Sono tante le domande che attraversano ogni adolescenza, spesso in silenzio, a volte con forza. Oggi più che mai, i ragazzi e le ragazze si trovano a crescere in un contesto che chiede performance, risultati, visibilità. Un contesto saturo di aspettative e povero di ascolto. Lo spazio del divenire è una rubrica mensile che vuole aprire uno spazio di riflessione sul mondo interiore degli adolescenti. A guidarla saranno voci autorevoli della psicologia, che ogni giorno lavorano con le nuove generazioni, ascoltano le loro fragilità, ma anche le loro risorse. L’obiettivo non è offrire ricette o soluzioni pronte, ma condividere sguardi, esperienze, strumenti. Per provare a capire meglio chi sono i giovani di oggi e quali domande ci pongono, anche come adulti, educatori, genitori, cittadini.
Introduzione
Crescere oggi è molto diverso rispetto a solo due generazioni fa. Ragazzi e ragazze si muovono in una società globale, veloce, iperconnessa, dove identità, relazioni e desideri si costruiscono dentro un flusso continuo di immagini, messaggi e aspettative.
Ogni persona è un un insieme complesso di significati costruiti nel tempo, grazie alle relazioni e alle esperienze vissute con gli altri e nei diversi contesti sociali e culturali. Possiamo partire dal basso, dall’individuo oppure dall’alto della società e quindi porci una prima domanda. Come è cambiata la società e con essa la famiglia e quindi i figli adolescenti?
Quali le caratteristiche di ragazze e ragazzi oggi e come si sono trasformate le relazioni sociali all’interno del tessuto delle comunità locali in rapporto con una società di individui, sempre meno comunitaria e sempre più polverizzate in singoli interessi?
Se guardiamo indietro di due generazioni, ci rendiamo conto di come siano cambiate sia la famiglia che l’adolescenza. In due generazioni sono cambiati il modo di mangiare, i ritmi di vita, il rapporto con il corpo.
I cibi industriali, le diete, gli integratori: anche questi elementi influenzano la crescita e l’immagine che abbiamo di noi stessi.
È evidente come il modo di comunicare, lavorare e relazionarsi sia cambiato velocemente. Anche il rapporto tra famiglia e scuola è diventato più complesso: spesso i genitori si trovano a discutere sulle responsabilità educative, invece di fare fronte comune. Sono però gli ambienti scolastici, pubblici e anche i servizi comunali e sanitari, quegli ambiti “adulti” dove è più facile trovare chi può ascoltare da una posizione terza, di professionalità e di disponibilità. Non è un mistero che le famiglie siano sempre più isolate, fatichino a fare comunità, e si rivolgano quindi ai servizi pubblici e privati della collettività per questioni educative, sociali, psicologiche e di salute mentale, che in una società sempre più complessa non possono essere in grado di affrontare.
Nella nostra società occidentale, le famiglie sono passate dall’essere comunità regolate da norme condivise, a diventare quasi esclusivamente consumatrici. Il narcisismo e il desiderio di apparire dominano, insieme alla ricerca di infinite possibilità offerte dalla tecnologia.
Le nuove relazioni sociali
La società occidentale è passata dall’essere comunità regolate da norme condivise a diventare quasi esclusivamente consumatrice. Narcisismo, desiderio di apparire e infinite possibilità offerte dalla tecnologia dominano il panorama sociale.
Le relazioni tra le generazioni sono cambiate. Dove prima c’era regola e limite, ora c’è orizzontalità: tutti possono ambire al successo e alla visibilità della propria immagine. I desideri non sono più proibiti, anzi gli adulti si curano che possano essere appagati anche in giovane età.
In questo “mare digitale” gli adolescenti si confrontano con infinite ripetizioni di modelli culturali, immagini di sé e stimoli al consumo. La società appare caratterizzata da una riduzione dei confini tra le generazioni e una forte pressione alla conformità.
