Dov’è andato il Buddha al termine di questa vita sulla terra? Che cos’è il nirvana? È l’obiettivo finale della nostra vita spirituale? Era il nirvana motivo per cui il Buddha si è manifestato in questo mondo? Oppure si è manifestato in forma umana per mostrarci la saggezza del Buddha e come raggiungere l’illuminazione? Il Buddha continua in qualche altra forma? Thay Phap An, direttore e decano degli studi dello European Institute of Applied Buddhism fondato da Thich Nhat Hanh nella tradizione di Plum Village si sofferma sulla risposta offerta dalle diverse tradizioni buddhiste a queste domande fondamentali.
Si dice che il Buddha storico sia nato nel V secolo a.C. nella persona di un principe della repubblica degli Shakya, nel nord-est dell’odierna India. All’età di 29 anni lasciò i privilegi del suo mondo per cercare la fine della sofferenza. Furono necessari sei anni di pratica intensa e, dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Buddha offrì il suo insegnamento per 45 anni. All’età di 80 anni morì e, secondo la tradizione, entrò nel nirvana.
E poi? Che cos’è successo dopo?
Da circa due millenni e mezzo questa è una domanda centrale per la contemplazione, la riflessione e gli studi buddhisti. Dopo la morte del Buddha, la comunità buddhista si è confrontata su chi fosse davvero il Buddha, sulla portata della sua illuminazione, sulla natura del nirvana e sulla questione se diventare dei Buddha è una cosa che possiamo fare anche noi.
Risposte diverse
Nel giro di 200-300 anni dopo la scomparsa del Buddha si sono formate almeno 18 e forse fino a 30 diverse scuole. Nel I secolo a.C., il buddhismo si era ormai diviso in due rami principali[1]: la trasmissione meridionale dell’Hinayana[2], oggi presente nel sud e nel sud-est asiatico con il nome di Theravada, e la trasmissione settentrionale del Mahayana, che si diffuse in Cina (Chan), Corea (Seon), Giappone (Zen) e Vietnam (Zen e buddhismo della Terra Pura[3]).
Secondo i seguaci dell’Hinayana, l’illuminazione del Buddha è un fine in sé, e il nirvana è la destinazione finale dopo un’infinità di vite trascorse a praticare con tutto il cuore e a coltivare la virtù. Al di là del regno privo-di-forma e privo-di-nulla del nirvana, non c’è alcun luogo in cui si possa trovare il Buddha.
Nel buddhismo Hinayana, l’obiettivo è disfarsi definitivamente di tutte le afflizioni che ci impediscono di raggiungere l’illuminazione come individui e di accedere al nirvana. Stabiliamo l’unità di corpo e mente al livello più profondo fino a raggiungere uno stato di «purezza della coscienza mentale»[4]. In questo preciso punto siamo completamente liberi dall’influenza dei sensi e pienamente affrancati dalla rinascita nel ciclo karmico della sofferenza, il samsara. Questo è dunque il nirvana, uno stato senza tempo di profonda pace.
L’immagine è quella di una fiamma che si è spenta. Non si trova a nord, a sud, a est o a ovest. Per i praticanti dell’Hinayana, il nirvana è una sfera statica di spazio infinito: nessuna forma, il nulla. Si ritiene che sia uno stato soddisfacente perché lo si considera equivalente all’illuminazione del Buddha.
Il buddhismo Mahayana, sviluppatosi successivamente, non accetta invece l’idea del nirvana come estinzione. Se così fosse, significherebbe che non c’è più vita e che il Buddha è scomparso da questo mondo. Per il Mahayana, il nirvana non è né qualcosa di statico né un punto di arrivo. È solo uno stato mentale che si raggiunge in un particolare momento nello spazio e nel tempo.
Come esseri, esistiamo al di là dello spazio e del tempo, in un universo di coscienza. Nella sua illuminazione, il Buddha ha scoperto che, per gli esseri umani, «la coscienza è un atto dell’essere coscienti»*. Per i praticanti del Mahayana, in questo senso, il Buddha è dunque un essere cosciente che continua a compiere atti di coscienza. È così che continua a vivere e a manifestarsi. Come l’illuminazione del Buddha, anche il nirvana si colloca in un processo continuo, vasto, illimitato e dinamico. Mantenere la completa unità di mente, corpo e atti (mentali, verbali e fisici) in ogni momento è il sentiero Mahayana. Ad esempio, quando mangiamo, la nostra mente è completamente concentrata sul mangiare. Il nirvana è qualcosa che accade ogni volta che ci troviamo in uno stato di unità con ogni aspetto della nostra esistenza. È in questa unità che troviamo il Buddha.
L’uccello dell’afflizione
Possiamo illustrare le differenze fondamentali tra Hinayana e Mahayana nel loro approccio al nirvana richiamandoci all’immagine di un uccello che si libra nel cielo. Nella tradizione Hinayana, l’uccello rappresenta le afflizioni. L’approccio consiste nel prendere una freccia e scagliarla verso il cielo. La freccia rappresenta la concentrazione[5]. Concentriamo la mente e tiriamo con la massima precisione possibile. Quando la freccia trafigge l’uccello e questo cade a terra morto, le nostre afflizioni sono finite. Poiché la concentrazione è focalizzata sull’uccello (le nostre afflizioni), l’azzurro del cielo non ci interessa. Abbiamo raggiunto la più alta consapevolezza della mente purificata, il nirvana.
