali tedeschi.
Nel XX secolo, pensatori come Isabelle Stengers e Bernard Stiegler hanno attinto agli insegnamenti della rivoluzione termodinamica per sostenere, la prima, ciò che considera l’indeterminatezza fondamentale della realtà e, il secondo, ciò che ritiene essere la forza motrice degli sviluppi sociali e politici a partire dalla rivoluzione industriale. Più di recente, nel XXI secolo, Shannon Mussett si è richiamata alle leggi della termodinamica per invocare una nuova «etica della cura» per il nostro pianeta e gli uni per gli altri, un’etica che, come sostiene in Entropic Philosophy: Chaos, Breakdown, and Creation del 2022, trova giustificazione nell’inevitabile «fragilità» e «finitezza» della nostra realtà entropica.
Bisogna ammettere che l’universo non è infinito e che prima o poi avrà termine. Bisogna anche accettare che la funzione stessa dell’universo è accelerare questa fine.
Questi tentativi di fare i conti con le ricadute esistenziali della rivoluzione termodinamica sono significativi, ma non ne colgono appieno la portata filosofica, oppure trascurano di sviluppare una descrizione sistematica della realtà fondata su questa comprensione. L’impresa filosofica di misurarsi con il pieno significato della rivoluzione termodinamica rimane dunque incompiuta. Ma non c’è nulla di insolito in questo. Ritardi analoghi hanno già accompagnato altre rivoluzioni scientifiche. Basti pensare a come sia mancata a lungo un’adeguata elaborazione filosofica della scoperta di Copernico secondo cui la Terra orbita intorno al Sole, pubblicata alla metà del XVI secolo, finché Immanuel Kant non la riformulò, alla fine del XVIII secolo, come modello del pensiero metafisico. Allo stesso modo, benché il contenuto empirico della rivoluzione termodinamica sia stato assimilato dalle scienze, bisogna ancora approfondirne appieno le implicazioni metafisiche, etiche ed estetiche. Ora il compito è proseguire questo lavoro.
È quello che provo a fare ormai da quasi un decennio, riflettendo su queste lacune e cercando di fare i conti con l’immagine della realtà che ci è stata consegnata dalla rivoluzione termodinamica.
Prima di ogni cosa, bisogna ammettere che l’universo non è infinito e che prima o poi avrà termine. Bisogna anche accettare che la funzione stessa dell’universo è accelerare questa fine. Le leggi della termodinamica mostrano, in altre parole, che quel che potrebbe sembrarci la potenza generatrice dell’universo conduce invece all’annientamento di ogni cosa: il fiorire della vita contribuisce sempre, inevitabilmente, al collasso finale del cosmo.
Perfino il nostro Sole si consuma nel perseguimento di questa obliterazione. Quando morirà, tra circa 5 miliardi di anni, si espanderà a tal punto che la Terra verrà incenerita, e il sistema solare, per come lo conosciamo, finirà. Fino ad allora, l’energia radiante del Sole verrà raccolta e concentrata dalle piante, che se ne servono per scomporre ulteriormente l’energia chimica e materiale latente del nostro pianeta. Il risultato di questo processo fotosintetico, la crescita delle foglie, non è altro che un piccolo contributo alla distruzione del pianeta. Ciò significa che la verza, gli spinaci e la lattuga accelerano, sia pure in misura infinitesimale, la dissoluzione della Terra. E quando raccogliamo, laviamo, mangiamo e digeriamo questi agenti entropici nella speranza di sostentarci, non facciamo altro che contribuire ulteriormente alla degradazione e alla dissipazione dell’energia nel nostro ambiente locale. Così il fisico teorico Sean Carroll è giunto alla conclusione che, da una prospettiva termodinamica, lo «scopo della vita» si potrebbe riassumere in una sola parola: metabolismo, che in The Big Picture del 2016 definisce come «in sostanza, “bruciare combustibile”». In questo senso, come osserva il biochimico Nick Lane in The Vital Question (2016), «la vita non somiglia molto a una candela: piuttosto somiglia di più a un lanciarazzi».
Una metafisica che dia conto dell’intera portata della rivoluzione termodinamica deve dunque riconoscere la funzione dissipativa e distruttiva che si nasconde dietro l’apparente forza «generativa» all’opera nella realtà. Per farlo, bisogna passare dalla metafisica classica e ottimistica del divenire a una metafisica ben più pessimistica della finitezza assoluta e dell’inesorabile disfarsi: una metafisica che ridefinisca la nostra concezione degli esseri intendendoli come null’altro che ingranaggi dissipativi in una macchina annientatrice.
