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Occhi di coccodrillo
Occhi di coccodrillo

Esistono animali cattivi?

Tempo di lettura: 25 minuti

I tanti animali che compaiono nel Jātakatthavaṇṇanā rispecchiano spesso le difficoltà, la società e il linguaggio degli esseri umani, cosa che ha favorito una lettura prevalentemente allegorica di queste storie. In molti casi, poi, gli animali sono identificati come vite precedenti di personaggi umani importanti, aspetto che in qualche modo ne ridimensiona ulteriormente l’animalità. In particolare, la ricorrente rinascita del Buddha in una serie di animali virtuosi e saggi dice molto sul Buddha, ma probabilmente poco sugli animali stessi. Vedremo però che i jātaka possono rivelare degli elementi interessanti anche sulle facoltà degli animali. Attraverso le storie di un altro personaggio animale fondamentale, ovvero Devadatta, l’avversario del Buddha, esploreremo la capacità degli animali di comportarsi male. Poiché Devadatta appare ventotto volte come animale e quarantasei come essere umano, si può indagare se i compilatori del testo abbiano riconosciuto una differenza tra le capacità umane e animali di compiere il male. Procedendo in questa direzione, affronteremo la questione di come si debbano interpretare più in generale i racconti sugli animali nei Jātaka e metteremo in rilievo la tensione produttiva tra la visione degli animali come compagni sfortunati nel ciclo delle rinascite e l’uso degli animali come figure letterarie volte a illustrare aspetti del comportamento umano.

1. Introduzione

Negli studi sulle storie di animali, numerosi dibattiti si concentrano sulla questione se tali racconti dicano qualcosa di significativo sugli animali oppure se riguardino in realtà solo gli esseri umani. Le centinaia di storie jātaka (narrazioni delle vite precedenti del Buddha) contenute nel grande Jātakatthavaṇṇanā [1] sembrano a una prima lettura particolarmente povere di informazioni sugli animali, perché spesso vi si trovano animali che si comportano come esseri umani, parlano un linguaggio umano e rispecchiano aspetti del comportamento sociale umano. In effetti, nei jātaka «gli animali non sono affatto animali, perché alla fine di ogni storia il Buddha rivela che il personaggio centrale era lui stesso in una vita precedente, mentre i suoi compagni monaci interpretano i ruoli secondari» (Harris 2006, p. 208). In altre parole, la consapevolezza che i protagonisti sono esseri umani noti tende a ridurre la capacità dei racconti di dirci qualcosa sugli animali «reali». Una considerazione simile deriva dall’idea che questi animali siano stati anche esseri umani in una vita passata; nelle narrazioni simili che troviamo nei poemi epici indiani, la dichiarazione narrativa secondo cui gli animali sono nati in questa forma a causa di un retroscena umano «riduce la rilevanza della narrazione come riferimento agli animali e sposta l’attenzione su un essere umano temporaneamente incatenato a un destino inferiore» (Jaini 2000, p. 255). Possiamo anche rilevare che «in questo tipo di testi, gli animali sono spesso utilizzati per rappresentare gli esseri umani e, in ogni caso, sono concepiti, o almeno raffigurati, come esseri che pensano, sentono e agiscono fondamentalmente come gli esseri umani» (Schmithausen e Maithrimurthi 2009, p. 100)[2].

Ma si può anche andare oltre la dicotomia animale-umano, esplorando come l’animalità degli animali rimanga significativa anche nelle narrazioni in cui questi si ispirano per larga parte al comportamento umano, oppure sono stati o saranno rinati come esseri umani (come ha fatto Reiko Ohnuma, nel suo volume del 2017 dedicato agli animali nel buddhismo, soprattutto pp. 48-50). Nello stesso senso, pur riconoscendo che gli animali dei jātaka «sono visti non tanto come animali quanto come potenziali esseri umani» (Chapple 1997, p. 143), si può osservare che si tratta di «animali che possono insegnare una lezione agli esseri umani» (p. 143) e che gli animali possono essere «strumenti immaginativi» (p. 132) per la riflessione umana. Proviamo allora ad andare oltre la visione dei jātaka come testi che riguardano esclusivamente gli esseri umani e a considerare invece come, in un particolare insieme di racconti buddhisti, l’allegoria e l’elemento animale si intreccino, soprattutto quando gli animali sono rappresentati come «cattivi».

L’idea di questo contributo nasce dagli studi condotti per il mio Narrating Karma and Rebirth (2014), in cui propongo una breve analisi del ruolo degli animali nelle narrazioni buddhiste e giainiste sulle molteplici esistenze. Nella riflessione su come gli esseri finiscono per rinascere come animali e su come riescono a sfuggire al regno animale, ho trovato di particolare interesse il fatto che gli animali sembrano avere accesso a opportunità assai limitate per agire moralmente e così conseguire un buon karma. [Ohnuma ha approfondito in modo più sistematico questa questione nel primo capitolo della sua recente monografia (Ohnuma 2017), almeno per quanto concerne il buddhismo]. Dai testi buddhisti sembra trasparire che agli animali manchi una certa forma di saggezza e quindi di capacità morale, circostanza che limita le loro possibilità di sfuggire al ciclo delle rinascite (Appleton 2014, pp. 22-43; Ohnuma 2017, pp. 5-23). Al contrario, gli animali sono spesso ritratti come per natura inclini al male, in quanto trascorrono la loro esistenza divorandosi reciprocamente e commettendo incesto. In ragione di questa condizione, le possibilità di migliorare la propria situazione risultano estremamente limitate e, in genere, gli animali possono fare affidamento unicamente su un’esperienza di prasāda (sanscrito) / pasāda (pāli), ossia la «fede» suscitata dall’incontro con un Buddha. Tali incontri sono, com’è ovvio, rari e profondamente trasformativi.

