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Elegia del pino ostinato

 

 

 

Quando penso alle piante di pino mi viene spesso in mente un episodio che riguarda la vita di un monaco buddista zen a cui mi sento particolarmente vicino, vorrei forse scrivere “devoto” ma qualcosa fortunatamente mi trattiene. Ad ogni modo questo monaco e in tarda età abate, si chiamava Yōtaku Bankei, ne scrivevo alcuni mesi fa sulla rivista Buddhismo. Visse nel corso del XVII secolo, in un’epoca nella quale le scuole buddiste erano già molte e soprattutto ben strutturate, comprese le due principali famiglie dello zen, precipitate in Giappone sul finire del Duecento e dunque oramai presenti e articolate quanto “perfezionate” da circa quattro secoli. Da giovane Bankei era stato quello che si potrebbe definire un allievo assai indisciplinato, attratto dai monaci meno autorevoli del suo tempo, e semmai capace di accettare l’insegnamento soltanto in coloro che secondo lui vivevano la disciplina più semplice e meno capricciosa. Poco prima di compiere i quarnt’anni, Bankei viene riconosciuto come erede sia dal suo maestro cinese, Dōsha Chōgen, che per alcuni anni aveva presidiato un monastero nel porto di Nagasaki, sia dal suo maestro giapponese, Umpo, e questo lo fece diventare, insieme al suo approccio decisamente aperto e democratico alla pratica, molto popolare, seguito e apprezzato da migliaia di monaci e laici. Tutti potevano praticare, Bankei non era di certo un sostenitore di uno zen elitario e per pochi. Ad ogni modo uno dei suoi meriti fu quello di patrocinare la ricostruzione o il recupero di piccoli eremi o monasteri caduti in disgrazia, e così avvenne che un giorno, sulle montagne della prefettura di Hyōgo (il cui capoluogo è Kobe) si stava ripulendo l’area di un tempio abbandonato, per costruirne uno nuovo, dove cresceva un vecchio pino ritorto che si ipotizzava di abbattere. Ma Bankei si oppose dicendo: «Il tempio potrebbe essere ricostruito altrove ma questo vecchio albero potrebbe non crescere così alto e ampio». Oltremodo il pino rappresentava un legame con la radice antica della sua scuola zen, la Rinzai, ovvero la scuola ch’an di Lin-chi che secondo le cronache amava molto i pini e ne piantava spesso.

 

Nel paesaggio giapponese si vedono molti pini: alcuni crescono nei giardini delle case, regolari, addomesticati, altri sono di grande dimensione e compaiono nei crocevia, come se ne vedevano anche nelle classiche raffigurazioni ottocentesche di Hokusai e Hiroshige. In Italia abbiamo diverse varietà tra le 121 del genere: ad esempio i pini di alta montagna, ovvero il pino cembro, coriaceo, con radici talora aggrappate ai massi, a contendere i duemila metri ai larici, e i pini mughi, più piccoli e a candelabro, capaci di costituire formazioni boschive letteralmente impenetrabili. Sui rilievi montani che separano Italia e Francia domina il pino silvestre, talora dritto e talora arzigogolato, a seconda dell’esposizione ai venti e allo strapiombo. In costa invece abbiamo i pini d’Italia o a ombrello, pin parasole come li chiamano i francesi, ovvero il pino dei pinoli dei viali e dei parchi di Roma o in Maremma, tronchi aranciati con grosse placche e pigne che ovviamente precipitano sulle scocche delle nostre nuove automobili fiammanti, segnandole. Sono pini spesso poco ben voluti dalle signore coi tacchi che inciampano nelle crepe e nei rigonfiamenti che le loro radici causano lungo le passeggiate di quegli adorabili borghi di mare. Ci sono i pini dalle chiome confuse e dense, con rami carichi di piccole pigne grigie, i pini d’Aleppo, e altri pini a ombrello noti come pini marittimi, speso confusi col pino parasole. E poi esiste un’ampia varietà di pini esotici, importati da distinte regioni del mondo, anche dal Giappone di cui sopra, o dal nord America, dalla Spagna, dalla Grecia, pini potremmo dire da giardino o da orto botanico.

 

Se regoliamo la nostra bussola sulla categoria pino monumentale in Italia ne potremmo incontrare molti. Uno ad esempio, noto, si trova sull’isola d’Elba, è Nonno Pino come l’hanno chiamato gli studenti di una classe di una scuola isolana, si trova alle porte del comune di Porto Azzurro, lungo una strada che si segue per arrivare al Santuario della Madonna del Monserrato. È un pino domestico, con la sua bella chiomona obliqua e a ombrello, e un tronco che misurato da queste stesse mani era pari a 490 cm di circonferenza.

 

Per quanto riguarda i pini altoradicanti, ovvero in quota, potremo ad esempio arroccarci sulle cime dell’Alpe di Tramin, nel comune di Sarentino, tra i primi cembri primigenei e plurisecolari, forse addirittura millenari. Oppure potremmo arrivare a Lerosa, valletta sopra Cortina dove un popolo di pini superstiti innalza l’età media delle conifere venete. O ancora potremmo arrivare sulle creste più alte del massiccio del Pollino, gigante pietroso che occupa il confine tra Basilicata a Calabria e dove vivono esemplari anche ultramillenari di pino loricato, o Pinus heldreichii, originario dei Balcani e del Monte Olimpo, in Grecia. I pini del Pollino sono oramai tra i protagonisti arborei più fotografati del nostro paese, ve ne sono centinaia di giganteggianti, forme straordinarie, cortecce luminescenti che riflettono in estate l’intensa luce del sole. Alberi a vela, alberi ascensore, alberi danzanti, alberi a diapason, alberi a fungo, è tutto un divertimento inoltrarsi lassù, tra i 1800 e i 2000 metri, per ammirarli. E il più annoso, Italus, 1230 anni, è uno spilungone che se ne sta sul versante meridionale di Serra delle Ciavole. Ma come, non siete mai stati al parco nazionale del Pollino? Beh, una volta almeno nella vita, ci vuole. Oltretutto è un luogo meraviglioso dove praticare la meditazione seduta quanto la meditazione camminata.

 

 

 

 

 

Idee

  • Nell'arco di un quarto di secolo, Tiziano Fratus ha pubblicato molti silvari tra i quali «Giona delle sequoie» (Bompiani), «L’Italia è un bosco» (Laterza), «Alberi millenari d’Italia» (Gribaudo), «Ogni albero è un poeta» (Mondadori), «Manuale del perfetto cercatore di alberi» (Feltrinelli), «Il bosco è un mondo» (Einaudi), «I giganti silenziosi» (Bompiani), «Sutra degli alberi» (Piano B), «Il libro delle foreste scolpite» (Laterza), «Alberodonti d'Italia» (Gribaudo), «Il sussurro degli alberi» (Ediciclo), «L’Italia è un giardino» (Laterza) e varie raccolte di poesie, «Sogni di un disegnatore di fiori di ciliegio» (Aboca), «Poesie creaturali» (Libreria della Natura), «Agreste» (Piano B), «Un quaderno di radici» (Feltrinelli) e «Vergine dei nidi» (Feltrinelli). Collabora con Geo di Rai 3, ha scritto e scrive su «La Stampa», «La Repubblica», «Il manifesto» e «La Verità».

Le lampadine di Claudio Morici

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