Dal nostro punto di vista umano, può sembrare che esseri come noi proliferino e crescano in complessità, operando quasi contro il flusso dell’entropia attraverso i processi di nascita, crescita e rigenerazione. Ma nella pienezza del tempo, questa apparente generazione e questa crescita assumono un aspetto molto diverso.
La vita è forse, nel sistema che ci è più prossimo, la conseguenza più efficace, benché meno evidente, del decadimento termodinamico e ne è al tempo stesso il principale veicolo, come il biofisico Jeremy England ha mostrato nel suo laboratorio e come la biologa Lynn Margulis ha confermato sul campo insieme al figlio Dorion Sagan. Tutto ciò che esiste, compresa la nostra specie, nasce dall’ordine distruttivo della realtà e opera al suo servizio. Il decadimento, a quanto pare, è l’essenza ultima dell’esistenza, il che significa che il nostro essere va inteso come una forma del venir meno (unbecoming). È soltanto uno dei tanti modi in cui si compie l’annientamento finale dell’universo.
Una metafisica del venir meno fondata sulla termodinamica impone anche di riconsiderare il valore morale dell’universo. Dopotutto, se l’essere è esclusivamente e interamente al servizio di questo venir meno, non si può più pensare l’esistenza come qualcosa di ordinato in vista della nostra realizzazione. La realtà per noi, al contrario di quanto hanno sostenuto Platone e altri filosofi, non è un bene. L’esistenza, piuttosto, è profondamente antagonistica e opera attivamente contro sé stessa in vista dell’estinzione totale. Questo non è in alcun senso un bene.
Tutto mangia ed è mangiato. Tutto distrugge ed è distrutto. Tale è l’ordine inestricabile dell’universo. Per sostenerci, dobbiamo consumare e, così facendo, assorbiamo, scomponiamo e disperdiamo quel che ci circonda in un processo che contribuisce necessariamente alla sua rovina e alla nostra. Questo è lo scopo, la funzione metabolica, della nostra vita da una prospettiva termodinamica.
Se si può ricavare un significato etico da ciò che oggi sappiamo sulla natura della realtà, bisogna trarlo dal fatto che siamo complici del venir meno universale del cosmo ed esistiamo soltanto per distruggere, strada facendo, quel che ci circonda e noi stessi. Bisogna anche riconoscere che, nella misura in cui un essere ha la particolare sventura di poter avvertire e fronteggiare il proprio destino termodinamico, è condannato a sperimentare putrefazione, rovina, malattia e morte: in una parola, sofferenza.
Se essere complici del flusso distruttivo dell’Universo è il male, forse possiamo ridefinire il bene come ciò che resiste alla natura e alla struttura della realtà, per quanto futile possa essere questa resistenza.
Non possiamo più concepire l’esistenza come qualcosa che in ultima istanza sia un bene. Né possiamo concepirla come qualcosa di moralmente neutro, come altri vorrebbero. Bisogna invece riconoscere che la realtà – che si organizza in modo antagonistico contro tutto ciò che crea, ed è la causa diretta della sofferenza di ogni ente a cui conferisce coscienza – possa essere moralmente malvagia. Se esistere significa trovarsi per sempre in guerra con sé stessi e con ciò che ci circonda, contribuendo attivamente alla sofferenza di tutto ciò che si incontra lungo il cammino, allora esistere non è affatto un bene. La vita è una catastrofe morale. Esistere significa essere inevitabilmente complici di un ordine interamente malvagio.
Che fare di fronte a questo dato morale? Bisogna ritirarsi dall’esistenza il più rapidamente e pacificamente possibile? Oppure c’è un’altra via? Potremmo, per esempio, cominciare a concepire il bene non come qualcosa che esiste di per sé, ma come qualcosa che esiste in rapporto all’ordine morale dell’universo e si definisce negativamente, in controtendenza rispetto al cosmo? Il bene, in questo senso, sarebbe allora ogni tentativo di resistenza all’ordine, al funzionamento e al fine della realtà?