Le narrazioni che descrivono le limitate opportunità che spettano agli animali di sottrarsi ai regni sfavorevoli della rinascita mi hanno portato a chiedermi: se gli animali, per loro natura portati all’illusione e all’istinto, sono generalmente incapaci di virtù, quale sarebbe allora la loro effettiva capacità di compiere azioni moralmente negative, di accumulare karma dannoso? Davvero questa capacità dipende necessariamente dalla loro condizione animale (come emerge in alcune riflessioni filosofiche) e, se questo è vero, per quale motivo si incontrano così raramente narrazioni che mostrano animali rinascere in condizioni uguali o peggiori per effetto del loro karma negativo? Gli animali sono davvero in grado di compiere il male come gli esseri umani, oppure la loro capacità è più limitata? Ho accennato brevemente a queste domande nel mio volume e desidero ora riprenderle, concentrandomi sulle rappresentazioni dei «cattivi» tra gli animali nei jātaka.


Proprio come il Buddha – che incarna (quasi) sempre un animale di straordinaria virtù –
anche Devadatta è (quasi) sempre l’animale
peggiore che si possa immaginare.

Molti sanno che, quando nei jātaka si incontra un animale «cattivo», spesso si scopre che si tratta di Devadatta in una vita precedente. Come molti jātaka illustrano le numerose e durature virtù del futuro Buddha, allo stesso modo anche altri personaggi mostrano tratti ricorrenti lungo più esistenze. Ānanda, il compagno prediletto del Buddha, compare di frequente come amico o parente del Bodhisatta, e manifesta spesso la stessa bonaria ingenuità o ignoranza che lo caratterizza anche nelle narrazioni della sua ultima vita. Talvolta in una vita precedente Ānanda assume forma femminile: si tratta di rari esempi di cambiamento di genere tra una rinascita e l’altra, forse da mettere in relazione con la sua vicinanza alla comunità monastica femminile o con il suo particolare legame affettivo con il Buddha. Anche Sāriputta e Moggallāna compaiono spesso come amici del Bodhisatta e in genere si mostrano saggi; si racconta che Sāriputta sia stato testardo e inflessibile in molte esistenze. Uppalavaṇṇā, celebre per aver ottenuto poteri sovrannaturali nella sua vita finale, nei jātaka è spesso una dea. Devadatta, l’aspirante assassino e monaco scismatico, antagonista del Buddha, riveste quasi sempre il ruolo del malvagio.

Devadatta rappresenta dunque un caso di studio particolarmente interessante per esplorare le possibilità morali attribuite agli animali. Proprio come il Buddha – che incarna (quasi) sempre un animale di straordinaria virtù – anche Devadatta è (quasi) sempre l’animale peggiore che si possa immaginare. Il suo comportamento, quindi, dovrebbe mostrare i limiti delle possibilità attribuite agli animali di compiere il male. Inoltre, poiché Devadatta si manifesta sia come animale sia come essere umano, la sua figura ci permette di confrontare direttamente esempi di male umano e male animale. Un’analisi della figura di Devadatta solleva quindi questioni di particolare rilievo, riconducibili al funzionamento delle narrazioni sugli animali: quando Devadatta compare come animale malvagio, si tratta di una lezione sugli animali, sugli esseri umani, oppure di un insegnamento specifico su Devadatta? La questione più ampia, ossia se le storie sugli animali siano puramente allegoriche oppure no, rischia di trascurare un elemento decisivo: cosa accade quando le storie sembrano riferirsi deliberatamente a un personaggio specifico, dotato di un significato particolare, che mantiene alcuni tratti distintivi pur attraversando diversi regni della rinascita?[3]

In ultima analisi, che cosa insegnano le narrazioni sulle rinascite animali di Devadatta sulla condizione animale nel buddhismo? Per rispondere a questa domanda, leggeremo innanzitutto i jātaka del Jātakatthavaṇṇanā che vedono protagonista Devadatta in forma animale, soffermandoci sui temi e sui tratti che emergono con particolare evidenza. Vedremo poi in che modo le caratteristiche e le esperienze del Devadatta-animale differiscono da quelle del Devadatta-uomo. Ci soffermeremo infine sul significato più ampio di queste narrazioni, che riguardano allo stesso tempo gli animali, gli esseri umani e un particolare antagonista che si sposta tra il regno umano e quello animale.

2. Devadatta come animale nei Jātaka

Secondo i conteggi che ho effettuato, Devadatta compare in forma animale in ventotto delle storie raccolte nel Jātakatthavaṇṇanā (vedi l’Appendice A.1). Appare invece come essere umano in altre quarantasei storie, e in due occasioni come essere divino di vario genere (vedi l’Appendice A.2 e l’Appendice A.3). Le sue rinascite animali rappresentano quindi poco più di un terzo delle sue apparizioni, ma includono alcune delle caratterizzazioni più note e popolari, come le tre storie correlate che narrano i suoi tentativi, sotto forma di coccodrillo, di conquistare il cuore di una scimmia (il Bodhisatta). Queste narrazioni si possono raggruppare in sei grandi tipologie, a seconda del tema centrale o della caratteristica principale esplorata, benché più storie spesso abbraccino contemporaneamente più di un tema.

2.1. Devadatta cerca di imitare il Bodhisatta, oppure si vanta indebitamente, sopravvalutando le proprie doti

In queste narrazioni, Devadatta si attribuisce capacità che non possiede. Nel Jātaka 143 e nel 335, nato come sciacallo, cerca di agire come il suo protettore, un leone (il Bodhisatta), con risultati disastrosi: viene calpestato a morte dalla sua preda, un elefante. Allo stesso modo, nel Jātaka 204 tenta di tuffarsi per pescare come il suo protettore, un uccello acquatico (il Bodhisatta), sebbene sia un corvo e quindi del tutto inadatto a simili attività; di conseguenza, annega. Nel Jātaka 210 imita un picchio (il Bodhisatta), pur non essendo fatto per beccare il legno, e si rompe il becco. Nel Jātaka 160, pur essendo solo un uccello incapace di volare, si crede un re perché trasportato in aria da una coppia di oche. Nel Jātaka 168, per ostentare le sue presunte abilità di cacciatore di fronte a una quaglia appena catturata, finisce per perdere non solo la preda, ma anche la vita. Nel Jātaka 241, nei panni di uno sciacallo, ricorre a un incantesimo per radunare un esercito, salvo poi esserne travolto e ucciso; nel Jātaka 294 e nel 295, sempre come sciacallo, si esibisce in versi di lode immeritati rivolti a un corvo, che a sua volta lo elogia. In tutte queste narrazioni, l’arroganza e l’esagerata autostima di Devadatta conducono a esiti imbarazzanti, dolorosi o persino fatali. La sua follia, quasi sempre, si staglia in netto contrasto con le reali qualità del Bodhisatta.