Il Mahayana invece dice no, togliere di mezzo l’uccello tirandogli una freccia non può essere la fine di tutto. Le afflizioni sono infinite. Giacciono nella coscienza deposito per innumerevoli vite. L’approccio del Mahayana consiste allora nel seguire l’uccello nel suo volo.

Basta guardarlo e seguirlo finché alla fine si posa a terra e si ferma. La mente agisce come l’azzurro del cielo, immobile. L’uccello si libra in volo, mentre il cielo non si muove affatto. In questo modo permettiamo alle cose di essere, lasciamo spazio alla loro «talità». La nostra mente rimane calma e serena. Così, osservando in profondità la coscienza mentale purificata, scorgiamo la vera natura della mente. L’approccio Mahayana al nirvana, dunque, consiste nel permettere alla vera natura della mente di manifestarsi in ogni momento[7].
Individuale e universale
Mentre il fulcro dell’Hinayana è la salvezza individuale dell’illuminato («arhat») che si è liberato di tutte le afflizioni, la questione centrale per il Mahayana è la salvezza di tutti, perché tutti gli esseri hanno la capacità di essere coscienti. Ecco perché «Hinayana» è letteralmente «il piccolo veicolo», cioè un veicolo che trasporta un numero minore di persone verso l’illuminazione e il nirvana, mentre il «Mahayana» essendo «il grande veicolo», conduce tutti gli esseri all’illuminazione e alla Buddhità.
Nell’Hinayana, inoltre, è possibile che un individuo pratichi raggiungendo l’illuminazione e il nirvana per conto suo, mentre invece dal punto di vista del Mahayana questa possibilità non è data perché siamo profondamente connessi a chiunque altro nell’intero cosmo. Quando pratichiamo, tutta la nostra famiglia e il flusso degli antenati praticano insieme a noi. Possiamo diventare un Buddha solo quando diventano dei Buddha anche tutti gli altri nell’universo. Il Mahayana offre un percorso «completo» e «pieno» verso la Buddhità, rispetto al quale l’approccio dell’Hinayana viene visto come «incompleto» o «insufficiente»[8].
Analisi versus sintesi
Per ogni praticante buddhista è ben chiaro che, con la sua illuminazione, il Buddha ha trovato una verità definitiva. Come si dice chiaramente nel Canone Pali, il Buddha ha riscoperto un antico sentiero percorso da tutti i Buddha del passato[9]. Qual è dunque esattamente questa verità definitiva, il Dharma[10], che il Buddha ha trovato o riscoperto? Per stabilire questa verità, i primi studiosi buddhisti cominciarono a catalogare l’insegnamento del Buddha analizzando il Dharma nei suoi diversi elementi, convinti che questo metodo avrebbe permesso loro di scoprire la sua totalità e ricostruirla. Conoscere questa verità, pensavano, può condurre all’illuminazione e al nirvana. La loro definizione di dharma rinviava a qualcosa che ha una natura in sé. Grazie a questa natura, dicevano, possiamo cogliere le cose così come sono. La conoscenza di tutti i dharma mette capo così alla conoscenza della Verità, il Dharma, proclamata dal Buddha.
Un esempio di questa Verità o Dharma insegnata dal Buddha sono le Quattro nobili verità: la verità della sofferenza, la verità della causa della sofferenza, la verità della fine della sofferenza e la verità sulla via d’uscita dalla sofferenza, cioè il Nobile ottuplice sentiero. Si tratta dunque di una verità che riguarda la natura dell’esistenza, la verità del carattere «insoddisfacente» dell’esistenza. È una natura intrinseca dell’esistenza, la sua natura in sé.
Questa intrinseca natura in sé esiste in ogni cosa e, secondo i primi studiosi buddhisti, con un’attenta classificazione e categorizzazione, si può scoprire un insieme di dharma che sta alla base della struttura dell’universo intero. Su quanti siano questi dharma, le varie scuole buddhiste hanno dato risposte diverse. Si tratta di un metodo di sistematizzazione e categorizzazione scolastica molto razionale, un approccio intellettuale, quasi matematico. Un approccio incentrato sulla saggezza analitica[11].
È un po’ come credere che ogni aspetto dell’esistenza sia contenuto nei 118 elementi chimici della tavola periodica e che per creare la vita basti combinarne le strutture chimiche. Ma sappiamo bene che questo non è possibile. Nel profondo, percepiamo in noi che la vita è qualcosa di più della semplice combinazione di elementi chimici. La mente analitica si concentra sulla divisione e sulla frammentazione di oggetti e concetti in nozioni separate, fisse, concrete. Per il Mahayana, questo approccio manca di un ingrediente. Il cuore.
Il cuore non è una questione di analisi, ma di sintesi, di completezza, di amore e compassione. Il buddhismo Mahayana divenne così un movimento che aveva un diverso approccio alle cose: con il cuore, non solo con la testa. Una saggezza sintetica rivolta alla totalità, una visione onnicomprensiva che abbraccia ogni cosa.