Se essere complici del flusso distruttivo dell’Universo è il male, forse possiamo ridefinire il bene come ciò che resiste alla natura e alla struttura della realtà, per quanto futile possa essere questa resistenza. Il bene in questa prospettiva consiste forse in un qualunque atto che cerchi, sia pure per un istante, di ripiegare su sé stessa la spinta entropica dell’esistenza, tenendola a bada anche solo per un momento. Possiamo intravedere questa resistenza nei gesti di cura compassionevole verso chi soffre e negli sforzi volti a ridurre il danno che infliggiamo al mondo che ci circonda. Fra questi sforzi rientrano modi di vivere che riducono il consumo delle risorse del pianeta o, perlomeno, attenuano la sofferenza che si accompagna a questo consumo: il veganismo, il vegetarianismo oppure la scelta di nutrirsi soltanto di animali allevati in condizioni più umane e più sane.
Quest’etica della resistenza può essere ulteriormente articolata tanto sul piano personale quanto su quello politico. Alcuni aspetti forse li pratichiamo già senza saperlo. Pensiamo, per esempio, alla medicina, che, pur riconoscendo pienamente il destino ultimo della vita, cioè la morte, si adopera tuttavia con instancabile passione per ritardarne il più possibile l’arrivo e prescrive stili di vita che nel frattempo ne migliorino la qualità. È piuttosto evidente che questo sia un bene. Meno intuitivo è il fatto che simili sforzi non operano in accordo con la natura. La medicina non è un modo di assecondare la direzione a cui la vita e l’esistenza sarebbero destinate, e tuttavia consideriamo «buono» il lavoro dei medici. Ora, a renderlo tale è precisamente il fatto che tenta di prevenire, ritardare, rallentare o rinviare ciò a cui la natura invece ci destina. Allo stesso modo, anche ogni sforzo volto a contrastare e a resistere al flusso entropico della realtà va considerato un bene.
Naturalmente, tutti questi sforzi finiscono comunque per favorire il collasso entropico della realtà. Anzi, prolungando la vita, in ultima analisi la medicina accresce il potenziale entropico complessivo del nostro pianeta: più persone significano più corpi che «bruciano combustibile». Ma è nei nostri sforzi, non nei nostri successi, che bisogna cercare il bene morale, allo stesso modo in cui il nostro valore come genitori si misura nello sforzo di crescere figli sani e felici, non nella nostra capacità di garantire davvero quel risultato. Analogamente, è soltanto nei nostri tentativi di opporci alla natura, di opporci al collasso entropico della realtà, che possono definirsi i nostri criteri del bene, e non nel fatto che questi criteri siano effettivamente realizzabili oppure no.
Una volta compreso che il bene può essere perseguito soltanto opponendosi in questo modo all’ordine e al funzionamento del cosmo, possiamo dunque cominciare a formulare un sistema etico che prenda sul serio le acquisizioni della rivoluzione termodinamica. Fare il bene non significa operare di concerto con la realtà, né dovremmo mai aspirare a vivere in armonia con la natura. Questo ci renderebbe anzi complici di un sistema in tutto e per tutto malvagio. Fare il bene significa rompere con una tale complicità: cercare ogni volta il modo per smantellare, contrastare e riconfigurare la struttura della realtà, così da neutralizzarne, alleviarne o incrinarne la spinta entropica. Soltanto perseguendo il bene in forma negativa, attraverso atti di rifiuto e di resistenza, infatti, possiamo sperare di dar vita a una nuova etica nell’ambito di una metafisica del decadimento.
In ultima istanza, un simile orientamento etico è destinato alla sconfitta. In un universo governato dalle leggi della termodinamica, ogni tentativo di preservare la vita o di proteggere gli esseri senzienti dalla deriva distruttiva della natura è destinato a fallire. Questo, tuttavia, non dovrebbe impedirci di opporre resistenza.
Che fare? L’unico «dover essere» che possiamo forse ricavare dalla visione della realtà dischiusa dalla rivoluzione termodinamica è questo: abbiamo il dovere di contrattaccare l’Universo. È proprio nella possibilità di rispondere all’orrore morale dell’esistenza, infatti, che possono trovare fondamento nuovi imperativi etici e nuove intuizioni estetiche. Solo grazie ai nostri sforzi di sottrarci alla morsa maligna della realtà possiamo plasmare un’etica e un’estetica a partire dalla cupa metafisica del decadimento entropico che la scienza contemporanea ha messo a nudo.