2.2. Devadatta come cattiva guida

In questi racconti, Devadatta si rivela una pessima guida, e mette in pericolo coloro che dipendono da lui. Nel Jātaka 11, la sua inadeguatezza come guida dei cervi porta alla perdita del branco, mentre la buona guida di suo fratello, identificato con Sāriputta, viene contrapposta in modo esplicito. Anche nel Jātaka 12 lo si trova a capo di un branco di cervi: qui rifiuta le suppliche di una cerva incinta destinata ai cacciatori del re, che deve quindi rifugiarsi presso il capo dell’altro branco, il Bodhisatta, il quale si offre in sua vece, inducendo così il re a rivedere la propria passione venatoria. Nel Jātaka 33, Devadatta è una quaglia che semina discordia nel gruppo, portando tutti alla cattura; nel Jātaka 404 guida un branco di scimmie e, nonostante gli avvertimenti, non riesce a proteggerle dal pericolo. Ancora una volta, queste storie mostrano che Devadatta ha un’opinione erronea delle proprie capacità, ma in questo caso le conseguenze negative non ricadono solo su di lui, bensì anche su chi ha la sfortuna di seguirlo. La sua cattiva guida viene quasi sempre posta in diretto contrasto con la buona guida del Bodhisatta o di altri monaci anziani.

2.3. Devadatta tenta di uccidere o ferire il Bodhisatta

Le narrazioni forse più celebri su Devadatta in forma animale sono quelle in cui cerca di uccidere o ferire il Bodhisatta sotto altre spoglie come animale. In alcune storie troviamo le dinamiche predatore-preda proprie del mondo naturale, come nelle due storie in cui Devadatta è un falco che insegue uccelli più piccoli per cibarsene (Jātaka 168, 448). In molti casi, tuttavia, anche una semplice caccia è connotata dall’inganno: nella seconda storia Devadatta cerca di stringere amicizia con la sua preda (Jātaka 448), oppure, sotto forma di camaleonte – incarnazione dell’ipocrisia – tradisce i suoi ex amici consegnandoli a un cacciatore (Jātaka 141). In tre celebri versioni di una stessa storia, Devadatta è un coccodrillo che si finge amico di una scimmia (il Bodhisatta) per poi cercare di ucciderla e impossessarsi del suo cuore, desiderato ardentemente dalla moglie del coccodrillo (Jātaka 57, 208, 342). Nel Jātaka 407, Devadatta è una scimmia che spezza la schiena del Bodhisatta, dopo che quest’ultimo, trasformandosi in un ponte, gli ha permesso di mettersi in salvo (è interessante notare che qui l’identificazione di Devadatta come scimmia malvagia avviene durante la narrazione e non solo nell’identificazione finale delle nascite.) Il tradimento degli amici, o la falsa amicizia, si impone quindi come tema centrale di queste storie, come anche il tradimento dei doveri familiari: basti pensare alla storia in cui Devadatta, a capo di una banda di scimmie, castra i propri figli per impedir loro di divenire suoi rivali, e tenta poi di uccidere il Bodhisatta che si sottrae a questa sorte (Jātaka 58). Non mancano esempi in cui la vera amicizia salva il Bodhisatta: nel Jātaka 389, Devadatta-corvo cerca di cavare gli occhi al Bodhisatta per la propria compagna, ma il Bodhisatta (un brahmino) è protetto da un granchio (Ānanda) divenuto suo amico.

Per quanto le azioni di Devadatta vengano sempre presentate come riprovevoli, è soprattutto il tradimento che risalta come tema ricorrente. Non si vuole semplicemente suggerire che Devadatta sia da sempre un omicida, ma che abbia sempre tentato di nuocere al Bodhisatta, anche quando questi gli aveva dimostrato gentilezza. Solo in una storia la crudeltà di Devadatta assume una portata più generale: nel Jātaka 357 è un elefante che distrugge un nido di quaglie per puro capriccio; la madre delle quaglie infine si vendica, ricorrendo all’aiuto di animali insospettabili. Sebbene la cornice narrativa presenti la vicenda come emblematica della spietatezza di Devadatta, il senso sembra piuttosto alludere al potere della cooperazione.

2.4. Devadatta mostra ingratitudine verso il Buddha

Molte delle storie che abbiamo esaminato fin qui evidenziano un altro tratto fondamentale di Devadatta: l’ingratitudine nei confronti del Bodhisatta. Ad esempio, nella storia della scimmia (J407), Devadatta aggredisce proprio colui che gli aveva appena salvato la vita, mentre in diverse altre vite (Jātaka 143, 204, 210, 335) non tollera di essere sostenuto dalla generosità di un essere superiore e perciò tenta di imitarlo, con esiti disastrosi. In alcune narrazioni questa ingratitudine costituisce il tema centrale: è il caso del Jātaka 308, dove il Bodhisatta, sotto forma di picchio, aiuta Devadatta-leone rimuovendo un ramo dalla sua gola, ma quando il picchio chiede aiuto in seguito, il leone si rifiuta di ricambiare il favore. Il Jātaka 174 offre una variazione più leggera su questo tema: Devadatta, scimmia assetata, dopo che un generoso brahmino (il Bodhisatta) ha attinto per lui dell’acqua da un pozzo, gli fa delle smorfie in segno di scherno.

