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Gli olivi selvatici di Luras

 

 

 

Alte sono le montagne, verdi sono gli alberi,

profonde sono le valli, limpidi sono i torrenti;

il vento e lieve, la luna e serena.

Con calma leggo la Vera Parola senza lettere.

 

 

Quando mi capita di accompagnare un gruppo di persone alla conoscenza di un giardino, di un parco o di un bosco, un’attività che ho avuto il piacere di condurre per diversi anni attraversando tutte le regioni del nostro paese, ricorro spesso alla poesia per indicare, suggerire, chiarire una mia personale idea di natura. Una delle poesie che ho più spesso condiviso è questa che vedete, quattro semplici versi con una chiusura magistrale: accade spesso nelle poesie cucite dall’esperienza buddista, di essere semplici ma al contempo di accogliere e presentare un insegnamento. Così, quando chiedo «Che cos’è la vera parola senza lettere? Che significa Con calma leggo la Vera Parola senza o oltre le lettere?» le risposte, dopo qualche attimo di incertezza, fioccano: il silenzio, la vita, il mondo, la realtà, la verità… Oltremodo la considero una splendida quanto possibile definizione della stessa parola «natura», ovviamente percepita attraverso i sensi umani.

 

Questi versi sono stati scritti da Zenkei Shibayama (1894-1974), abate del tempio di Nanzen, ai piedi del monte Higashiyama, vicino a Kyoto; appartiene alle pagine di una ricca raccolta di saggi dal titolo Un fiore non parla, pubblicato diverse stagioni fa da Mondadori ma oramai fuori catalogo (forse potrebbe essere recuperato dalla Ubiliber?).

 

Tentando di leggere la vera parola senza lettere mi ritrovo spesso senza parole quando cerco di traghettare su carta, o su file, le sensazioni, le emozioni, le speculazioni che la compresenza con alcuni grandi alberi innesca. Non a caso li chiamavo «i giganti silenziosi», titolo di un vecchio silvario, ma il silenzio non è tanto loro, degli alberi, è mio, che ai loro piedi resta solo nel mio incredulo silenzio. Poi il piacere alla scrittura, il mestiere, forse anche la vanità mi riconducono nella forma di colui che le parole, certe parole, le troverà e le userà come si fa con le mani e lo scalpello.

 

Due dei giganti silenziosi per antonomasia dell’Italia radicano nelle campagne d’attorno al villaggio di Luras, duemilaquattrocento abitanti, in Gallura, Sardegna nord-orientale, poco distante dalla città di Tempio Pausania. E qui, ad una decina di chilometri dal centro c’è un lago, che si costeggia, e una frazione detta di San Bartolomeo, o Santu Baltòlu di Carana, con l’adeguata chiesetta campestre nei pressi della quale cresce l’olivastro ultramillenario, localmente noto come S’Ozzastru. Per i botanici trattasi di esemplare di Olea Oleaster o Olea europaea sub. sylvestris, ulivo selvatico o appunto olivastro. Un albero molto noto, considerato al pari del castagno dei Cento Cavalli che radica sulle pendici dell’Etna e che incontreremo in un prossimo articolo, il più annoso albero monumento delle nostre patrie geografie.

 

 

Partiamo dalla descrizione: prima di vederlo potreste averne letto in libri o su qualche giornale, e ci si attenderebbe un albero gigantesco, come certe sequoia californiane, o certi baobab africani. Invece entrando nel recinto che li custodisce e protegge, lo si vede quasi arricciato su se stesso, reclinato, «abbattuto» sotto il peso dei rami ricurvi. Avvicinandosi e iniziando a sbirciare sotto le chiome fronzute ha inizio l’incantesimo: la corteccia rugosa, il tronco vasto e animalesco, le radici che affiorano lungamente nel terreno, quasi delle code sauresche. Infilando alfine la testa sotto le prime ramificazioni ci si adatterà alla penombra e ci si silenzierà, dopo le consuete affermazioni che tanti visitatori emettono: Ohhh, oilàlà, ooostci… Non preoccupatevi, sono reazioni consentite, opportune. Si resta lì ad ammirarlo, e girandoci intorno, al di fuori del la corda che lo circoscrive, potete studiarvelo tutto. Non è alto, una quindicina di metri, metro più, metro meno, ma la materia concresciuta lì sotto è notevole. Ad un centinaio di passi di distanza, forse meno, cresce un secondo olivastro probabilmente millenario, modesto rispetto al primo finché non ci si passeggia sotto: la sua chioma circolare costituisce una sorta di porticato sospeso, e poi il tronco, comunque eccezionale. Le misure delle circonferenze dei tronchi parlano di 11,20 e 8,20 metri, a petto d’uomo; 18 e 13 alla base.

 

Poco più di trent’anni orsono, nel 1996, l’artista Federica Galli, «l’incisora» come la chiamava Giovanni Testori, venne qui e si sedette davanti al «su babbu mannu» (il grande padre), ritraendolo con la sua opulenza di dettaglia, nella serie Alberi monumentali d’Italia, e questo testimonia il fatto che anche prima della diffusione di internet la conoscenza tra gli appassionati di certi alberi era già robusta. Tra le regioni italiane la Sardegna detiene il record di alberi monumentali riconosciuti e tutelati, e per noi, amanti dell’isola e delle sue vastità naturali e paesaggistiche, pare quasi scontato. Ma non ne va dimentica la storia, una storia decadente che l’ha selvaggiamente, anzi avaramente e spietatamente deturpata, derubata dalle politiche di sfruttamento volute dai Savoia nel giro di pochi decenni, nel corso del XIX secolo, quando le sue foreste furono abbattute per i quattro-quinti addirittura! Forse il più vasto disastro ambientale della nostra storia moderna. Lo racconta con dovizia di particolari lo storico Fiorenzo Caterini nel saggio Colpi di scure e sensi di colpa (Carlo Delfino editore), un libro che andrebbe consegnato di diritto agli studenti delle scuole superiori.

 

 

 

Idee

  • Nell'arco di un quarto di secolo, Tiziano Fratus ha pubblicato molti silvari tra i quali «Giona delle sequoie» (Bompiani), «L’Italia è un bosco» (Laterza), «Alberi millenari d’Italia» (Gribaudo), «Ogni albero è un poeta» (Mondadori), «Manuale del perfetto cercatore di alberi» (Feltrinelli), «Il bosco è un mondo» (Einaudi), «I giganti silenziosi» (Bompiani), «Sutra degli alberi» (Piano B), «Il libro delle foreste scolpite» (Laterza), «Alberodonti d'Italia» (Gribaudo), «Il sussurro degli alberi» (Ediciclo), «L’Italia è un giardino» (Laterza) e varie raccolte di poesie, «Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio» (Aboca), «Poesie creaturali» (Libreria della Natura), «Agreste» (Piano B), «Un quaderno di radici» (Feltrinelli) e «Vergine dei nidi» (Feltrinelli). Collabora con Geo di Rai 3, ha scritto e scrive su «La Stampa», «La Repubblica», «Il manifesto» e «La Verità».

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