Un’impasse filosofica
Con l’emergere di questa radicale divergenza di approcci, il buddhismo delle origini dovette affrontare una crisi filosofica.
Una difficoltà centrale per l’ortodossia Hinayana era legata all’insegnamento del Buddha secondo cui tutto è impermanente. Se un dharma è «fisso», nel senso che ha intrinsecamente una natura in sé, e questo significa che, a dispetto dell’insegnamento del Buddha sull’impermanenza, deve essere permanente. Secondo questo ragionamento, per essere coerente con l’insegnamento, nel momento stesso in cui comincia a esistere, ogni dharma deve scomparire istantaneamente. L’idea dell’Hinayana secondo cui tutti i blocchi mentali negativi possono essere completamente distrutti costituiva un’altra aporia. Secondo la legge dell’originazione interdipendente, tutto nasce da un insieme di condizioni. Se però tutti i blocchi mentali negativi vengono completamente distrutti, questo significa che sono state distrutte anche tutte le condizioni che li hanno generati. Il Mahanaya allora dice: «No, non è possibile. Tutte le condizioni sono ancora lì: la chiave sta nel modo in cui le guardiamo».
Per il Mahayana, il problema non sono le formazioni mentali in sé, ma il modo in cui la mente le percepisce. Se siamo tristi, ad esempio, il punto non è praticare finché la tristezza non cessa del tutto, per liberarcene. Al contrario, la pratica consiste nel guardare la tristezza e abbracciarla così com’è. Non agiamo sul suo impulso. Anche se la tristezza rimane, manteniamo un pieno controllo.
Per altro verso, non esiste un dharma che abbia intrinsecamente la natura fissa della tristezza. Esiste piuttosto un potenziale di tristezza, un seme di tristezza. La manifestazione della tristezza deriva dall’accumulo dei nostri atti di coscienza non abili nell’arco di infinite rinascite, compresa la nostra vita attuale. Semplicemente, non essendo consapevoli del funzionamento della mente, abbiamo permesso che avvenisse questo accumulo. Una volta compreso il funzionamento della mente, tuttavia, possiamo compiere atti di coscienza abili e quindi, nel tempo, ridimensionare la manifestazione della tristezza fino a ridurla nuovamente a una semplice potenzialità, a un semplice seme.
Nulla di separato, nulla di solido
A differenza dell’Hinayana, il Mahayana sostiene che nel dharma del Buddha non c’è nulla di «solido», per riprendere l’immagine dei sutra della Prajñāpāramitā (la «Perfezione della Saggezza»), e in particolare del Sutra del Diamante[12]. Qualsiasi dharma è intrinsecamente del tutto privo di una natura in sé. Questa scoperta è paragonabile a quella della fisica moderna che, esaminando a fondo le molecole, ha scoperto vasti spazi tra gli atomi, gli elettroni e i neutroni e al loro interno. Gli elementi chimici non sono la realtà ultima o fondamentale. Nel fiore non c’è la «fiorità» come non c’è l’«idrogenità» nell’elemento chimico dell’idrogeno e così via. Guardando ancora più a fondo nella natura della materia, la fisica quantistica ha scoperto che questa può comportarsi come un’onda o come una particella. Ne viene di conseguenza che la materia non ha un nucleo essenziale. È essenzialmente vuota di qualsiasi cosa che abbia un’esistenza in sé fissa o separata.
Il concetto di «vera vacuità» è che non può esistere una natura in sé. In linea con l’insegnamento del Buddha sull’impermanenza, ogni cosa deve essere vuota di una natura in sé. Un fiore, ad esempio, non ha la natura di fiore in sé e per sé. È fatto di elementi non-fiore: radici, stelo, foglie. Esiste grazie al sole, alla luna, alla pioggia, al fertilizzante, al giardiniere che lo ha piantato e se ne è preso cura, e a molte altre condizioni.
La mente è la via di mezzo
La speculazione su un dharma caratterizzato da una natura intrinseca può condurre all’estremo dell’«essere». Allo stesso modo, una forte reazione a questa speculazione filosofica può dare origine alla nozione della vacuità del dharma, la cui estremizzazione potenziale è l’idea del «non-essere». Una via di mezzo che permette di evitare questi estremi è la modalità stessa del funzionamento della mente rispetto ai dharma. Non si tratta della natura intrinseca dei dharma, di per sé.
Nei suoi primi tentativi di risalire alla Verità scoperta dal Buddha, il Mahayana vide nell’idea del nirvana come stato di coscienza mentale purificata promossa dall’Hinayana un vicolo cieco, identificandola con una concezione dei dharma come qualcosa di fisso che limita le capacità della mente di fronte alla realtà organica, dinamica ed espansiva della vita.
Secondo il buddhismo Mahayana, dovremmo concentrarci piuttosto sulla natura della mente e sul suo funzionamento, perché i dharma non sono altro che oggetti della mente. A seconda di come la mente lo percepisce, un dharma può essere visto come dotato di esistenza in sé (in senso convenzionale) o di vacuità (in senso assoluto).