Crescere nell’era dei media
Parliamo di adolescenti e adulti come due facce della stessa medaglia. Se osserviamo le relazioni, considerando l’individuo come al centro di un intreccio di esperienze con gli altri fin dalla nascita e persino prima, pensando ai significati che i genitori attribuiscono al generare una nuova vita, vediamo che l’identità dell’adolescente non può prescindere dalle esperienze affettive, emotive e relazionali nella sua comunità.
La narrazione di un soggetto artefice di se stesso, in grado di autodeterminarsi e realizzarsi da solo, senza considerare l’altro o vedendolo come termine di paragone e competizione, rappresenta un mito del consumismo che trasforma profondamente le pratiche sociali e culturali in cui viviamo. È la storia che ci raccontiamo in questa società: possiamo controllare la nostra vita da una posizione individuale, che però è inevitabilmente parziale.
Il nostro punto di vista ci porta a osservare l’altro come realtà, mentre spesso proiettiamo su di lui il nostro modo di categorizzare, giudicare e attribuire significati. Come ricordava Von Foerster (1987), tutto ciò che è detto è detto da un osservatore: ogni osservazione nasce da un punto di vista personale. Gli anni passati davanti agli schermi hanno formato generazioni di osservatori differenti, influenzando profondamente il modo in cui percepiamo la realtà.
Ma ciò che vediamo non è la realtà, bensì un simulacro, modellato dalle scelte e dalle intenzioni più o meno consce di chi realizza le immagini. Non si tratta della verità, ma di un’angolazione particolare che ci permette di vedere alcune cose, mentre altre restano nascoste o non enfatizzate, soprattutto considerando la velocità dei messaggi audiovisivi, che non controlliamo come accade invece con un libro o un giornale cartaceo.
Se prendiamo per realtà ciò che osserviamo attraverso i media, corriamo il rischio di essere ingannati due volte: non solo guardiamo ciò che chi realizza le riprese vuole mostrarci, ma crediamo anche che sia verosimile, quando potrebbe trattarsi di una visione fortemente artefatta. Quello che ci appare reale è quindi, in parte, una menzogna. Non sorprende: ogni osservazione, lungi dall’essere oggettiva, è un punto di vista tra i tanti. Ogni racconto tradisce in qualche modo ciò che è effettivamente accaduto.
E allora? Come possono gli adolescenti, in via di formazione bio-psico-sociale, costruirsi idee sul mondo? Forse possiamo contare sui loro sguardi nuovi, sulla loro naturale irriverenza, anche se il discorso sociale tende ormai a un’omologazione.
Oggi assistiamo a ulteriori sviluppi: alla realtà immediata si affiancano diversi livelli di reale, più o meno mediati, fino alla realtà virtuale, dove è possibile trascorrere molto tempo. Floridi (2017) parla di infosfera, cioè di luoghi virtuali in cui, attraverso un avatar, si possono vivere storie e sfide come se fossero vere. Questo non esclude la vita reale, ma la affianca, creando un assortimento di esperienze. Per alcuni adolescenti diventa un mondo in cui rifugiarsi.
Dal punto di vista della psicologia e della psicoterapia, incontrare gli adolescenti significa anche uscire dallo studio per incrociarli nelle scuole, nelle piazze e nei luoghi che frequentano, considerati oggi come nuove forme d’arte contemporanea.
La cultura dei consumi si nutre della nostra sensazione di mancanza: il desiderio di colmare vuoti affettivi e sociali si trasforma in corsa agli oggetti e alle immagini che promettono felicità immediata, spesso irraggiungibile.
In questo senso, il desiderio si traduce in attaccamento agli oggetti di consumo, che sembrano colmare la mancanza, ma in realtà non possono farlo, perché ciò che manca è la relazione, non l’oggetto. Alla continua ricerca di una soddisfazione che non arriva mai, nasce la sofferenza. L’immagine sociale e il corpo, trasformati in simulacri di identità, diventano ideali da realizzare in una società dell’immagine, costruiti e associati alla realizzazione di desideri che in definitiva puntano al consumo, incarnando un modello culturale occidentale.
