Sono tante le domande che attraversano ogni adolescenza, spesso in silenzio, a volte con forza. Oggi più che mai, i ragazzi e le ragazze si trovano a crescere in un contesto che chiede performance, risultati, visibilità. Un contesto saturo di aspettative e povero di ascolto. Lo spazio del divenire è una rubrica mensile che vuole aprire uno spazio di riflessione sul mondo interiore degli adolescenti. A guidarla saranno voci autorevoli della psicologia, che ogni giorno lavorano con le nuove generazioni, ascoltano le loro fragilità, ma anche le loro risorse. L’obiettivo non è offrire ricette o soluzioni pronte, ma condividere sguardi, esperienze, strumenti. Per provare a capire meglio chi sono i giovani di oggi e quali domande ci pongono, anche come adulti, educatori, genitori, cittadini.
Glow up. Non avevo mai sentito quel termine fino a quando una mia paziente sedicenne non lo pronunciò con sicurezza: «Ho deciso di chiudere con D. Non so, andava tutto bene, però avevo la sensazione che fossimo troppo ‘io e lui’. Ho paura che così non potrò avere il mio glow up».
Da qualche seduta, ci stavamo occupando del suo interesse verso una relazione amorosa più stabile, “seria”, di cui prendersi cura. Da tempo aveva iniziato a flirtare con diversi ragazzi attraverso le chat sui social, ma aveva finito per imbarcarsi in conoscenze amputate da quell’“esserci/non esserci”, parte del compromesso relazionale virtuale: entrare nella vita dell’altro in punta di piedi o come un panzer permette di uscirne allo stesso modo, senza la fatica di un congedo aperto, dichiarato.
Poi era arrivato lui, un ragazzo interessato a lei già da qualche anno, uno che non le era mai piaciuto «in quel senso», ma verso il quale di recente aveva iniziato a provare qualcosa di diverso.
Fu lei stessa a spiegarmi cos’è il glow up.
«È un cambiamento in positivo, come una crescita interiore, un miglioramento di te sotto molti aspetti: fisico, mentale, emotivo. Dicono che per averlo bisogna imparare a stare bene da soli. Quindi ho deciso che prima starò da sola e poi, quando avrò messo a posto le cose con me stessa, potrò stare con qualcuno».
Questa affermazione esprime qualcosa che, in modo forse meno esplicito, ho incontrato diverse volte nelle storie dei miei giovani pazienti, perlopiù di genere femminile: apre alla possibilità di riflettere su come la salute mentale sia interpretata nelle nuove generazioni (ma forse non solo in esse) e sul ruolo della relazione con l’altro nel processo del proprio divenire.
Due temi di cui sarebbe bene che gli adulti, a vario titolo responsabili della crescita dei giovani, si occupassero con attenzione.
Ma cos’è, in fondo, un glow up?
Il termine compare sui social media intorno al 2010 e diventa virale su TikTok tra il 2018 e il 2019. Pur non essendo nato online, questa diffusione gli ha dato grande visibilità. Letteralmente significa “risplendere” o “illuminarsi” e indica una crescita personale, un miglioramento o una rinascita verso una versione più autentica di sé.
Pare che dal glow up si esca più vicini a ciò che si è davvero, riscattati da una vita che, con i suoi avvicendamenti, aveva oscurato la propria natura. Trovo stimolante l’idea di una verità intima, un’essenza pre-esistente che deve solo emergere. Stuzzica anche il primato implicito attribuito agli eventi della vita sulla qualità del proprio sé, tema a cui tornerò più avanti.
La coniazione del termine racconta una necessità profonda dell’essere umano: fare qualcosa della propria sofferenza, coglierne gli aspetti trasformativi, e addirittura esaltarli.
Come spesso accade, quando un’esperienza diventa socialmente accettabile, sente il bisogno di una parola che la definisca: è il modo umano di sancire che qualcosa esiste. Questo atteggiamento non nasce con la pandemia: già nel mondo pre-pandemico alcuni adolescenti affrontavano la sofferenza con uno sguardo meno evitante, più attento e resiliente. Ciò ha contribuito a spostare la salute mentale in una posizione più centrale rispetto al passato.