2.5. Devadatta generalmente sciocco e ridicolo

La storia della scimmia che fa le smorfie (Jātaka 174) introduce un altro motivo ricorrente: la stoltezza di Devadatta, che costituisce il tema principale di almeno due storie. Nel Jātaka 113, Devadatta è uno sciacallo che si ubriaca e sviene, poi inganna un brahmino benevolo affinché lo salvi, ma lo fa solo per defecare sulla sua veste e fuggire. Nel Jātaka 329, sotto forma di scimmia, Devadatta diviene animale domestico del re, ma spaventa i figli del sovrano e viene allontanato. Queste narrazioni sfruttano appieno l’associazione tra malizia animale e ridicolo, prendendo in giro Devadatta e coloro che si lasciano ingannare dalla sua astuzia.

2.6. Devadatta come cattiva compagnia o influenzato da cattive compagnie

Infine, emerge il tema della cattiva compagnia. Nel Jātaka 397, l’attenzione si concentra su Devadatta come pessima compagnia: nei panni di uno sciacallo, induce il suo amico, un giovane leone, a uccidere i cavalli del re, provocando così la morte del leone per mano del sovrano. Il padre del leone (il Bodhisatta) spiega che tutto ciò è avvenuto a causa delle cattive compagnie frequentate dal figlio. In modo analogo, la storia del camaleonte che abbiamo già richiamato (Jātaka 141) viene raccontata per illustrare le conseguenze delle cattive compagnie tra le lucertole. Il tema degli effetti della cattiva compagnia su Devadatta stesso è sviluppato nel Jātaka 503, in cui Devadatta, pappagallo, e il fratello Bodhisatta vengono separati in giovane età dal vento: il Bodhisatta cresce tra i saggi, Devadatta tra i ladri. I diversi esiti vengono poi approfonditi nella narrazione, ma il messaggio è significativo: si deve forse concludere che Devadatta sia malvagio solo per aver frequentato ripetutamente cattive compagnie?

I sei temi qui delineati potrebbero essere raggruppati diversamente e, in molti casi, la loro sovrapposizione è dimostrata dal fatto che la stessa storia rientra in più categorie. Tuttavia, esaminare le storie delle nascite animali di Devadatta in riferimento a questi motivi ricorrenti permette di cogliere i numerosi richiami tra le sue molteplici vite. I temi si collegano chiaramente alle azioni di Devadatta nell’ultima esistenza del Buddha, quando (A) cerca di assumere la guida del saṅgha rivendicando un livello di realizzazione che non possiede, (B) conduce i suoi seguaci alla rovina, (C) tenta di far uccidere il Buddha, (D) agisce senza la dovuta gratitudine per gli insegnamenti ricevuti, (E) si rivela stolto e (F) causa problemi a chi lo circonda. Nella maggior parte dei casi, la cornice narrativa esplicita questo legame, inserendo il racconto del Buddha all’interno di una riflessione su una particolare trasgressione di Devadatta. Tutto ciò, naturalmente, non sorprende, perché spesso i jātaka rispecchiano eventi del «presente» della cornice narrativa, suggerendo una ripetizione monotona di azioni attraverso molte vite. I tratti negativi di Devadatta si rivelano così abitudini radicate, e la sua ostilità verso il Buddha lo accompagna lungo innumerevoli rinascite.

Questa apparente continuità nei tratti e nelle esperienze di Devadatta ci invita non solo a confrontare queste nascite animali con la sua vita di cugino del Buddha, ma anche con le sue altre vite umane. Ci si potrebbe domandare: questi temi si possono rinvenire anche nelle sue esistenze umane, oppure esiste qualcosa di peculiare nella sua rappresentazione come animale che possa offrire qualche spunto sulla visione buddhista della natura degli animali o sulle narrazioni animali in generale?

3. Devadatta come essere umano e animale: un confronto

Se confrontiamo queste raffigurazioni animali di Devadatta con i jātaka in cui appare come essere umano possiamo riscontrare numerose analogie. Si trovano racconti che ne mostrano l’ingratitudine (Jātaka 72, 73, 131, 193, 445, 482, 516) e la cattiva guida (Jātaka 1, 466), nonché una storia che mette in guardia dai pericoli della cattiva compagnia (Jātaka 184). Il tema più ricorrente è quello dei molteplici tentativi di Devadatta di uccidere il Bodhisatta (Jātaka 21, 72, 73, 122, 142, 193, 194, 206, 220, 221, 222, 277, 313, 358, 416, 438, 472, 482, 514, 516, 542). Emergono però anche nuovi tratti caratteriali, tra cui forme più raffinate di inganno e una diversa rappresentazione delle conseguenze delle sue azioni.

Come essere umano, Devadatta è spesso ingannevole e avido in forme che non sono in contraddizione con le sue nascite animali, ma amplificano le specifiche trasgressioni morali proprie della condizione umana. Ad esempio, nel Jātaka 3 è un mercante avido che mente a una donna sul reale valore della sua ciotola d’oro, sperando di acquistarla a un prezzo irrisorio. Un mercante rivale (il Bodhisatta) le offre invece un prezzo equo, lasciando Devadatta a rodersi di rabbia. Devadatta inganna spesso gli altri, soprattutto quando è ministro o asceta (elemento, questo, che può essere significativo anche riguardo all’atteggiamento dei jātaka, nei confronti di queste figure – di solito brāhmaṇa – ma sarebbe una questione da affrontare a parte). Come ministro, tradisce il re (Jātaka 51), accetta tangenti per risolvere processi (Jātaka 220, 542) e persuade il re a visitare falsi maestri (Jātaka 544) o a sacrificare esseri umani per guadagnarsi il paradiso (Jātaka 542). Come falso asceta, mangia carne e uccide animali (Jātaka 277, 438, 492) e cerca di separare un re da suo figlio (Jātaka 505). Nel Jātaka 336, Devadatta è un brahmino tanto audace da mentire agli dèi sulle proprie qualità; nel Jātaka 474 nega falsamente che il Bodhisatta sia stato il suo maestro. La sua associazione con la menzogna è tale che in due storie sprofonda letteralmente nella terra come conseguenza diretta (Jātaka 422, 518).

