Un celebre kōan della scuola Zen Rinzai recita:
Un monaco domandò al maestro Joshu perché Bodhidharma fosse andato in Cina.
Il maestro rispose: Il cipresso in giardino.
Nella versione italiana, edita con innumerevoli ristampe per i tipi di Adelphi, la risposta è stata curiosamente mutata in La quercia in giardino. In inglese si parla di Cypress Tree, di cipresso, non di Oak Tree. I praticanti sanno o dovrebbero sapere che la raccolta di kōan di Mumon Ekai, dal titolo La porta senza porta o Il cancello senza cancello, Mumonkan in giapponese, è stata tradotta in inglese dal monaco Nyogen Senzaki (1876-1858) nel 1939 (sette secoli e pochi anni dopo la sua prima pubblicazione); Senzaki fu uno dei primissimi monaci zen a fermarsi negli Stati Uniti per imparare lo stile di vita degli americani e quindi tentare di divulgare gli insegnamenti della propria scuola. Senzaki era stato assistente del primo abate zen che abbia parlato in America, Soyen Shaku, nel 1891, in quel di Chicago, e ritornò nel 1905 in California per un giro di conferenze. Alla partenza del suo maestro, Senzaki decise di restare, fece i lavori più umili, come il portiere di notte, fino a diventare gestore dell’albergo dove aveva fatto gavetta, e dopo quasi vent’anni di americanizzazione iniziò a tenere incontri in quel che chiamava il Flying Zendo, prima a San Francisco e poi a Los Angeles. Nel frattempo aveva liberamente raccolto un centinaio di storie zen, nel 1919, e aveva tradotto alcune opere fondamentali, tra cui il Gateless Gate e i 10 tori di Kakuan (monaco ch’an vissuto nel XII secolo). Paul Reps, poeta ed editore, collezionò queste testi nel volume che uscì nel 1957, Zen Flesh, Zen Bones. La prima traduzione italiana è quella Adelphi divisa in due distinti volumetti nella collana Piccola Biblioteca nel 1987. Continuo a non capire la ragione che trasfigurò il cipresso in quercia, transitando da un contesto linguistico all’altro.
Ovviamente i cipressi presenti nel paesaggio giapponese sono diversi dai nostri cipressi, appartengono a quella specie che volgarmente definiamo falsi cipressi. In Italia, quando pensiamo al cipresso visualizziamo anzitutto il Cupressus sempervirens, spesso piramidale, inconfondibile presenza dei paesaggi geometrici della Toscana, e nei cimiteri monumentali. In verità è una specie importata dalla Persia, migliaia di anni orsono, e adattatasi così bene da essere oramai parte della nostra cultura visiva, botanica e letteraria, basti ricordare la celebre poesia del Pascoli dove i cipressi in «duplice filar» avanzano per due chilometri verso l’abitato di Bolgheri, «alti e schietti». Non è l’unico viale monumentale di cipressi secolari ma di certo il più visitato, nonché scenario di innumerevoli servizi fotografici matrimoniali.
Pensando ai cipressi di lunga storia, mi vengono in mente, in ordine sparso: i cipressi detti del Michelangelo, a Roma, il cipresso piantato, secondo leggenda, da Francesco di Assisi in quel di Verucchio, e ancora i cipressi ritorti di Villa d’Este a Tivoli. Andremo dunque a visitare alberi non remoti e selvatici, dispersi nel paesaggio, ma vezzeggiatissimi custodi del tempo.
A torto o a ragione il più annoso cipresso italiano dovrebbe essere quello del chiostro del convento dei frati minori di Villa Verucchio (RN), secondo leggenda messo a dimora nientemeno che dalle mani di Francesco d’Assisi, in transito nella Romagna interna nell’anno 1213, allora trentaduenne. Da quel bastone usato per accompagnarsi nel cammino, ottocento e dieci anni dopo, abbiamo questo capolavoro della natura, sostenuto per una volta dall’ingegno umano che da quasi tre decenni lo coadiuva con due piloni di sostegno. Un albero ovviamente segnato dai secoli, battezzato anche dal fulmine, mezzo nudo, mezzo vestito. 25 metri di altezza e un tronco che a petto d’uomo misura 730 cm. Recentemente è stato rifatto il prato che circonda la sua presa a terra, speriamo che l’intervento venga ben armonizzato dalle chimiche invisibili che governano il terreno e le radici e le micorrize che mettono in comunione diretta l’albero al resto del mondo. E ogni volta che si entra nel chiostro e lo si intravede, laggiù, al fondo del giardino, tra le arcate del chiostri, beh, è sempre un’emozione vibrante.
Tivoli era tappa obbligata dei viaggiatori del Gran Tour, idealizzata da tanti pittori per le sue cascate, i giardini strepitosi, la sua storia, le dimore romane lungamente in rovina, poco distante da Roma eppure così unica, pittoresca e differente. Villa D’Este è nota per i suoi magnifici interni affrescati, ma ancor più per i suoi giardini, le grandi cascate barocche, la via dei cento zampilli, con le fontanelle a forma di faccia di scimmia o animale. Se prestiamo attenzione alle concentrazioni arboree, vi troveremo esemplari notevoli di leccio e ancor più di cipresso dai tronchi arrotolati, avvinghiati, ritorti; l’aspetto è quello proprio dell’albero molto datato, anche stanco, ma comunque tenace. Sono qui dalla fondazione della residenza, voluta dal cardinale Ippolito d’Este nel corso del XVI secolo.
Lasciamo Tivoli e arriviamo a Roma, la città eterna. I cipressi che la tradizione vorrebbe messi a dimora addirittura da Michelangelo Buonarroti in versione archistar, si trovano di fronte alla stazione di Termini, forse nessuno lo penserebbe. Impossibile oggi non incespicare in quella statua che nel parcheggio degli autobus dovrebbe ritrarre Papa Giovani XXIII, anche se a chi scrive ricorda maggiormente un Batman maturo e inquietante. Bisogna avviarsi all’interno di quel complesso delle meraviglie che sono le Terme di Diocleziano, gli adorabili resti, e oltre negli spazi aperti del colonnato, dove Michelangelo fu chiamato per trasformare il frigidarium delle Terme nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri e a disegnare il nuovo Convento dei Certosini, oggi sede del preziosissimo Museo Nazionale di Antichità Romane. Al centro del giardino del chiostro si innalzano quattro cipressi, uno dei quali vive addirittura in punta di radice, sollevato, quasi pronto a spiccare il volo per aggrapparsi al prossimo angelo di passaggio.
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