Chi lavora con adolescenti sa quanto per loro il benessere dell’anima sia più centrale rispetto agli adulti, per i quali la sofferenza resta spesso una rottura da evitare fino a quando diventa ingombrante o invalidante.
Gli adolescenti di oggi arrivano in terapia con maggiore apertura, curiosità e serietà verso sé stessi. È il momento in cui si pongono la domanda “chi sono?”, consapevoli che la risposta è complessa. Non si accontentano di appiattire la propria identità su passioni, studi o lavoro futuro, perché vivono in una società liquida che richiede di saper “timonare la barca in mare aperto”, piuttosto che cercare un porto sicuro.
In questo contesto, la promessa di incontrare il proprio “sé autentico” diventa una àncora: un punto di riferimento più stabile di altri. Ma davvero esiste un sé autentico distinto da uno che non lo è? E può un percorso individuale come il glow up essere efficace per raggiungerlo?
Le storie di glow up che parlano agli adolescenti lo fanno all’interno di un contesto delicato: costruzione identitaria, bisogno di rispecchiamento e conferma, e insieme desiderio di unicità rendono l’adolescente più incline al confronto sociale ma anche più vulnerabile. In questo senso, il glow up rappresenta la possibilità di un “scopri te stesso”, ma spesso suona come un consiglio dato da chi non conosce davvero le complessità della crescita personale.
Credo quindi che, prima di tutto, sia responsabilità degli adulti interrogarsi sul rapporto della società con il benessere, con la sofferenza e su cosa promuove tutto ciò nei giovani. La valorizzazione della crisi come opportunità è positiva, ma la moda del glow up merita uno sguardo più attento e sofisticato.
Sotto l’effetto glow, forse non a caso amplificato dalla crescente popolarità della skincare coreana, possono nascondersi fraintendimenti: ecco perché è importante considerarlo con equilibrio, pur riconoscendo il suo potenziale positivo.
Before/After
Sui social, i contenuti di glow up sono spesso accompagnati da hashtag come #trusttheprocess, ma in realtà di vero processo c’è poco. Il linguaggio veloce e visivo dei social trasforma storie complesse in una semplice idea di “prima” e “dopo”, visibile con un semplice “swipe”.
Nei buchi di significato lasciati da questo stile comunicativo si annidano però domande silenziose: qual è l’ingrediente segreto di questo luccichio? Il rischio è credere che la risposta sia semplice, come un dito che scorre sulla superficie dello schermo.
Sarebbe però riduttivo ignorare che le esigenze del linguaggio dei social riflettono esigenze della società che li produce: i social siamo noi, coerenti con ciò che sentiamo di poter dire e come possiamo dirlo. L’uso di caroselli di foto e video ha il pregio di rendere la comunicazione più inclusiva, ma rischia di appiattire lo “sbocciare” al solo dato estetico.
Il glow up sembra allora visibile, tangibile: lo sguardo sicuro, la postura tonica, l’abbigliamento scelto, le pratiche quotidiane di self-care. Una checklist figurata da spuntare, che dà l’illusione di poter controllare e quantificare il proprio e altrui cambiamento.
Stare bene, in questa chiave, significa essere belli, forti, sicuri di sé, centrati.
Quello che spesso ignoriamo è che risolvere la solitudine non ci rende più autentici solo perché elimina l’altro dalla scena; al contrario, rischia di confinarci in una forma statica di autocelebrazione.
Ruins and routines
La maggiore legittimazione dell’essere davanti alle rovine delle proprie delusioni stende contemporaneamente il tappeto rosso al potere rassicurante delle routine. Anche se il coraggio non può emergere se prima non sentiamo la paura, la spinta a sentirsi al sicuro resta primaria.
Spesso i contenuti di glow up mostrano pratiche come yoga, meditazione, fitness, skincare o journaling, come se fossero indispensabili per trasformarsi. Sono abitudini utili, ma possono diventare una sorta di salvagente che impedisce di affrontare davvero le proprie emozioni. Il messaggio finisce per orientare sul fare: come se il glow up fosse una lista di azioni, rassicuranti e rapide, per garantire benessere a basso investimento.
Crescita personale e salute mentale
Qui emerge uno spunto interessante: cosa intendiamo per benessere? Dove collocare l’effetto glow up?