L’inganno e la menzogna assumono un significato particolare nelle storie in cui Devadatta, in forma umana, interagisce con animali. È notevole che, in diciassette storie delle sue vite umane (oltre un terzo del totale), Devadatta agisca contro animali, come cacciatore (Jātaka 21, 72, 206, 222, 514), pescatore (Jātaka 139), uccellatore (Jātaka 209), incantatore di serpenti (Jātaka 506, 543), mercante (Jātaka 482), re (Jātaka 122), ubriacone (Jātaka 142), brahmino (Jātaka 516), falso asceta (Jātaka 277, 438, 492) o persino uomo travestito da paccekabuddha (Jātaka 221). Diverse storie riprendono il tema dell’ingratitudine, come quando Devadatta attacca un animale che gli ha salvato la vita (Jātaka 72, 482, 516). Molte altre lo vedono ingannare animali, o tentare di farlo, travestendosi o mentendo senza scrupoli. L’esempio più estremo si trova nel Jātaka 222, in cui il Bodhisatta, in forma di scimmia, si offre a Devadatta, cacciatore, in cambio della promessa di risparmiare la vita a sua madre e a suo fratello. Devadatta non solo uccide la scimmia, ma infrange subito la promessa, uccidendo anche il resto della famiglia. Questi racconti mostrano non soltanto la violenza intrinseca di Devadatta e la sua mancanza di compassione verso esseri che dipendono da lui, ma anche l’inaffidabilità delle promesse umane.


Nelle nascite animali, Devadatta subisce spesso la punizione durante la stessa vita: viene calpestato a morte da elefanti, annega, si rompe il becco o viene ucciso da coloro che ha cercato di danneggiare.

Data la costanza della sua malvagità, si potrebbe cercare nei racconti traccia delle conseguenze karmiche delle sue azioni. Gli esempi tuttavia sono pochi. La preoccupazione per le sue frequenti rinascite in condizioni favorevoli è espressa nel Milindapañha, dove il re Milinda si mostra turbato dal fatto che Devadatta sembri sottrarsi alle conseguenze del suo cattivo comportamento. In molte vite Devadatta è nato in una posizione superiore o almeno pari a quella del Bodhisatta, il che sembrerebbe indicare che azioni buone e cattive producono frutti equivalenti. La risposta del monaco Nāgasena è che in molte altre vite non narrate Devadatta ha compiuto buone azioni e anche sofferto per quelle cattive[4]. Per quanto plausibile, la spiegazione appare tuttavia poco convincente di fronte all’impressionante coerenza di cattivo comportamento nei jātaka, accompagnata da un debole senso delle conseguenze karmiche.

Proprio grazie al confronto delle conseguenze possiamo osservare un’ulteriore differenza tra le vite animali di Devadatta e quelle umane. Nelle nascite animali, Devadatta subisce spesso la punizione durante la stessa vita: viene calpestato a morte da elefanti, annega, si rompe il becco o viene ucciso da coloro che ha cercato di danneggiare. È significativo che queste punizioni siano immediate e non rinviate a un destino futuro. In nessuna delle vite animali viene inviato all’inferno, né si accenna chiaramente che ciò avverrà in seguito.

L’assenza di una condanna infernale esplicita per Devadatta-animale è ancora più interessante se si considera che, nelle vite umane, finisce più volte all’inferno: nel Jātaka 72, ad esempio, è un cacciatore ingrato che nuoce a un elefante bianco (il Bodhisatta) che lo aveva salvato; la terra si apre e le fiamme dell’inferno Avīci lo trascinano giù. Nel Jātaka 313, le fiamme divampano per catturarlo dopo che ha mutilato il Bodhisatta asceta; nel Jātaka 516, il tradimento di una scimmia che gli ha appena salvato la vita lo conduce all’inferno. Lo stesso accade nell’unica sua rinascita come divinità: nel Jātaka 457, sotto il nome di Adhamma, insegna adhamma (ingiustizia/immoralità) e, dopo uno scontro con il dio Dhamma (il Bodhisatta), precipita all’inferno.

Nelle storie in cui Devadatta è condannato all’inferno, la pena è immediata, non semplicemente promessa per l’aldilà, e questo è rilevante nella struttura narrativa. Nel Jātaka 222, alla condanna si accompagna un’ulteriore giustizia poetica: dopo avere ucciso una scimmia, sua madre e suo fratello, Devadatta vede sterminata la propria famiglia in un incendio provocato da un fulmine: la casa gli crolla addosso e la terra si apre per inghiottirlo. In molte altre storie, la punizione è immediata senza alcun riferimento all’inferno: nel Jātaka 194, ad esempio, dopo avere ordinato l’esecuzione del Bodhisatta, Devadatta viene scambiato da Sakka con la sua vittima e finisce giustiziato.

Questi racconti combinano conseguenze immediate e destini successivi, ma rimane significativo che l’inferno sia contemplato come un esito possibile per Devadatta umano, mentre non lo è mai per Devadatta animale.

Considerando i modelli di comportamento emersi, sembra probabile che l’idea che gli animali non vadano all’inferno sia legata alla loro incapacità di mentire. Il Jātaka 422 stabilisce un legame esplicito fra menzogna e condanna infernale: qui Devadatta è un re che, per sette volte, ripete menzogne, sprofondando ogni volta di più nella terra, finché è avvolto dalle fiamme dell’Avīci. Il Bodhisatta, nelle vesti del saggio Kapila, esalta la verità e avverte delle conseguenze disastrose della sua violazione[5]. Mentire è presentato come una delle peggiori azioni, forse per la sua diretta opposizione al Dhamma come Verità[6]. Nel Jātaka 431, il Bodhisatta rinuncia a mentire per nascondere una relazione illecita, affermando che la verità è il sostegno ultimo; il commento osserva che, pur potendo uccidere, commettere atti sessuali illeciti, bere o rubare, non mente mai. La menzogna può condurre all’inferno, e così avviene.

Nel regno animale, questo legame sembra meno rilevante: Devadatta-animale tradisce spesso, ma raramente con inganni complessi. Come coccodrillo, tenta di ingannare ma viene superato dalla scimmia-Bodhisatta (Jātaka 57, 208, 342); nel Jātaka 448 finge amicizia senza ricorrere a travestimenti; nel Jātaka 141, camaleonte, tradisce un’amicizia autentica piuttosto che fingere sin dall’inizio. Nella maggior parte delle sue vite animali, Devadatta agisce non tanto con astuzia quanto per stoltezza o malvagità aperta. Ne risulta che inganno e astuzia non sono tratti tipici attribuiti agli animali[7].