I prodotti diventano estensioni dell’identità, così come il corpo stesso, veicolato attraverso le forme di comunicazione, spesso a distanza. L’immagine corporea diventa fondamento di identità e confine tra individuo e gruppo sociale. Sentirsi “in” o “out” passa attraverso le mode e la percezione del proprio corpo. La costruzione dell’autostima, soprattutto in adolescenza e durante la trasformazione corporea, si fonda sull’immagine di sé.
Nei rapporti sociali emergono limiti: il confronto con gli altri può trasformarsi in competizione e vergogna, se l’adolescente non si sente all’altezza, sperimenta inadeguatezza, delusione o vuoto, e non raggiunge gli obiettivi di successo promessi dal mercato.
Cultura del narcisismo
Recalcati (2002) in testi dedicati ai disturbi del nostro tempo, considera la prospettiva socio-culturale, nel permetterci di vedere come nel rapporto tra vuoto, mancanza e desiderio, il vuoto non è più, nell’anoressia e nella tossicomania, senso di mancanza dell’Altro, che porterebbe al desiderio: si tratta piuttosto di una chiusura alla relazione affettiva, che lascia posto a una inconsistenza e dispersione di sé, aprendo le porte ad un’angoscia indefinita. Tutto ciò può essere coniugato nell’ambito della cultura del narcisismo (Lasch, 1979), che da decenni segna l’evoluzione dei nostri modi di esistere nella relazione (una relazione che viene negata-rifiutata o manipolata-controllata) affluendo in un paradosso identitario, quello del farsi da sé.
Anche qui il soggetto nel suo rapporto con la società, quella dei consumi e quindi del mercato, trova il desiderio dell’oggetto di consumo che racchiude una logica paradossale: per continuare a consumare occorre non avere la vera soddisfazione del desiderio ma un suo surrogato, sostituendo così la relazione con l’altro l’oggetto del desiderio, l’oggetto stesso che non passa più per la relazione con l’Altro, ma conduce ad un godimento individuale e subitaneo fine a se stesso. Attraverso gli oggetti di consumo, reperibili sul mercato sociale e culturale, l’Altro viene sostituito, escluso, rifiutato; sullo sfondo l’era della tecnica (Galimberti, 1999), cioè la modalità di ottenere il massimo con il minor costo possibile, che sopravanza le capacità dell’essere umano, che l’ha costruita, di comprendere le conseguenze del suo invadere le vite di tutti noi.
Come dice ancora Galimberti (1999) nell’età della tecnica «manca lo scopo, manca la risposta al perché, il futuro non è più una promessa», tutti i valori cambiano.
La tecnica non ha uno scopo, la tecnica funziona, per la tecnica non c’è passato e neanche futuro, c’è solo un eterno presente e non c’è orizzonte di senso. Non siamo più noi e neanche sono gli adolescenti a comunicare tra loro secondo vincoli sociali, ma secondo vincoli posti dalla tecnica, cioè tecnologia. Per socializzare oggi c’è bisogno di uno smartphone e non è più possibile farlo con metodi più naturali.
Le nuove forme di malessere adolescenziale
In uno scenario come quello descritto le mancanze non diventano desideri ma fallimenti, vuoti, con il loro seguito angoscioso. Inoltre in questo modo appare difficile separarsi positivamente dalla famiglia di origine per cui si ricercano ancora modelli di successo illusori oppure ci si rifugia nell’uso di dispositivi tecnologici o tecnologie centrate su se stessi come quelle fissate sul corpo. La tecnologia digitale crea una realtà ibrida, dove vita vera e vita online si intrecciano a velocità crescente, ma con sempre meno controllo. Non sorprende che insoddisfazione e senso di vuoto abbiano portato a un aumento di disturbi come quelli dell’alimentazione o delle dipendenze proprio tra i giovani.