Dal punto di vista del Mahayana, l’illuminazione del Buddha riguarda la struttura fondamentale e il funzionamento della coscienza. Si tratta al contempo anche del piano fondamentale dell’esistenza o della realtà. L’illuminazione non si limita dunque solo al raggiungimento di uno stato di coscienza mentale purificata, uno stato di nirvana. Il Buddha ha scoperto che ogni essere, animato o inanimato che sia, ha il potenziale di essere illuminato, un potenziale che sviluppa in modo diverso a seconda del suo stadio fisico di evoluzione e delle sue capacità di coscienza[13].

Questo è il potenziale di manifestazione della vita sempre-presente, il potenziale della vibrazione in continuo movimento che si estende all’intero cosmo. Secondo il Buddha, ci sono infiniti cicli cosmici che vanno e vengono senza mai aver fine. Il Big Bang teorizzato dai fisici del XX secolo non è stato l’unico inizio del cosmo e la quiete dopo che il cosmo avrà smesso di espandersi non sarà l’unica fine. L’infinità dei cicli di vita del cosmo è un grande mistero.
I buddhisti delle generazioni successive hanno dato a questo potenziale il nome di «natura di Buddha», qualcosa che è presente in tutti noi e nel Buddha stesso. Il Buddha è colui che ha già sviluppato questo potenziale al massimo delle sue possibilità nell’arco di infinite rinascite, grazie alla sua pratica benefica e alla coltivazione della virtù.
Dall’Hinayana al Mahayana
Per cercare di comprendere meglio la Verità scoperta dal Buddha con la sua illuminazione, all’EIAB abbiamo studiato gli insegnamenti offerti nel Sutra del Diamante, nel Sutra del Loto e nell’Avatamsaka Sutra. Consideriamo un diagramma costituito da due coni, posti l’uno sull’altro o presi separatamente. I due coni rappresentano l’avanzamento del pensiero buddhista riguardo alla questione di cosa sia successo dopo l’ingresso del Buddha nel nirvana.
Diagramma 1

Nel diagramma 1, il cono inferiore è l’Hinayana, che prevede la pratica della meditazione di consapevolezza basata sul Discorso sui quattro fondamenti della consapevolezza[14]. L’Hinayana si ferma precisamente in corrispondenza del punto di incontro tra i due coni che in quest’ottica è il nirvana della coscienza della mente purificata.
È precisamente da questo punto che nasce il primo buddhismo Mahayana. Il Sutra del Diamante è il primo tentativo di descrivere cosa c’è al di là del nirvana. Dice che il nirvana non è un punto fisso nello spazio e nel tempo. Non ha una natura in sé.
Il cono superiore rappresenta le diramazioni del buddhismo Mahayana, con una serie di pratiche di meditazione ispirate al Sutra del Loto e all’Avatamsaka sutra.
Nessuno dei due coni va considerato «superiore» o «inferiore» all’altro in senso letterale. Solo quando avremo calmato a sufficienza il movimento della mente padroneggiando le pratiche del cono inferiore, potremo avere pieno beneficio delle pratiche offerte nel cono superiore. Di fatto, Hinayana e Mahayana seguono tecniche di meditazione simili, ma l’attenzione si concentra su aspetti differenti con diverse interpretazioni. Da una parte, oggetto della meditazione sono il corpo e la mente. Dall’altra, è l’intero universo, tutto ciò di cui possiamo fare esperienza con la mente.
Il cono inferiore, che costituisce l’ambito di riferimento dell’Hinayana, è la dimensione storica. Rappresenta l’universo materializzato (o, nel linguaggio della meccanica quantistica, un universo particellare) in cui il processo della coscienza si svolge da un tempo incommensurabile. Più il cono è «materializzato», maggiore è il dolore, la sofferenza. La pratica del cono inferiore attiene dunque alla vacuità del sé, al fine di rimuovere le afflizioni mentali che fanno da ostacolo al nirvana. È la pratica che consiste nell’«abbattere l’uccello».
Diagramma 2

Nel secondo diagramma, le afflizioni sono rappresentate come vortici scuri che rappresentano le attività mentali e le formazioni karmiche di tristezza, rabbia, paura e così via. Quando abbiamo un oggetto mentale, dirigendo la mente verso quell’oggetto lasciandocene trasportare, compiamo un atto intenzionale di coscienza. Sviluppiamo così un’energia dell’abitudine che gradualmente si trasforma in un ciclo karmico.
Per interrompere questi circoli viziosi può volerci molto tempo – molte vite di pratica – specie quando i «loop» di energia dell’abitudine sono grandi, le formazioni karmiche sono dense e la luce naturale della consapevolezza è debole. Per chi invece ha loop di dimensioni ridotte e formazioni karmiche sottili, la luce naturale della consapevolezza è più luminosa e penetra più velocemente. Nel Buddha la luce è così forte da essere infinitamente bianca e questo cono inferiore è infinitamente sottile.
Nel cono inferiore si regge un pesante fardello di negatività. Si può avere, ad esempio, una certa consapevolezza della rabbia che si ha dentro di sé, ma l’energia dell’abitudine è così forte che quando la rabbia esplode si riesce a malapena a controllarla.