Per quanto nel mondo dei jātaka gli animali parlino – spesso per mostrare che le promesse umane sono vuote – si può essere portati a pensare che non mentano perché incapaci di elaborare un inganno complesso. Qui emerge dunque la principale differenza fra Devadatta-animale e Devadatta-umano: il primo è spesso un illuso sulle proprie capacità, talvolta ridicolo; il secondo è sovente subdolo, manipolatore e calcolatore, oltre che violento. In entrambi i casi il desiderio di nuocere o usurpare resta costante, ma gli strumenti per farlo variano a seconda della forma di rinascita.

4. Considerazioni finali

Questa riflessione sui tratti caratteristici di Devadatta ci riporta alla questione di come gli animali siano utilizzati per trasmettere insegnamenti sugli esseri umani. Le favole spesso ritraggono gli animali in forma antropomorfica attraverso la caricatura: «Mentre le stesse storie raccontate sugli esseri umani potrebbero perdere la morale in un groviglio di dettagli individuali che di solito ci interessa conoscere delle altre persone, sostituire gli animali come attori riduce le caratterizzazioni a prototipi» (Daston e Mitman 2005, p. 9). Questa osservazione trova generalmente applicazione riguardo alle diverse apparizioni di Devadatta nei jātaka: è il prototipo del malvagio, sia attraverso l’identificazione con animali percepiti come nocivi – falchi, coccodrilli, sciacalli – sia attraverso azioni reiterate, come il tentativo di uccidere o usurpare il Bodhisatta. Tuttavia, queste storie parlano anche di Devadatta come individuo: la sua «malvagità» rispecchia direttamente le azioni compiute al tempo del Buddha, alludendo a una continuità di tratti e rapporti lungo molte vite. In questo senso, si verifica in parte il contrario di quanto avviene con l’antropomorfizzazione: il  lettore conosce la «moltitudine di dettagli che definiscono» Devadatta come individuo umano e questo ne influenza la percezione del suo comportamento in forma animale. Queste storie, quindi, riguardano Devadatta, gli animali e gli esseri umani, e bisogna tener presenti tutte e tre le prospettive insieme.


Gli animali «cattivi» sono descritti come semplicemente violenti o stolti, privi della capacità di dissimulare in forme complesse.

Abbiamo visto come il modo più fruttuoso di comprendere le storie di Devadatta-animale sia leggerle in parallelo con quelle di Devadatta-uomo. Tuttavia, occorre evitare di etichettarle semplicemente come espressioni degli stessi tratti «umani» che associamo a Devadatta al tempo del Buddha, sebbene ciò sia in parte vero. La lettura comparata rivela infatti che le azioni compiute da Devadatta come animale differiscono da quelle verso cui tende come essere umano. Questo dato può permetterci di trarre una conclusione più generale sulle percezioni e sulle capacità attribuite agli animali: mentre gli esseri umani «cattivi» sono quelli che mentono e non mantengono la parola data, oltre ad attaccare, torturare e uccidere, gli animali «cattivi» sono descritti come semplicemente violenti o stolti, privi della capacità di dissimulare in forme complesse. Inoltre, mentre un essere umano veramente malvagio può essere condannato direttamente all’inferno, gli animali malvagi subiscono una punizione terrena, il che lascia intendere che non siano capaci di quell’inganno e di quella violenza calcolata che conducono immediatamente alla dannazione[8].

Ci si può chiedere naturalmente fino a che punto le storie di Devadatta possano essere generalizzate. In quanto nemico dichiarato del Buddha, la sua costante malvagità è prevedibile quanto la costante virtù del Bodhisatta. Eppure, anche in questo, Devadatta sorprende, superando il Bodhisatta in coerenza: il Bodhisatta infatti conosce momenti di debolezza, gioca d’azzardo, intrattiene relazioni con donne e, talvolta, uccide[9]; Devadatta, invece, manifesta quasi sempre una condotta negativa senza ripensamenti. L’unica eccezione si trova nel Jātaka 472, dove è un re che cerca di uccidere il proprio figlio facendolo precipitare da una scogliera; quando lo incontra di nuovo – salvato da una divinità – si pente e si redime, vivendo da quel momento in poi in modo retto (è significativo che, in questo racconto, il nome di Devadatta non compaia nella cornice narrativa, e dunque non venga stabilito alcun legame con la capacità di ravvedimento del suo personaggio «effettivo»)[10].

Al di là di quest’unico episodio, le storie di Devadatta restituiscono comunque l’impressione inquietante di una persistenza delle abitudini e delle inclinazioni morali, soprattutto negative, che lo accompagnano attraverso i regni della rinascita senza segni di attenuazione. Nonostante questa costanza, però, queste storie mettono anche in luce la ben maggiore capacità degli esseri umani di ricorrere alla violenza e all’inganno rispetto agli animali. Persino il peggiore degli animali, Devadatta-animale, non eguaglia Devadatta-uomo nella crudeltà e nell’astuzia, pur potendo rivaleggiare con lui quanto a sconsideratezza e stoltezza.

Ringraziamenti

Desidero ringraziare gli organizzatori e i partecipanti alla conferenza Buddhist Beasts tenutasi all’UBC nell’aprile 2018, la fondazione Glorisun per il sostegno finanziario all’evento e le curatrici di questa raccolta di articoli, Reiko Ohnuma e Barbara Ambros, per i loro attenti commenti e suggerimenti.


Appendice A. Sintesi delle apparizioni di Devadatta nel Jātakatthavaṇṇanā

Appendice A.1. Nascite di animali

J11 Cervo che conduce la mandria al disastro, in contrasto con la mandria del fratello; Bodhisatta il loro padre.

J12 Re cervo che ignora le suppliche della cerva incinta che sta per morire; il capo dell’altra mandria (il Bodhisatta) si offre al suo posto.