Per quanto riguarda i disturbi della nutrizione e alimentazione il nucleo centrale della malattia si riscontra nella bassa autostima che trova nel desiderio di un’immagine corporea ideale la possibilità di vedere così anche l’immagine di sé e l’identità personale riconosciute nelle relazioni sociali. Tale riconoscimento costituisce un bisogno fondamentale per il soggetto che si sta formando un’identità. Senza la sicurezza di appartenere a un gruppo sociale è difficile sentire di potersi occupare del proprio progetto di vita. Oggi più che mai appartenere al gruppo sociale, che è anche culturale in quanto dotato di linguaggio e di sistemi di comunicazione, significa potersi riconoscere in un’immagine di sé accettata e considerata, un’immagine di successo oppure di “distinzione da” ma allo stesso tempo “appartenenza a”.
Possiamo allargare la riflessione sulla clinica anche ad altri ambiti per esempio quello delle dipendenze patologiche. La dipendenza è una caratteristica normale dell’essere umano e la si osserva in particolare nelle relazioni affettive. La dipendenza può diventare patologica anche in queste ultime, oppure nella relazione con sostanze di consumo o con comportamenti che sono di soddisfazione immediata dei desideri indotti e appresi, soddisfazione che anche in questo caso non si raggiunge mai ed è difficile da disapprendere. Se soddisfare i desideri (indotti dal contesto di comunicazione) è l’obiettivo del mercato, il desiderio di qualcosa di nuovo si sposta sempre più in là e non basta mai. L’oggetto del desiderio è continuamente promesso e non esaudito. Si realizza una logica tossica che inevitabilmente acceca chi vi rimane impigliato.
L’attaccamento agli oggetti del desiderio crea tensione per raggiungere qualcosa che alla fine non soddisfa mai abbastanza. Recalcati, in alcuni suoi discorsi accenna al quadro di Breugel La parabola dei ciechi, nel quale alcuni personaggi ciechi uniti tra loro da bastoni tenuti nelle loro mani, finiscono dentro a un fosso perché il primo di loro vi cade dentro. Il desiderio di quello che si vuole divenire non basta mai, acceca, invece che aprirsi in una circolarità nel tempo e nello spazio di relazioni umane.
Può accadere così che il corpo divenga oggetto di controllo per avvicinarsi ad un ideale di bellezza e performance che è visto come magrezza oppure come prestanza fisica, iper-stimolato dai media. Ma in queste condizioni ansiose può diminuire la capacità di essere critici con l’ideale, che diventa quindi modello inarrivabile. È una volta entrati in questa logica di desiderio, uscirne appare una colpa e quindi non accettabile due volte.
La letteratura e le esperienze attorno all’argomento della percezione dell’immagine corporea nell’ambito socio-culturale e del desiderio di apparire=essere nella società cosiddetta “dell’immagine”, basata sulla comunicazione, ci portano a considerare quanto è importante la ricerca e lo sviluppo di punti di vista che aiutino gli adolescenti a esercitare visioni dissonanti e critiche, in cui noi stessi osservatori adulti siamo parte, con i desideri e i consumi di beni che riguardano anche noi naturalmente, a diversi livelli della scala sociale, nella cosiddetta società di massa. In materia di promozione della salute psico-sociale degli adolescenti è fondamentale lavorare su questi temi in contesti favorevoli all’apprendimento e alla socializzazione come le scuole.
È facile sentirsi inadeguati, soprattutto in un’età delicata come l’adolescenza, quando il proprio corpo cambia rapidamente e lo si confronta continuamente con le immagini di successo proposte dai media. In questi casi, il desiderio di cambiare sé stessi può diventare molto forte. Chi arriva a realizzare un controllo su tali aspetti e a sentirsi vincente può dimenticare ogni svantaggio e cercare di diventare sempre più performante, senza che questo comporti una vera felicità: come dicevo, sembra invece delinearsi una dinamica di dipendenza, in relazione con l’ambiente sociale che si nutre degli stessi valori per cui il mercato continua a produrre nuovi modi di soddisfare i desideri dallo stesso indotti, senza mai arrivare ad un fine.