Fenomeni come questo mettono in luce una sovrapposizione rischiosa tra salute mentale e crescita personale. Una definizione utile del benessere potrebbe essere uno spettro che abbraccia ambiti biologici, psicologici e sociali, e le loro diverse sfumature. Salute mentale e crescita personale sono due sfumature del benessere psicologico, ma non sovrapponibili.
Oggi si osserva maggiore sensibilizzazione verso la cura psicologica, ma anche confusione su cosa significhi davvero. Il glow up esprime sia interesse per la salute mentale, sia fraintendimenti: una società che fatica a riconoscere la sofferenza psicologica rischia di ridurla a semplice crescita personale.
La salute mentale richiede tolleranza alla vulnerabilità, tempi lunghi e attenzione all’ambivalenza. La crescita personale, invece, si concentra sul potenziale e sul “potere personale”, come se stare bene dipendesse solo dalla prospettiva e dall’azione costante. Ridotta a questo, la sofferenza diventa una performance da superare, negando la profondità del vissuto.
Perciò, il glow up non è sinonimo di salute mentale, ma può esserne un’espressione (non necessaria), a patto che includa la sofferenza, la osservi e la restituisca al soggetto come esperienza significativa.
Affermare e assumere sé
Questa distinzione tra tenere dentro la sofferenza o evitarla può essere compresa attraverso la differenza tra affermazione di sé e assunzione di sé.
La crescita personale, e il glow up in particolare, tende all’affermazione di sé: «Io sono, io sento, io voglio, io desidero…». È un approccio semplificante, che cerca di tagliare fuori ciò che disturba o fa soffrire. Non c’è nulla di male nel voler stare bene, ma il benessere non può pienamente realizzarsi se ci fermiamo all’affermazione di sé.
Assumere sé stessi, invece, significa tenere insieme tutte le esperienze, positive e negative, leggere il dolore come parte di un tutto in continuo compiersi. Significa confrontarsi con ciò che ferisce, interrogarlo, sentire cosa racconta di sé e del mondo, tollerando la spinta ad agire. Il glow up, se vissuto solo come affermazione di sé, rischia di trasformarsi in un modo per dire che il dolore “non conta o rende più forte”, con la fretta di giungere a quel momento in cui si guarderà quell’esperienza, cercandosi le spalle.
Glow up e relazioni
Quell’esperienza, frequentemente, è una relazione. Per quanto “Io” possa stare al primo posto e con esso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri, il benessere e il malessere dell’essere umano dipendono in larga misura dalla qualità delle relazioni che intrattiene. Le relazioni con l’altro costituiscono spesso uno specchio della relazione con sé e viceversa, in uno scambio continuo. Anche tra le varie scuole di pensiero psicologico, il dato relazionale ha ormai un’indiscutibile rilevanza: si ritiene che la sofferenza psichica nasca nelle relazioni e che si curi all’interno di una relazione, quella terapeutica.
Mi torna in mente l’affermazione di una mia paziente. Nella sua esperienza, e in quella di altri adolescenti che incontro, le relazioni affettive – soprattutto sentimentali, ma talvolta anche amicali – occupano un posto diverso rispetto a quello che avevano nelle adolescenze precedenti. Quando aveva senso parlare di adolescenza trasgressiva, il gruppo dei pari aveva un ruolo supportivo: diventava la nuova famiglia dell’adolescente, la famiglia scelta, il partner o il gruppo con cui condividere il “mal comune mezzo gaudio” e andare a esplorare il mondo. Vi era un fattore aggregante: la famiglia reale, spesso ingombrante e repressiva, creava il bisogno di affrancarsi, e le relazioni tra pari si sviluppavano come micro-mondi protettivi. Qui, la diversità dei singoli non era sotto la lente, ma regnava un senso di cooperazione verso un orizzonte comune: «siamo io e te, contro il mondo».