J33 Quaglia che fomenta la discordia e fa sì che l’intero gregge non riesca a sfuggire a un cacciatore.

J57 Coccodrillo che tenta di catturare una scimmia (il Bodhisatta) per prenderne il cuore, ma viene raggirato.

J58 Re delle scimmie che castra violentemente i suoi figli per evitare rivali, ma uno (il Bodhisatta) scappa.

J113 Sciacallo che si ubriaca e inganna un bramino per trarlo in salvo, poi defeca sulla sua veste.

J141 Camaleonte che stringe amicizia con le lucertole e poi complotta con un cacciatore per ucciderle tutte.

J143 Sciacallo che imita con arroganza il suo protettore, un leone (il Bodhisatta), cacciando un elefante e viene calpestato a morte.

J160 Uccello che si crede un re (il Bodhisatta), nonostante sia un incrocio di uccelli senza volo trasportato dalle oche.

J168 Falco che cattura una quaglia (il Bodhisatta) e la lascia andare per dimostrare la sua abilità nella caccia, ma muore al secondo tentativo.

J174 Scimmia che fa la faccia ingrata a un bramino (il Bodhisatta) che le ha fornito dell’acqua.

J204 Corvo che, non contento di essere sostenuto da un uccello acquatico (il Bodhisatta), decide arrogantemente di pescare da solo e annega.

J208 Come J57.

J210 Uccello che, non contento di essere sostenuto da un picchio (il Bodhisatta), decide arrogantemente di beccare da solo gli insetti e si rompe il becco.

J241 Sciacallo che ascolta un incantesimo di un bramino (il Bodhisatta) e lo usa per radunare un esercito, ma poi viene calpestato a morte da questi.

J294 Sciacallo che adula un corvo, che lo adula a sua volta; una divinità-albero (il Bodhisatta) li spaventa.

J295 Come J294.

J308 Leone che viene salvato da un bastone in gola da un picchio (il Bodhisatta), ma che poi si rifiuta di aiutare a sua volta.

J329 Scimmia che ottiene per breve tempo il favore del re, ma poi spaventa i suoi figli e viene mandata via.

J335 Come J143.

J342 Come J208 e J57.

J357 Elefante che uccide deliberatamente i piccoli di quaglia nonostante le suppliche della madre. La madre quaglia si allea con altri animali per torturarlo e ucciderlo.

J389 Corvo che tenta di attaccare il bramino (il Bodhisatta) ma finisce ucciso da un granchio amico del bramino.

J397 Sciacallo che convince un leone a uccidere il cavallo del re, provocando la morte del leone. Il padre del leone (il Bodhisatta) spiega che è perché il figlio ha frequentato cattive compagnie.

J404 Scimmia al cui branco viene detto di andarsene (dal Bodhisatta) a causa del pericolo rappresentato dagli esseri umani, ma che rimane e viene uccisa.

J407 Scimmia che spezza la schiena del capo del branco (il Bodhisatta) mentre quest’ultimo sta trasformando il suo corpo in un ponte per la salvezza di tutte le scimmie. (Nota: non nominata nel samodhāna).

J448 Falco che cerca di fare amicizia con un uccello (il Bodhisatta) dopo aver mangiato tutti i suoi amici, ma l’uccello non si lascia ingannare.

J503 Pappagallo che cresce tra i ladri e quindi è cattivo, in contrasto con il fratello (Bodhisatta) che cresce tra i saggi.

Appendice A.2. Nascite umane

J1 Mercante sciocco che conduce i suoi uomini al disastro.

J3 Mercante avido che non riesce a ottenere un piatto d’oro e muore di rabbia.

J21 Cacciatore che cerca di uccidere un cervo (il Bodhisatta).

J51 Ministro che cerca di aiutare il re rivale a usurpare il trono del Bodhisatta.

J72 Cacciatore che attacca l’elefante che gli ha salvato la vita (e portato all’inferno).

J73 Re che ordina l’esecuzione di un eremita (il Bodhisatta) che gli ha salvato la vita.

J122 Re che tortura un elefante (il Bodhisatta) per gelosia.

J131 Tesoriere che rifiuta di aiutare l’amico (il Bodhisatta) che lo aveva precedentemente aiutato.

J139 Pescatore che perde la vista e i vestiti, e sua moglie viene picchiata, tutto per follia e avidità.

J142 Canaglia ubriaca che si finge morta nel tentativo di catturare uno sciacallo da mangiare.

J184 Addestratore di cavalli il cui cavallo imita la sua zoppia, dimostrando gli effetti della cattiva compagnia.

J193 Criminale che viene salvato dal Bodhisatta, poi gli ruba la moglie e trama per ucciderlo.

J194 Re che cerca di far uccidere il Bodhisatta per potergli rubare la moglie.

J206 Cacciatore che viene ingannato da un picchio, una tartaruga e un cervo (il Bodhisatta).

J209 Uccellatore che non riesce a catturare un uccello.

J220 Giudice che si fa corrompere e cerca di far uccidere il Bodhisatta.

J221 Povero uomo che si veste da paccekabuddha per uccidere gli elefanti.

J222 Cacciatore che uccide una famiglia di scimmie contro la sua parola ed entra all’inferno.

J231 Arrogante allievo dell’addestratore di elefanti (il Bodhisatta) che fa una brutta fine.

J240 Re odiato: tutti si rallegrano della sua morte.

J243 Musicista che perde la gara con il suo maestro (il Bodhisatta) e viene picchiato a morte.

J277 Asceta che inganna i piccioni per mangiarli, ma viene scoperto dal Bodhisatta e dovrà affrontare l’inferno.

J313 Re che ordina di mutilare un saggio (il Bodhisatta) (e di conseguenza entra all’inferno).

J326 Brahmino che mente sulle sue qualità ad alcuni dei e viene punito.

J353 Ministro bramino che fa diventare cieco il suo re insieme a molti altri.

J358 Re che ordina di uccidere e mutilare suo figlio (il Bodhisatta).

