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Foto da copertina Ubiliber

Dario Doshin Girolami intervista Barbara Graham: tra buddhismo, trauma ancestrale e rinascita

Tempo di lettura: 5 minuti

Ho incontrato Barbara Graham in una tranquilla sala del Centro Zen L’Arco di Roma per una conversazione lunga e luminosa. Scrittrice nota per la sua profonda curiosità per la vita interiore, Barbara era in Italia per presentare Jonah lo sa (Ubiliber), un romanzo a cavallo tra il mistero e l’indagine metafisica, e riannodare i molti fili, dal buddhismo al trauma ancestrale, che lo attraversano.

«Sai», mi ha detto – i ricordi le brillavano negli occhi – «credo che tutto sia iniziato quando avevo quindici anni. Qualcuno mi ha passato La via dello zen di Alan Watts e qualcosa in me si è acceso».

Il suo percorso, come mi racconta, è stato tutt’altro che lineare. Negli anni Sessanta ha vissuto per sei settimane in un pulmino Volkswagen in un campeggio romano e ha battuto a macchina copioni di spaghetti western in uno studio di doppiaggio. A ventitré anni è diventata madre. Ma il buddhismo è rimasto silenzioso in sottofondo.

«Sono stata cresciuta in una famiglia ebrea, ma mi sono sempre sentita legata a ciò che non potevo nominare. Il non visto. Il mistero».

L’incontro con il buddhismo e le Quattro Nobili Verità

Questa corrente sotterranea ha preso forma nel 1989, quando ha assistito a una conferenza di Sogyal Rinpoche a New York. L’argomento erano le Quattro Nobili Verità e l’ubiquità di dukkha, la sofferenza. Per Barbara è stato un momento di rivelazione.

Ho pensato: «Oh. Non è una cosa che vedo soltanto io. È questo che significa essere umani».

Da lì ha iniziato a praticare. Non solo con insegnanti tibetani come Gehlek Rinpoche e in compagnia del Dalai Lama, ma in seguito anche con figure della tradizione della Insight Meditation come Tara Brach e infine con Adyashanti, insegnante di ispirazione zen. Il suo percorso, lo descrive come un itinerario tortuoso:

«Ho fatto un tratto di strada in diverse tradizioni, attratta da aspetti diversi in momenti diversi della mia vita».

La sua scrittura non è mai stata un’attività separata da questa vita interiore. Fondatrice della rivista Tricycle, Barbara ha scritto spesso sul buddhismo, e spesso su argomenti che valicavano i confini tra la sfera spirituale e quella psicologica:

«È diventato il mio elemento».

La nascita di Jonah lo sa e le esperienze di vite passate

Le premesse di Jonah lo sa sono arrivate in modo inatteso negli anni ‘90, durante un incarico per una rivista per cui si occupava del fenomeno delle esperienze di vite passate. Durante un’intervista, il suo iniziale scetticismo si è trasformato in un’esperienza di profonda connessione: la visione di essere stata uccisa durante l’Olocausto.

Quell’episodio le ha provocato un forte turbamento, ma ha anche aperto una porta:

«Era la mia immaginazione? Stavo attingendo all’inconscio collettivo di Jung? O qualcos’altro?», si è chiesta.

Il suo terapeuta di allora, Mark Epstein, le ha consigliato un libro di Ian Stevenson, uno psichiatra che aveva documentato i ricordi spontanei di vite passate nei bambini. Era impossibile, mi dice, ignorare quelle prove.

Un giorno, camminando per strada a Manhattan, è arrivato il nucleo del romanzo: un bambino perseguitato da una conoscenza inspiegabile.
«Mi ha investito come una scarica. Era una pista che chiedeva a gran voce di essere seguita».

Due madri, due visioni del dolore

Il romanzo intreccia due prospettive: due madri, una che vive la scomparsa del figlio, l’altra con un figlio che sembra ricordare traumi che non ha mai vissuto. Ai miei occhi, l’opera di Barbara riecheggia le fasi del lutto articolate da Elisabeth Kübler-Ross, ma filtrate attraverso la lente della pratica buddhista:

  • La consapevolezza come balsamo per la depressione
  • La pazienza come antidoto alla rabbia
  • Il non attaccamento come porta d’accesso all’accettazione

«È profondamente vero», mi dice. «Il libro, per me, è una resa dei conti con l’impermanenza. Un modo per affrontare la paura e il dolore, soprattutto quello materno.
Volevo osservarle attraverso lenti diverse: il trauma ancestrale, la memoria collettiva e sì, forse anche la rinascita».