Diagramma 3a

Il diagramma 3a rappresenta la punta del cono inferiore, cioè il punto in cui la visione dell’Hinayana e quella del primo Mahayana divergono sulla questione del nirvana. La «freccia del tempo» del Mahayana va dall’infinito passato all’infinito futuro e al presente. È la sfera del Sutra del Diamante, con il suo approccio alla «talità». È il luogo in cui, attraverso le normali attività quotidiane, viviamo «nel qui e ora» senza aggiungere altre formazioni karmiche, continuando a compiere atti intenzionali di coscienza. Certo, abbiamo ancora dei blocchi mentali negativi, ma non sviluppiamo attaccamento perché siamo realmente presenti a ciò che accade momento per momento.
Diagramma 3b

Nel diagramma 3b è rappresentato il passaggio dall’Hinayana al Mahayana. Nel cono inferiore, l’afflizione è grande e l’illuminazione è piccola. Fondendosi con il cono superiore, l’afflizione diventa più piccola e l’illuminazione più grande.
Diagramma 3c

Nel diagramma 3c vediamo come l’«ampiezza» dell’illuminazione dipende dalla nostra capacità di mantenere viva l’intensità naturale dello splendore della consapevolezza. Nei diagrammi che rappresentano l’approccio dell’Hinayana e quello del primo Mahayana e del Sutra del Diamante manca volutamente il cono superiore. Questo perché, nel primo Mahayana, la vera natura della conoscenza e dell’intuizione profonda del Buddha rimane una questione aperta. Nel Mahayana più tardo, quello del Sutra del Loto e dell’Avatamsaka sutra, la vera natura della conoscenza e dell’intuizione profonda del Buddha è concepita come ondulatoria, quantistica. Si tratta di una conoscenza e di un’intuizione estremamente sottili[15]. Non sono limitate al solo universo particellare, ma si estendono all’intero dominio dell’universo ondulatorio e quantistico.
Questa intuizione trova la sua prima espressione nel Sutra del Loto, dove si parla di due dimensioni – quella storica e quella ultima, o quella dell’onda e quella dell’acqua – e viene poi pienamente sviluppata nell’Avatamsaka Sutra con l’idea dell’Unicità o della Mente Una. Per il Mahayana non esiste uno stato di nirvana assoluto in cui sia cessato ogni moto della mente.
Se ci richiamiamo ancora una volta all’insegnamento secondo cui «la coscienza è un atto di coscienza», questo genere di «nirvana della cessazione» riguarda esclusivamente l’elemento della «coscienza». Le attività di questa coscienza danno origine all’universo particellare, al cosmo karmico della coscienza. Ma ci sono anche movimenti o vibrazioni della mente più profondi e sottili. È l’energia vitale dell’«atto di coscienza».
La mente del Buddha ha pieno accesso a questa energia vivente dell’«atto di coscienza». Ecco dunque che la sua mente abbraccia sia l’universo particellare sia quello ondulatorio, quantistico. Il cono superiore, che è l’universo non materiale (o, nel linguaggio della meccanica quantistica, l’universo ondulatorio, quantistico), inizia ora ad apparire nei diagrammi (qui sotto) che si riferiscono al Sutra del Loto e all’Avatamsaka Sutra.
Diagramma 4

Il diagramma 4 raffigura il buddhismo Mahayana nella sua espansione ulteriore – con il Sutra del Loto – nella dimensione ultima, dove la conoscenza e l’intuizione divengono pian piano una cosa sola con la conoscenza e l’intuizione del Buddha. Anche in questo caso c’è un punto preciso in cui si passa dalla dimensione storica dell’Hinayana (cono inferiore), con la sua saggezza analitica e la visione statica del nirvana, al Mahayana (cono superiore), con la sua saggezza sintetica e la visione dinamica del nirvana. Sono rappresentati anche alcuni elementi chiave del sutra sono: che tutti gli esseri viventi sono in cammino verso la Buddhità e che esiste in realtà un solo veicolo, il Veicolo del Buddha.
Ogni cosa nel cosmo è in cammino verso la Buddhità. È la liberazione universale per tutto ciò che esiste nel cosmo. Il Dharma, la Verità delle prime scuole buddhiste, diviene ora l’Unico Dharma meraviglioso o miracoloso o Verità dello Sbocciare del Loto Bianco (Saddharma Pundarika), che è lo Sbocciare dell’Energia della Vita, della Compassione.
Il Sutra del Loto sviluppa così l’idea del Sutra del Diamante riguardo alla consapevolezza naturale e al suo eterno splendore nel Buddha Eternamente Presente (i Gioielli Infiniti) come dimensione ultima rappresentata dall’acqua. L’esistenza temporale delle nostre rinascite in cicli infiniti di sofferenza (samsara) è la dimensione storica rappresentata dalle onde. Queste due dimensioni emergono anche in ogni momento della nostra esistenza, a seconda del modo in cui la mente percepisce la realtà.