La pandemia da COVID-19 ha aggiunto ulteriore incertezza: la sospensione della socialità diretta, la didattica a distanza, le restrizioni fisiche hanno colpito soprattutto i ragazzi, accentuando stati di ansia, solitudine e insicurezza.
In un contesto relazionale interpersonale carente come quello creatosi con le limitazioni della pandemia, l’altro è diventato un punto di riferimento a distanza, non più a livello corporeo ma mediato da immagini socialmente e culturalmente costruite (socializzazione scolastica in DaD e tramite i media). Di conseguenza l’interazione con l’altro, nel periodo del lockdown, è stata interrotta, disregolata, resa incerta, con effetti di solitudine, noia, ansia, stress, scarso movimento. Sono aumentate le ansie sul proprio sé e sulle relazioni familiari che sono diventate forzate, è cresciuta la preoccupazione per la salute dei cari. La normale e vitale possibilità di costruirsi ambiti di esperienza e identificazione con i pari, sul versante affettivo-emotivo è stata ridotta, lo sviluppo di un senso sé, già complesso in adolescenza, si è fatto più incerto e instabile, favorendo la ricerca di condotte di controllo.
Identità nella società dell’immagine
L’immagine di sé che l’adolescente si forma è inevitabilmente mediata dalle immagini sociali, così come l’identità non è qualcosa che appartiene al soggetto ma che si crea nella relazione, un continuo mettere a fuoco di se stessi nelle interazioni sociali, che oggi sono sempre più realizzate con linguaggio e strumentazione mediatica, e quindi trasformate rispetto alle immagini dirette del viso a viso. Per gli adolescenti che si stanno formando un’identità tale processo è ancora più importante e portatore di criticità fondamentali per lo sviluppo di immagini di sé nel presente e quindi nella definizione in corso verso l’età adulta e in ultima analisi verso il futuro.
Le immagini ideali alle quali tendere vengono definite così dai media, a vantaggio di un sistema di relazioni di mercato, con i suoi format che ricalcano modalità di proposta delle merci e delle immagini che queste veicolano, dagli alimentari alle sostanze farmacologiche. Si perde forse così il riferimento con una realtà complessa e viva, fatta di rapporti di ascolto di sé e dell’altro, in cui non si capiscono più i contorni, i limiti, i contesti.
Apprendiamo più facilmente da un’immagine o da un comportamento che da molte parole, secondo il concetto di desiderio mimetico di René Girard (1999). Impariamo per imitazione, mimesi sociale e analogia. Anche la moda funziona così, creando relazioni tra simile e differente, ma può diventare drammatica se il desiderio di possesso è condiviso tra contendenti. Persino le guerre odierne ci ricordano, in un certo senso, la forza di questo meccanismo.
Non esiste separazione tra soggetto e contesto interattivo, ci ricorda Gregory Bateson (1972). L’organismo umano è connesso al suo ambiente, inclusa la tecnologia della comunicazione globale. Tuttavia, come evidenziava Bateson (1979), è importante distinguere tra mappa e territorio, distinzione che nella società dei media e dell’immagine rischia di confondersi, perché ciò che appare non è sempre ciò che è.
Favorire percorsi di cambiamento o evoluzione
Più aumentano le marche di contesto culturale rispetto a certi valori e più ci si abitua. Ma l’abitudine ci porta a disposizioni mentali non più tanto utili con il mutare delle condizioni, per cui abbiamo bisogno di cambiare ad un certo punto.
Ecco che è importante ri-stimolare la sensibilità delle persone in adolescenza e dei loro educatori, con nuovi significati contraddittori che alimentano la dissonanza dai messaggi dei media e dalle loro vuote forme. Messaggi che non abbiamo il potere di cambiare se non con movimenti di opinione imponenti. Enunciati sui quali noi “lettori” abbiamo la possibilità di una lettura “aberrante” (Eco, 1985).
I linguaggi dell’immagine
L’iper-reale è la più grossa menzogna del suo riferimento: il reale. Sembra riprodurre fedelmente la cosa in realtà, mentre invece si tratta di un falso perfetto. Una allucinante somiglianza del reale a se stesso (Baudrillard, 1976).