Nel libro, il trauma non è solo personale: è sistemico, storico, persino cellulare. Barbara parla dei fardelli che le persone portano con sé senza comprenderne l’origine.

«Siamo plasmati non solo dalle nostre esperienze, ma anche dal dolore silenzioso di chi ci ha preceduto.
È una verità che l’epigenetica ha cominciato a documentare e che il romanzo cerca di esplorare: quel che è irrisolto può riecheggiare attraverso le generazioni».

I voti del Bodhisattva come guida spirituale e terapeutica

Barbara riflette anche sul modo in cui gli insegnamenti buddhisti, in particolare i voti del Bodhisattva, intendono questo percorso di guarigione:

«I voti non sono solo poesia. Sono istruzioni per una vita di impegno, di servizio. Quando giuriamo di liberare tutti gli esseri, questa totalità include non solo quelli che ci circondano, ma anche gli esseri che abbiamo dentro di noi: le versioni passate di noi stessi, gli echi dei nostri antenati, il dolore che ci portiamo dentro inconsapevolmente».

Nel sentiero del Bodhisattva vede un antidoto all’isolamento che spesso è un effetto del trauma:

«Se soffro, non sono sola. Anche altri soffrono. E se la mia pratica può aiutarmi a sopportare la sofferenza con compassione, forse può avere una ricaduta verso l’esterno. Forse può aiutare a riparare ciò che è stato tramandato».

Non che Barbara voglia rivendicare a sé verità inconoscibili:

«Non pretendo di sapere cosa succede oltre questa vita. Ma le storie, le ricerche, i sogni: accennano a qualcosa».

Tra i personaggi più fantasiosi del libro c’è Charlie, un cane che ha un ruolo fondamentale nel mistero. Barbara ammette che si tratta di una pura invenzione:

«Non c’è nessuno studio che dimostri che un cane possa riconoscere un’anima di una vita passata. Ma ho pensato: perché no? I cani sono saggi», mi dice con un sorriso.

Quando ha letto il manoscritto, la sua nipotina le ha fatto una richiesta:

«Dimmi solo che Charlie non muore».

Dalla sua esperienza di lavoro con il terapeuta Mark Wolynn sui traumi ancestrali, Barbara ha trovato ispirazione per la visione epigenetica secondo cui il dolore e la paura possono essere trasmessi:

«Non è che avessi un’intenzione consapevole di scrivere sull’argomento. Ma poi si è manifestato, come spesso accade nella scrittura, come un dono».

Nel corso della nostra conversazione affiorano alcune idee buddhiste come il pratītyasamutpāda, i dodici anelli dell’originazione interdipendente, o l’idea che la coscienza precede la forma. Di rimando, Barbara riprende una metafora di Rupert Spira:

Il flusso di un fiume che si forma e si disperde, in cui l’acqua non scompare mai, ma si riconfigura.

«È un’immagine che mi ha aiutato a capire la continuità di questo qualcosa che si perpetua. Non un’anima, non un’identità fissa, ma forse delle tracce».

Lutto, compassione e amore come continuità

Parliamo di nuovo del lutto. Di come la guarigione spesso inizi quando chi è in lutto può pronunciare la parola «morte». Di come la compassione, coltivata attraverso metta e karuṇā, può creare connessioni con l’altro.

E della possibilità che una madre trovi pace sulla tomba del figlio, nel silenzio, al di là delle parole, come avviene nel romanzo.

«Se n’è andato, ma non è andato perduto», mi dice. «E l’incontro è sempre possibile, nell’amore».

Il nostro dialogo diventa silenzioso. Poi arriva l’ultima immagine condivisa: un’onda che si solleva e poi ritorna al mare, l’acqua immutata.

«La sua vita si è compiuta» leggiamo tra le pagine di Jonah lo sa, «Non nel modo che avresti desiderato per lui o che lui s’immaginava, ma ha fatto quello che doveva fare e la sua vita è stata completa».

E, per un momento, queste parole mi ricordano la quiete che si apre tra un respiro e l’altro: non una fine, ma una continuazione.

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