Diagramma 5

Il Diagramma 5 rappresenta un panorama dell’Avatamsaka Sutra, che offre una descrizione completa della conoscenza e dell’intuizione del Buddha, che qui viene ormai definita Saggezza cosmica originale. È il Corpo del Buddha cosmico, il Corpo della Verità, il Dharmakaya. È l’Unità o la Mente Una, la Totalità del Reale. Tutto è Uno e Uno è Tutto. La più piccola particella di polvere contiene infinite terre di Buddha, ognuna delle quali è dipendente-da-sé e al contempo dipendente-da-altro. Tutto è interconnesso e intercompenetrato, come i gioielli che si riflettono l’uno nell’altro all’infinito nell’immagine simbolica della rete di Indra[16]. La natura della realtà è ondulatoria, quantistica. Come il Dharmakaya, quest’onda va oltre lo spazio e il tempo. È ciò che i fisici quantistici chiamano «non-locale». All’estremo macroscopico della scala cosmica, i fisici ipotizzano l’esistenza di universi multipli (paralleli). Tradotta nel linguaggio della fisica teorica moderna, in questo senso, l’intuizione dell’Avatamsaka Sutra è che nella più piccola particella di polverecoesistono sia i fenomeni non-locali sia i molteplici universi paralleli.
La realtà di cui fa esperienza il Buddha è oltre lo spazio e il tempo. È una sfera che il linguaggio umano non è pienamente in grado di descrivere. Nel diagramma 5 vediamo dunque l’infinito passato e l’infinito futuro ripiegarsi nell’Unità. Lo spazio, il tempo e la coscienza sono manifestazioni di questa Unità, la Mente Una, un unico vero regno del Dharma (Nhất Chân Pháp Giới), una sfera che va oltre ciò che è esprimibile a parole (Bất tư nghị cảnh giới).

Possiamo ora visualizzare le due dimensioni del Sutra del Loto (l’onda e l’acqua, la realtà storica e la realtà ultima), che si estendono dall’infinito passato all’infinito futuro, ripiegandosi l’una sull’altra per diventare questa Mente Una da cui si manifestano infinite schiere di Regni del Dharma. Questo fenomeno è illustrato nell’Avatamsaka Sutra dalla famosa gatha:
Chi vuole conoscere tutti i Buddha del passato, del presente e del futuro,
deve esaminare a fondo la natura del Regno del Dharma:
vedrà allora che tutti i Regni del Dharma sono unicamente creati dalla Mente Una[17].
Tutti i regni sono la manifestazione della Mente UNa, la Saggezza Originale del cosmo o del Buddha Cosmico. Al centro della Saggezza Originale c’è un infinito potenziale. Al centro dell’Unità, la Mente Una, ci sono infiniti stati quantici o vibranti. Con ogni vibrazione dinamica della Mente Una e con ogni suo atto di coscienza si manifesta di conseguenza il corrispondente Regno del Dharma. Gli esseri viventi sono manifestazioni di questa Mente Una in relazione alla loro coscienza karmica contaminata. Allo stesso modo, anche tutti i Bodhisattva sono manifestazioni che emanano da questa Mente Una in relazione alla forza e al frutto del loro voto specifico, la loro Bodhicitta.
Il nirvana: questo non è il problema
In poche parole, per l’Hinayana, il Buddha è una figura storica i cui insegnamenti permettono ad altri individui di praticare e coltivare come lui la virtù fino a divenire degli arhat e ad entrare nel nirvana.
Negli sviluppi del Mahayana, il Buddha viene considerato come dotato di tre corpi. Al livello fondamentale e alla base dell’esistenza, il suo corpo è il corpo infinito del Dharma o della Verità cosmica (Dharmakaya) al di là dello spazio e del tempo. Questo Dharma o Verità è detto anche Saggezza cosmica originale. È presente in tutti noi come potenzialità e questa potenzialità non è diversa da quella del Buddha. Nell’arco di infinite vite di pratica e coltivazione di una condotta benefica e virtuosa, il Buddha è stato in grado di rivelare completamente questo Dharmakaya immacolato. A causa delle nostre afflizioni affettive e cognitive, invece, il nostro Dharmakaya non rivela completamente né in se stesso né nella sua meravigliosa capacità e nel suo funzionamento.
Il Buddha si è manifestato in forma umana per mostrarci il Dharma fondamentale, la Verità che noi siamo già dei Buddha, che siamo parte di un processo universale di illuminazione e salvezza. Le differenze stanno negli altri due corpi del Buddha: il Corpo di Fruizione (il Sambhogakaya), visibile solo ai Bodhisattva avanzati nei Regni Eccelsi, e il Corpo di Emanazione (il Nirmanakaya), che rivela al mondo le azioni di un Buddha.
Il Buddha visse nell’accettazione delle cose così come sono. Possiamo anche avere molti pesi, ma se, come il Buddha, suscitiamo uno stato mentale in cui siamo presenti a tutto ciò che accade momento per momento, se siamo in pace con ciò che facciamo momento per momento, stiamo già vivendo nel regno del Buddha.
La saggezza originaria del Buddha cosmico è sempre stata, è e sarà. I suoi atti di coscienza continuano in eterno, come anche i nostri. Per il Buddha Śākyamuni, questi atti derivano dal suo Grande Voto di Bodhisattva di portare beneficio a sé stesso e a tutti gli esseri viventi. Più contempliamo questo aspetto, più daremo risposta alla nostra domanda su cosa sia successo al Buddha dopo il suo ingresso nel nirvana.