L’interazione con l’altro oggi è sempre più mediata da mondi possibili, costruiti attraverso le possibilità comunicative delle nuove tecnologie e come abbiamo visto questo avviene in modo elettivo nelle giovani generazioni. I significati delle esperienze che facciamo sono veicolati tramite mezzi di comunicazione a distanza. Tanto che ci siamo chiesti se sia il linguaggio sociale a definire le modalità di interazione tra le persone.
A livello socio-culturale la società dell’immagine sembra influenzare con modalità di costruzione mitologica il modo di vedere all’interno delle società complesse. Greimas, (1987) semiologo, lettore quindi dei codici culturali del tempo diceva: «Ogni apparire è imperfetto: nasconde l’essere; a partire da lui si costruiscono un voler essere e un dover essere, che sono già una deviazione del senso. Soltanto l’apparire, in quanto potersi dare, o può darsi, è appena visibile».
L’autore ci suggerisce che non abbiamo accesso diretto a una verità originale, e che siamo inevitabilmente condizionati dall’apparire, considerando anche la nostra parte, ovvero l’applicazione dei nostri filtri mentali a ciò che osserviamo. In questo senso, con P. Virilio (2005) possiamo dire che «dentro e fuori da me si confondono; il mondo non solo diventa un gigantesco arto fantasma, ma è costruito da un’ipertrofia dell’ego, una sorta di intropatia che soppianta la simpatia reciproca».
Secondo Ferdinand de Saussure (1913), nel Corso di Linguistica Generale, il linguaggio universale e la parola individuale si relazionano attraverso il “significante” e il “significato”. Il significato è ciò che si dice, mentre il significante è il modo in cui lo si comunica. Il segno, come parola o immagine, coordina questi due elementi, permettendo la comprensione reciproca. Il modo di comunicare connota ciò che si vuole esprimere e calibra il significato veicolato.
Seguendo questo discorso potremmo a questo punto trovare una metafora, attraverso il linguaggio dei segni che il cinema ci ha abituato a leggere. L’opera di cui voglio accennare è un film, che può aiutarci ad elaborare una visione più complessa ma anche illuminante di come i significanti espressi in una società possono trasportare significati capaci di trasformare profondamente e drammaticamente il rapporto con la realtà. Parlo del film di Yorgos Lanthimos, Dogtooth (Kinodontas).
Con questa coraggiosa e distopica opera, il regista ci conduce all’interno della realtà di una famiglia con un modello educativo della formazione umana, costituito dalla costruzione continua e coerente di un mondo che è completamente isolato da quello reale, un dentro che è staccato dal fuori per quanto quest’ultimo lo contenga. Un interno che legge il fuori in una maniera psicotica, potremmo dire, cioè senza nessuna valida correlazione con la realtà esterna.
La famiglia è composta dai due genitori e da tre figli, un ragazzo e due ragazze, tutti adolescenti. Vivono in una casa isolata molto grande con giardino e piscina, dalla quale non escono mai, a parte il padre che va a lavorare e che si occupa degli acquisti per il sostentamento. Non si sa bene la storia di questa famiglia, ma vi sono aspetti di mito della stessa e tendenze ad una adulterata idilliaca tranquillità che pare nessuno possa modificare. Il linguaggio familiare, costruito sapientemente da padre e madre, è alterato da una serie di significanti che assegna a oggetti e concetti significati del tutto distorti ai figli che apprendono quindi le regole di vita in maniera del tutto inedita rispetto alla cosiddetta normalità. Ha luogo un controllo totale delle comunicazioni operato dal mondo adulto (i genitori) che conduce i ragazzi ad avere una naturale ed innocente visione di quel mondo che i loro genitori dipingono per loro, senza alcun dubbio e senza la possibilità di alternative.
