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Donne e Buddhismo

Se si guarda alle figure ancestrali della dottrina buddhista, non solo non emergono barriere di genere ma il principio femminile, nonostante la donna vivesse una condizione di assoluta inferiorità al tempo del Buddha, diviene veicolo di uno dei principali elementi strutturali del modello simbolico buddhista: Prajna Paramita, incarnazione della Saggezza Suprema, matrice prima dell’esistenza dei Buddha, madre e utero del Buddha.

 

Prajna Paramita è rappresentata seduta su un fiore di loto – simbolo per eccellenza del femminile – e regge nella mano sinistra il Sutra della Perfezione di Saggezza: è perciò manifestazione di ogni conoscenza e sorgente di ogni vita. Per non dire di Karuna, la Compassione, incarnata da Kannon, Quan Yin, onorata come bodhisattva dalle sembianze femminili in tutto l’Oriente.

 

Nella tradizione

Nei racconti mitici ed esemplari del Buddhismo, alla donna è attribuita la stessa potenzialità di Risveglio che ha l’uomo: nel Vimalakirti Nirdesa Sutra è una dea che si illumina durante la Battaglia del Dharma di Manjusri, e nel Sutra del Loto è una bimba di otto anni, figlia del Re dei Naga, a realizzare la buddhità istantaneamente, dimostrando a Śāriputra che anche una donna può divenire un Buddha. Il Buddhismo, peraltro, si è posto al di fuori delle restrizioni culturali del suo tempo: il Risvegliato rompe decisamente col sistema di caste e di barriere culturali a favore di una uguaglianza legata alla sola appartenenza al Sangha, la comunità di monaci e monache, di laici e laiche.

 

Nella storia

La storia però ci dice che le istituzioni buddhiste hanno favorito gli uomini e imposto restrizioni alle donne, confortate in quest’opera di marginalizzazione anche dalla letteratura buddhista di tutte le Tradizioni, dove spesso la donna viene additata come ‘incarnazione della depravazione’ e, in ultima analisi, come un ostacolo e un impedimento alla pratica per gli uomini. Così nel Vinaya le regole di condotta monastica sono molto più onerose per le donne che per gli uomini, anche se spesso la proliferazione di limitazioni e norme per il Sangha femminile è riconducibile all’unica ragione di comportamenti aggressivi da parte degli uomini. Nella gerarchia monastica le donne si trovano al gradino più basso, devono rispettare più voti, e ancora oggi, nei paesi orientali l’uguaglianza non è la norma nel monachesimo buddhista. A parte rare eccezioni, le donne non solo sono escluse, a parità di preparazione dai ruoli più alti e di maggiore autorità, ma sono spesso considerate «inferiori» agli uomini, senza alcun riguardo nemmeno per l’anzianità di Dharma. Solo di recente, un anno fa per la precisione, una monaca di tradizione Gelugpa ha potuto conseguire il titolo di «geshe», fino ad oggi appannaggio dei soli monaci, mentre si deve ad una religiosa, la ven. Tenzin Palmo, la realizzazione di un percorso di studi completo per le monache tibetane, fino ad oggi escluse da certi insegnamenti.

 

Altre tradizioni

Nel caso della Tradizione Zen Sōtō in Giappone, proprio uno dei suoi Patriarchi, Dōgen Zenji, criticò esplicitamente l’atteggiamento di molti monaci verso le donne, affermando che anch’esse avessero le stesse possibilità degli uomini di realizzare la Natura di Buddha. Nel 1236 Dōgen Zenji aprì il suo dōjō alle donne e ai laici, sostenendo che non ci fosse merito nella mascolinità né demerito nella femminilità, e che non considerare la pratica delle donne non fosse un comportamento da «bodhisattva».

 

Lo Zen Sōtō giapponese, però, ha attuato una politica spesso discriminatoria nei confronti della parte femminile dell’Ordine. Risale solo al 1968 l’edificazione di un monastero speciale riservato alle religiose che desideravano avere la qualifica di missionarie al massimo livello, e solo al 1970 il raggiungimento della completa eguaglianza, compresa la possibilità di gestire i templi locali per le monache giapponesi.

 

Phra Mae Thorani, Dharaṇī o dea ctonia della mitologia buddhista del sud-est asiatico

In Oriente, per Tradizioni come la Theravada, la strada della parificazione è ancora molto lunga: oltre ad essere stata soppressa la piena ordinazione delle monache, esse continuano ad essere ancora soggette a regole di obbedienza verso i monaci maschi, e comunque sempre relegate a ruoli modesti e subalterni.

 

Non si può invece non riconoscere che il tema della disuguaglianza tra i generi nel Buddhismo monastico per i laici la questione non si pone di fatto non ha vissuto le stesse vicissitudini in Occidente, dove il contesto socio-culturale ha portato in dote l’attitudine a interrogarsi su e a lavorare per la libertà dalle costrizioni.

 

«Buddha ebbe discepoli uomini e discepoli donne, e onorava entrambi. Niente si può trovare tra quello che disse che può farci intuire che fece differenziazioni tra uomini e donne»: così si esprimeva Nyogen Senzaki, uno dei primi Maestri di Tradizione Zen Rinzai giunto negli Stati Uniti, opinione condivisa da quanti ritengono, e sono in molti, che una delle maggiori caratteristiche del Buddhismo occidentale consista proprio nella parità fra uomo e donna.

 

Il contributo del femminile oggi

Oggi i templi e i monasteri buddhisti sono non solo frequentati, ma spesso guidati, da donne, monache o laiche, che ne costituiscono a pieno titolo l’asse portante non solo per quanto riguarda l’Insegnamento del Dharma, ma anche la loro gestione; molte sono anche autrici di successo le opere della ven. Pema Chödrön, insieme al Maestro Thich Nhat Hanh, sono le più lette nel panorama buddhista italiano, e non solo.

 

Il contributo femminile alla diffusione del Dharma in Occidente si sta rivelando una componente fondamentale del suo processo di inculturazione.

 

Non saranno dei luoghi comuni a rendere merito del contributo delle donne al radicamento del Dharma in Occidente, ma il riconoscimento, una volta per tutte, della qualità, della passione e della dedizione delle donne nel trasmettere e attualizzare l’Insegnamento del Buddha in una società impoverita sia umanamente che culturalmente come la nostra.

 

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