Ringraziamenti
L’autore desidera esprimere la sua profonda gratitudine alla signora Sarah Monks per il suo dettagliato, creativo e attento lavoro di editing e per l’amore con cui ha trascritto i lunghi discorsi di Dharma su cui si basa questo articolo; a Sr. Song Nghiêm per la sua profonda pazienza nel tradurre in tedesco la serie di corsi tenuti dall’autore nel 2023 per onorare la vita e l’opera di Thay e per averlo aiutato a esprimersi più chiaramente sulle questioni più sottili dell’insegnamento buddhista affrontate in questo articolo; a Mojca Fo per la squisita finezza delle sue illustrazioni e per ultimo, ma non in ordine di importanza, a Gabriele Gassen che ha dedicato con generosità tempo ed energia alla traduzione in tedesco di questo articolo e di molti altri per questo numero della rivista dell’EIAB.
Note
[1] Durante la sua vita e per i successivi tre secoli e oltre, gli insegnamenti del Buddha furono trasmessi solo oralmente. In questo periodo, la comunità buddhista cercò di sistematizzare queste dottrine basandosi su diverse concezioni scolastiche e interpretazioni filosofiche. Nacquero così diverse scuole buddhiste, fino ad arrivare a contarne 18 o 20. Una di queste, che prenderà il nome di Theravada, costituisce la cosiddetta «trasmissione meridionale» che si può trovare ancora oggi in tutto il Sud-est asiatico. I sutra della scuola Theravada furono trascritti su foglie di palma nello Sri Lanka molto probabilmente nel I secolo a.C. Erano composti in Pāli, una miscela di diverse lingue prakritiche (un gruppo di lingue indo-ariane medio vernacolari, risalenti al III secolo a.C. circa). Il buddhismo Mahayana si sviluppò a partire dal I secolo a.C. in diverse fasi nel corso di vari secoli. Inizialmente, costituì una risposta alle speculazioni filosofiche delle prime scuole buddhiste. In seguito, con lo sviluppo di una riflessione filosofica sua propria, venne a costituire la cosiddetta «trasmissione settentrionale». Le varie scuole mahayana diffusero nuovi sutra e trattati filosofici («sastra») composti in un’altra lingua indiana classica, il sanscrito. Molti di questi testi furono poi tradotti in cinese e tibetano. Il buddhismo Mahayana ebbe diramazioni nel Ch’an (cinese), nello Zen (giapponese) e nel Thiền (in vietnamita). La formazione di Thich Nhat Hanh comprende elementi del buddhismo vietnamita Thiền e della tradizione della Terra Pura, anch’essa parte della tradizione buddhista Mahayana. Si veda Thich Nhat Han, Il cuore dell’insegnamento del Buddha, Ubiliber (2025), pp. 12-16 e https://plumvillage.app/the-plum-village- tradition/
[2] Il termine «Hinayana» è utilizzato qui senza alcun pregiudizio o considerazione di valore, per semplicità di espressione linguistica e per mantenere la terminologia convenzionale nella letteratura e negli studi buddhisti.
[3] La tradizione di Plum Village, fondata dal nostro maestro Zen Thich Nhat Hanh, appartiene al ramo Zen del buddhismo Mahayana, per quanto il nostro maestro vi abbia incorporato anche insegnamenti e pratiche dell’Hinayana.
[4] Majjhima Nikaya I 293, MN 43, Mahavedalla Sutta; vedia anche The Middle Length Discourses of
the Buddha: A new translation of the Majjhima Nikaya, original translation by Bhikkhu Nanamoli; translation edited and revised by Bhikkhu Bodhi, Wisdom Publications, Somerville MA 2009, MN 43, Mahavedalla Sutta, The Greater Series of Questions and Answers, p. 387 e p. 389 sul punto in questione.
* Su questo punto si veda l’articolo Sutra Meditations nel numero del 2023 dell’«EIAB Magazine», di prossima pubblicazione su Gate (NdR).
[5] SI veda in proposito Thay Phap An, Sutra Meditations, «EIAB Magazine» 2023», pp. 27 ss., di prossima pubblicazione su Gate [NdR].
[6] Nell’iconografia thailandese e birmana, questa coscienza è simboleggiata da un anello di fuoco sopra la testa del Buddha.
[7] A proposito della definizione della coscienza come «atto di coscienza», possiamo pensare a due livelli di attività cosciente. Il primo e fondamentale livello è quello dell’«essere coscienti», che è il potenziale di attività cosciente insito in tutta la materia, sia animata che inanimata. Il secondo strato, derivato, è quello della «coscienza», che sta alla base di ogni espressione karmica nel cosmo. Il primo strato è la consapevolezza naturale di tutti gli esseri viventi e si può paragonare all’azzurro del cielo, che è sempre presente sullo sfondo di ogni coscienza karmica e delle sue attività. Il secondo strato è l’accumulo karmico legato all’atto dell’«essere coscienti» generalmente denominato coscienza «contaminata». Può essere paragonato all’uccello e alla sua traiettoria (che è un’espressione karmica della coscienza contaminata, o del ciclo del samsara).