L’adolescenza attuale, quella della Gen Z, ha caratteristiche profondamente diverse. Figli di adulti perlopiù appartenenti alla generazione X e in misura minore ai Millennial, questi adolescenti hanno vissuto un’infanzia più libera, segnata da stili educativi incerti, artigianali, costruiti tra ciò che si era “ricevuto” e i doni del progresso. Collocandosi tra modelli autoritari e iperprotettivi, hanno potuto osservare l’umanità degli adulti – la fragilità, la finitezza, l’imperfezione – rendendo più difficile immaginare di abbandonare quel mondo, soprattutto perché lo spazio famigliare non deve essere conquistato, a differenza delle relazioni esterne.
Quale impatto può avere questa nuova qualità relazionale sulla costruzione delle future relazioni affettive tra pari? La mia risposta riguarda il rapporto con la sofferenza. La famiglia attuale veicola un messaggio ambivalente: l’umanità, l’imperfezione, l’inciampo e la sofferenza “vanno bene”, ma ciò che appare perfetto, o cade in piedi, diventa pubblicabile. Che non significa solo instagrammabile, ma più in generale mostrabile. Non solamente al vasto pubblico dei social network, ma anche al vicino di casa, per dirne una. “Il resto” esiste, ma all’adolescente diventa presto chiaro che c’è uno scarto, non piccolo, tra ciò che il genitore dice e come “il resto” viene di fatto trattato.
L’incontro con la sofferenza, reso obbligato in un certo senso dal fatto che non ci si riesca più a nascondere dietro a nulla, ha portato sì a una maggiore apertura, ma rimane attuale che, con la sofferenza, non si sappia ancora bene come fare. Oggi la famiglia è emotivamente più disponibile, ma spesso lo è selettivamente.
Gli adolescenti percepiscono, osservano e vivono gli adulti nella loro inesperienza. Notano adulti trattenersi in relazioni in cui non si riconoscono più, oppure vedono genitori passare reattivamente da una relazione all’altra, in nome del valore assoluto del “mettere sé al primo posto”. In alcuni casi assistono a genitori che rinunciano del tutto alle relazioni.
Forse il glow up può avvenire solo se lasciamo
che le ombre ci colpiscano
In questa “crisi” del soggetto, le relazioni aggiungono un livello di complessità non trascurabile. Si diffonde così una tensione tra crescita personale e relazioni affettive. Le parole della mia paziente rendono l’idea: «prima mi metto a posto, poi potrò stare con te».
Questa affermazione porta con sé molte implicazioni. Tra queste: «Tu soffocherai tutto questo se stiamo insieme»; «Ho paura di mostrarti le mie ‘brutture e rotture’»; «Ti idealizzo»; «Esiste un punto di arrivo della mia versione migliore»; e soprattutto: «Credo che esista una versione di me che esclude ciò che è indesiderabile».
Mi sembra allora che la specificità del rapporto tra adolescenti e adulti oggi ponga di fronte a un paradosso: nel tentativo di sfuggire alla repressività del passato, si rischia di produrne una nuova, più implicita.
Quello che spesso ignoriamo è che risolvere la solitudine non ci rende più autentici: elimina l’altro dalla scena, ma rischia di confinarci in una forma statica di autocelebrazione. Che senso ha l’autenticità se non c’è nessuno a cui portarla?
Spesso dimentichiamo che la relazione non è una gabbia, ma il luogo che ci ha messi al mondo. È lì che possiamo leggerci: nello sguardo dell’altro, che conferma ma soprattutto disconferma.
In questa prospettiva, non sono le relazioni in sé il problema, ma il modo in cui le abitiamo.
Ripensando agli adolescenti, il mondo dei pari sembra sempre più un luogo in cui “devi andare bene”, più che uno spazio di appartenenza. Ritiro sociale e violenza tra pari ne sono segnali estremi.
Eppure esiste anche un movimento opposto: la sofferenza come elemento aggregante, relazioni in cui ci si sente visti e accolti proprio nel dolore.
Mi convince l’idea che i giovani possano imparare a gestire queste esperienze fuori casa, insieme ai coetanei, e che questo possa diventare insegnamento anche per gli adulti.
Forse il glow up può avvenire solo se lasciamo che le ombre ci colpiscano. La luce brilla proprio grazie al contrasto con il buio.
In questo scenario, una domanda cruciale emerge:
«Posso esistere io se anche tu esisti nella mia vita?»
La speranza è che la risposta diventi sempre più un corale, sincero «sì».
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