J367 Medico che cerca di far guarire un ragazzo (il Bodhisatta) morso da un serpente, ma viene morso a sua volta e muore.

J416 Re che vuole uccidere il figlio (il Bodhisatta).

J422 Re che sprofonda sempre più nella terra a ogni menzogna.

J438 Asceta sciamano che uccide gli animali, compresa la pernice del Bodhisatta.

J445 Uomo ingrato che fa picchiare il suo vecchio benefattore.

J466 Falegname che conduce stoltamente 500 seguaci alla morte.

J472 Re che cerca di uccidere il proprio figlio (il Bodhisatta), ma poi cede.

J474 Allievo del Bodhisatta che mente e rinnega il suo maestro.

J482 Mercante che viene salvato da un cervo d’oro (il Bodhisatta) e poi lo tradisce al re.

J492 Asceta sciamano che mangia carne, ma poi viene ucciso dai cinghiali.

J505 Asceta sciamano che cerca di dividere un re da suo figlio (il Bodhisatta).

J506 Incantatore di serpenti che cattura e tortura un nāga virtuoso (il Bodhisatta).

J514 Cacciatore che uccide un potente elefante a sei zanne (il Bodhisatta).

J516 Brahmino che cerca di uccidere una scimmia (il Bodhisatta) che gli ha appena salvato la vita (e di conseguenza viene inghiottito nell’inferno).

J518 Asceta che tradisce un nāga, dice bugie e sprofonda nella terra.

J542 Brahmino che cerca di far uccidere un principe (il Bodhisatta) in un sacrificio.

J543 Incantatore di serpenti che cattura un nāga virtuoso (il Bodhisatta).

J544 Ministro che consiglia al re di visitare un asceta fatalista, a danno del regno.

J546 Ministro di un re, rivale del saggio Mahosadha (il Bodhisatta).

J547 Jūjaka, il vecchio bramino avido che chiede i figli di Vessantara (il Bodhisatta) come schiavi.

Appendice A.3. Altre nascite

J20 Demone d’acqua che attacca le scimmie, ma che viene superato dal loro capo (il Bodhisatta).

J457 Dio chiamato Adhamma che insegna l’adhamma, incontra il dio Dhamma (il Bodhisatta) e dopo uno scambio precipita direttamente all’inferno.


Bibliografia

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Note

[1] Il Jātakatthavaṇṇanā (“Commentario ai Jātaka) è una vasta raccolta narrativa in pāli in versi e in prosa. I versi sono considerati parola del Buddha e inclusi nel Khuddaka Nikāya del Sutta Piṭaka. È certo che vi sia sempre stata una narrazione in prosa a circolare insieme a questi versi, ma la forma definitiva di tale prosa risale probabilmente al V o VI secolo dell’era volgare. J = Jātakatthavaṇṇanā, secondo la numerazione di Fausbøll (1877–1896) e Cowell (1895–1907).

[2] Come sempre, vale la pena prestare attenzione alle differenze che si riscontrano tra generi o corpi di letteratura differenti. Ad esempio, Olivelle (2013) suggerisce che le storie di animali parlino in realtà soltanto di esseri umani, ma si concentra principalmente sul Pañcatantra, dove una simile posizione è relativamente facile da sostenere. Ritengo che tale posizione sia meno facile da difendere nel caso della letteratura dei jātaka.

[3] Ci si può anche chiedere: se il Bodhisatta è in grado di essere un animale virtuoso, nonostante la scarsità di occasioni di virtù per gli animali comuni, allora Devadatta può essere un «animale cattivo»? E ciò lo distinguerebbe allo stesso modo dagli altri animali nei jātaka? Benché un confronto sistematico con altre storie di «animali cattivi» esuli dagli scopi di questo studio, la mia risposta iniziale sarebbe negativa, poiché si trovano anche altre storie di animali ingannevoli e violenti, sebbene nessun altro personaggio sia tanto costantemente malvagio quanto Devadatta.

[4] Per una discussione delle questioni poste nel Milindapañha in relazione ai jātaka, si veda Appleton (2010, pp. 69–71). Questa discussione in particolare corrisponde a Meṇḍakapañha IV, 7: Devadattassajātiyo, secondo i titoli e le suddivisioni in Trenckner (1962).

[5] Si veda la discussione in Appleton (2010, pp. 29–32).

[6] Questa posizione è rafforzata dal fatto che una dichiarazione sincera della verità (o «atto di verità», saccakiriya) può mutare radicalmente le proprie circostanze in meglio.

[7] Come insegna il Kandaraka Sutta (Majjhima Nikāya 51), gli animali sono relativamente semplici, mentre gli esseri umani sono un groviglio di corruzione e inganno. (Ringrazio Phyllis Granoff per aver richiamato la mia attenzione su questo riferimento). È comunque necessario essere cauti su questo punto, poiché esistono altre storie su animali non identificati con Devadatta. Un racconto particolarmente famoso, il Biḷāra-jātaka (Jātakatthavaṇṇanā 128), presenta un gatto/sciacallo come falso asceta che divora, uno dopo l’altro, i suoi seguaci topi: un chiaro parallelo alle storie di esseri umani che fingono di essere asceti, e una dimostrazione inequivocabile di inganno. È significativo che, in questo caso, il colpevole non sia identificato come Devadatta.

[8] Ohnuma (2017, pp. 20–21) tratta dell’incapacità degli animali di compiere le cinque trasgressioni più gravi, che conducono immediatamente all’inferno. Questi atti estremi rappresentano, naturalmente, solo una parte delle azioni che portano all’inferno.

[9] Per alcune delle numerose eccezioni alla rappresentazione virtuosa del Bodhisatta, si veda Appleton (2010, cap. 2).

[10] Questo racconto viene presentato come relativo al tentativo di Ciñcamāṇavikā di screditare il Buddha: ella è la regina che calunnia il principe presso il padre. È significativo che l’identificazione di Devadatta avvenga in forma versificata (come accade per una minoranza rilevante delle identificazioni): ciò potrebbe aver reso più difficile, in seguito, modificarla o rimuoverla, una volta che la sua fama di malvagio si consolidò come definitiva.

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