[8] Considero «incompleto» o «insufficiente» termini preferibili a «deficitario», «carente» o «minore» talvolta riferiti alla pratica dell’Hinayana, e «completo» o «pieno» preferibili alla qualifica di «maggiore» attribuita alla pratica del Mahayana.
[9] Samyutta Nikaya 12.65 (5), The City Sutta, e The Connected Discourses of the Buddha: A New Translation of the Samyutta Nikaya, translated from the Pali by Bhikkhu Bodhi, Wisdom Publications, Somerville MA 2000, Vol. 1, pp. 601-4 sul punto in questione.
[10] La parola Dharma con la «D» maiuscola indica la Verità definitiva, assoluta o ultima. Conoscere, sperimentare e incarnare questa Verità permette di accedere al regno del risveglio o dell’illuminazione.
[11] L’approccio dell’Abhidharma. È una parte molto importante della pratica e un ottimo esercizio per comprendere la nostra costituzione mentale e fisica, il namarupa.
[12] Il Sūtra del Diamante fu composto in sanscrito probabilmente tra il II e il IV secolo d.C. Appartiene al genere dei sutra della Prajñāpāramitā («Perfezione della saggezza»). È stato tradotto in cinese per sette volte tra il 402 d.C. (Kumārajīva) e il 703 d.C. (Yijing), nonché in altre lingue dell’Asia centrale, nordorientale e sudorientale. È un’opera influente nella tradizione buddhista Mahayana.
[13] Gli esseri umani sono fortunati. Siamo già stati plasmati da innumerevoli atti di coscienza nel corso di miliardi di anni, da organismi unicellulari a primati superiori. Sperimentiamo la gioia, ma anche la sofferenza. Per questo abbiamo la capacità di fermarci e contemplare. L’esistenza umana è significativa per via del nostro superiore potenziale di coscienza e per contribuire all’energia della compassione nell’intero universo.
[14] La traduzione di questo sutra a cura di Thich Nhat Hanh si trova all’indirizzo https://plumvillage.org/library/sutras/discourse-on-the- four-establishments-of-mindfulness.
[15] Per una discussione più approfondita sulla conoscenza e l’intuizione del Buddha espresse nel Sutra del Loto, si rimanda all’articolo dell’autore Let the Buddha in us breathe – the complementary practice of
“other-reliance” and “self-reliance”, «EIAB Magazine 2022, pp. 160-175, https://www. eiab.eu/lw_ resource/datapool/systemfiles/elements/files/4df37e39-6fe2-11ed-8d7b-fe08df3aa0f4/live/document/EIAB_ Magazine_2022_E.pdf.
[16] Una vivida descrizione di questa immagine si trova in Francis H. Cook, Hua-Yen Buddhism – The Jewel Net of Indra, The Pennsylvania State University Press, University Park, and London 1977, p. 2 (il buddhismo Hua-Yen è una scuola di buddhismo cinese basata sull’Avatamsaka Sutra): «Possiamo iniziare con un’immagine che per lo Hua-yen ha sempre costituito l’approccio preferibile per illustrare il modo in cui esistono le cose. Lontano, nella dimora celeste del grande dio Indra, c’è una rete meravigliosa che è stata intessuta da qualche astuto artefice in modo tale da estendersi all’infinito in tutte le direzioni. In accordo con i gusti stravaganti delle divinità, l’artefice ha appeso un gioiello scintillante in corrispondenza di ogni “occhio” della rete, e poiché la rete stessa è di dimensioni infinite, i gioielli sono in numero infinito. I gioielli stanno appesi lì, scintillanti come stelle di prima grandezza, uno spettacolo meraviglioso. Se ora scegliamo arbitrariamente uno di questi gioielli e lo osserviamo da vicino, scopriremo che sulla sua superficie levigata si riflettono tutti gli altri gioielli della rete, in numero infinito. Non solo, ma ogni gioiello riflesso in questo gioiello riflette a sua volta tutti gli altri gioielli, per cui si verifica un processo di riflessione infinito. La scuola Hua-yen è molto legata a questa immagine, citata più volte nella sua letteratura, perché simboleggia un cosmo in cui esiste un’interrelazione infinita tra tutti i suoi elementi. Si dice che questa relazione sia un rapporto di identità reciproca simultanea e di inter-causalità reciproca».
[17] Nell’originale cinese, in sino-vietnamita e nella traduzione vietnamita di Thich Nhat Hanh il testo della gatha è rispettivamente: 若人欲了知 / 三世一切佛 / 應觀法界性 / 一切唯心造; Nhược nhân dục liễu tri / Tam thế nhất thiết Phật / Ưng quán pháp giới tánh / Nhất thiết duy tâm tạo; Nếu ai muốn thấy và muốn hiểu / Chư Bụt có mặt trong ba đời / Người ấy phải quán chiếu pháp giới / Tất cả đều do tâm mà thôi. La gatha si può trovare in The Flower Adornment Sutra, Roll 19, Chapter 20, Eulogies in the Palace of the Suyama Heaven (Kệ tán trên cung trời Dạ Ma), vedi anche The Flower Ornament scripture – A Translation of the Avatamsaka Sutra, by Thomas Cleary, Shambhala Publication, Boston, MA 1993, p. 452.