Osserviamo in questo interessante film un linguaggio povero, che ripete delle uniformità e che la dove incontra le domande di senso dei ragazzi non lascia possibilità di interpretazione differente, pena la minaccia di non soddisfazione dei piccoli desideri percorribili. L’altro non esiste, è tutto all’interno delle relazioni del singolo nucleo familiare, anche i parenti sono immaginari. Non c’è quindi possibilità di confronto e di costituzione di una distinzione sé-altro oltre che sé-mondo, un linguaggio completamente autoctono soppianta la possibilità di conoscenza e di evoluzione dell’unità psiche-corpo-ambiente.
È possibile un tale controllo dei significati all’interno di un gruppo umano? Il potere esercitato in questo modo può salvare il gruppo da ingerenze pericolose (o paranoiche) dall’esterno? Se anche fosse così possiamo immaginare quali conseguenze possano esserci sul piano di una chiusura linguistica e quindi anche psicologica, sociale e culturale.
Dalla prima parte del film emergono già riflessioni sullo sviluppo delle giovani generazioni. Successivamente, altri avvenimenti ci conducono a considerazioni sul potere adulto e sulla potenzialità sovversiva della comunicazione adolescenziale, delle relazioni e delle emozioni che ne derivano. L’opera visionaria di Lanthimos ci mostra le conseguenze nefaste di un potere autoritario, che manipola il rapporto tra ciò che viene comunicato e ciò che è.
Da qui la riflessione su quanto sia importante riconoscere le regole di relazione tra significanti e significati nella società di oggi, in cui la babele dei linguaggi e dei mezzi di comunicazione mediatica costituisce rischio di condizionamento e confusione con conseguenze deleterie per le giovani generazioni.
Conclusioni
Riassumendo quanto esposto e guardando a nuove prospettive possiamo trarre alcuni spunti.
Sembra utile appropriarsi dei mezzi di riflessione per decifrare e re-inventare i rapporti tra mappa e territorio, in modo che si possano reciprocamente utilizzare in un processo di conoscenza rispettoso ed ecologico nelle relazioni socio-culturali in cui viviamo. Utilizzare il linguaggio e le sue potenzialità per rivedere e riguardare la realtà come qualcosa da co-costruire continuamente e non come replica di un sistema di potere che la tecnica edifica e nasconde sotto mentite spoglie, può essere una strada per decifrare tanta complessità.
Una comunità, una società, che lavora con le giovani generazioni a costruire nuove mappe per leggere il mondo, ritrovando il rapporto (ora alterato) di equilibrio reciproco tra ciò che si vuole esprimere e come lo si esprime, contribuisce alla crescita di adolescenti che possano dare un nuovo nome al futuro.
L’idea di portare nelle scuole e nella comunità locali un percorso di prevenzione del disagio giovanile e di promozione della salute adolescenziale, partendo dalla capacità di leggere e interpretare i nuovi linguaggi dei media e dei social media, anche con uno sguardo critico, credo sia una sfida alla possibilità di avere strumenti per tradurre la complessità e trovare nuovi sensi nelle interazioni tra persone, costituendo anche un antidoto naturale alle derive che la tecnica sta prendendo nonostante le illusioni di controllo che ancora ci abitano.
Tale progetto di intervento, nell’ambito delle azioni di prevenzione, universale e selettiva, dei Disturbi della Nutrizione e Alimentazione, costituisce per esempio una sperimentazione che può aprire alla prospettiva delineata in questo scritto. Spero che questo possa essere d’impulso per nuovi modi di lavorare con le giovani generazioni a sostegno della loro salute e di quella delle loro famiglie.
- Oltre la felpa: cronache di adolescenza, tra crisi, possibilità e trasformazione
- La mente altrove: la difficoltà di crescere abitando sé stessi
- Glow Up: uno specchio della sofferenza tra moda e realtà, tra adolescenza e adultità
- Gli adolescenti nel gioco di specchi della società dell’immagine
- Oltre i confini, continuamente in transizione
- Crisi e cambiamento: parte di «noi» e fuga nella «tradizione»
- Da ospiti a cittadini: adolescenza, lo spazio del divenire
- Adolescenza, lo spazio del divenire: imprenditori di se stessi




